Petrolio ancora in calo, non tutto il male vien per nuocere
pubblicato:L'Opec+ aumenta la produzione e spinge al ribasso i prezzi, ma pesa molto anche l'escalation della guerra commerciale. La globalizzazione viaggia col carburante delle navi e i contro-dazi cinesi indicano nuovi impatti sul commercio globale. La domanda di petrolio potrebbe calare (secondo S&P fino 500 mila barili al giorno). Un'energia meno cara (gas compreso) ha anche dei vantaggi però

Continuano i pesanti ribassi del petrolio greggio nei mercati internazionali. Il future sul Brent con scadenza a giugno segna un ribasso del 6% a 65,62 dollari al barile. In profondo rosso anche il WTI che passa di mano a 62,05 dollari al barile. Sono prezzi vicini a quelli del 2021.
Sono prezzi che implicano soprattutto le scommesse dei mercati su un forte impatto dei dazi sull’economia globale. La guerra commerciale globale avviata dagli Stati Uniti punta soprattutto a frenare la globalizzazione dei mercati fisici con eventuali implicazioni per lo scambio dei beni che ancora oggi è affidato soprattutto a mezzi che si servono del petrolio per l’alimentazione delle navi container come per il carburante dei camion.
Petrolio, la decisione di Russia e Arabia Saudita
Pesa sicuramente sulle valutazioni del greggio anche la decisione di 8 Paesi chiave dell’Opec+ di alzare la produzione di 411 mila barili da maggio contro i 135 mila barili inizialmente previsti.
La decisione del cartello dei produttori si inserisce nel piano già annunciato di un graduale ritiro dei tagli coordinati della produzione che riguardano 2,2 milioni di barili al giorno, ma la nota di ieri, che vede il contribuito congiunto e variegato all’output globale di greggio di Arabia Saudita, Russia, Iraq, UAE, Kuwait, Kazakhstan, Algeria e Oman, accelera in pratica gli incrementi previsti di due mesi e non esclude ulteriori variazioni.
Suona quasi ironica la motivazione delle scelte in questo contesto di crollo dei mercati azionari globali e timori di recessione negli Stati Uniti e di rallentamento della crescita mondiale, parla di “persistente salute dei fondamentali e positivo outlook di mercato”.
Secondo alcuni osservatori i Paesi dell’Opec+ più coinvolti, come Arabia Saudita e Russia avrebbero inviato segnali di intesa a Washington dove Trump ha sempre chiesto all’Opec di ridurre le quotazioni del petrolio (e incentivato a tal fine anche la produzione locale con il motto “drill, baby drill”).
All’opposto altri osservatori pensano che i paesi del cartello puntino con nuova produzione a conquistare quote del mercato globale, anche al costo di un barile più economico, in contrasto agli input produttivi alle compagnie Usa.
Petrolio in calo, non tutto il male vien per nuocere
Non tutto il male vien per nuocere. Il calo del prezzo delle materie prime e in particolare delle commodity energetiche, come il petrolio, può alleggerire i costi di produzione e logistica per le imprese e contribuire a una riduzione dell’inflazione che creerebbe un clima ancor più favorevole al taglio dei tassi da parte della Bce.
In particolare è utile notare che il gas naturale, il TTF olandese, segna in queste ore un calo del 6,99% a 36,46 €/MWh. Minimi relativi importanti che potrebbero scongiurare ulteriori rincari dei costi energetici in Europa e in Italia, favorendo anche la competitività di PMI e grandi imprese che, soprattutto in alcuni settori, sono molto dipendenti dal costo del gas naturale che in Italia influenza in maniera importante anche la bolletta energetica delle famiglie.
Oltretutto la struttura dei prezzi si è già adattata su molti fronti: i future del Brent scontano ulteriori ribassi fino al dicembre 2026, previsioni volatili ma significative.
Il contesto attuale dei mercati rimane comunque carico di insidie in quanto i cali dei prezzi energetici si adeguano essenzialmente a previsioni fosche di una stagflazione Usa e di pesanti impatti economici in Europa e nella maggior parte delle economie avanzate. Le prime risposte del Canada e i nuovi dazi cinesi del 34% sulle materie d’importazione statunitense confermano che la guerra commerciale globale è entrata in una ulteriore fase di escalation.
La persistente debolezza del dollaro, che normalmente invece procede in direzione opposta a quella del petrolio, conferma che lo scenario non è positivo.
Anche le previsioni di Goldman Sachs sui prezzi del petrolio greggio sono stati ridotti di ben 5 dollari per il 2025 a 66 per il Brent e a 62 dollari al barile per il WTI.
S&P Global Market Intelligence stima che nel caso peggiore (il classico “worst-case scenario”) con l’attuale guerra commerciale la domanda mondiale di petrolio potrebbe essere sforbiciata di ben 500.000 barili di petrolio al giorno.
Con la risposta dura della Cina, si preparano inoltre nuove reazioni globali al D-Day di Trump.
Il pericolo di nuove contro-misure che si risolvano in definitiva in ulteriori attacchi agli scambi globali e nuove spinte stagflattive in definitiva cresce.