L'ha fatto: Trump vara dazi contro tutti
pubblicato:Tariffe più alte contro Cina, Giappone e UE, mercati azionari USA i più penalizzati

Dopo settimane passate tra annunci e sospensioni il presidente Donald Trump ieri sera ha firmato l'atto che istituisce dazi del 10% come base di partenza nei confronti delle merci importate negli USA da qualsiasi Paese, a far data dal 5 aprile.
In più, saranno imposte "tariffe individuali reciproche nei confronti degli Stati con cui gli Stati Uniti hanno i deficit commerciali più ampi", con effetto dal 9 aprile. Alcuni beni sono esclusi dai dazi decisi ieri come rame, farmaceutici, semiconduttori, legname, oro in lingotti, energia e determinati minerali non disponibili negli USA.
Cina, Giappone e UE sotto pressione
Tra i Paesi che avranno un trattamento di sfavore, oltre a Messico e Canada per i quali sono già operativi dazi del 25%, troviamo la Cina con tariffe al 34%, il Giappone al 24%, l'India al 26%, la Svizzera al 31%. L'Unione Europea sarà colpita da dazi al 20%. Da segnalare che tutti questi Paesi e giurisdizioni hanno tariffe sui beni importati dagli USA doppie rispetto a quelle annunciate ieri. La Cina ha subito chiesto di ritirare il provvedimento minacciando ritorsioni, mentre l'UE è pronta a colpire le big tech americane (in difesa delle quali era intervenuto il vice di Trump, Vance, qualche settimana fa).
Borse già, soprattutto quelle americane
I mercati non hanno apprezzato: l'indice Nikkei 225 cede oltre il 3%, gli indici cinesi CSI 300 perdono lo 0,5% e l'1,7% rispettivamente, il future sull'EURO STOXX 50 cede oltre il 2%. Ma per i derivati sugli indici americani va pure peggio: quello sull'S&P 500 segna -3,1%, NASDAQ 100 a -3,6% e Dow Jones Industrial a -2,3%. I mercati scontano quindi quello che da tempo gli economisti vanno dicendo: una guerra commerciale a suon di dazi porta danni per tutti, Stati Uniti compresi.
Trump in calo nei sondaggi
Un sondaggio Reuters-Ipsos sul gradimento delle politiche economiche di Trump riporta che solo il 37% degli americani è favorevole, in calo dal 43% registrato subito dopo l'insediamento a gennaio. Siamo ben sopra il 32% registrato da Biden alla fine del suo mandato ma ben sotto il 45-50 per cento su cui si era assestato Trump durante tutta la sua prima permanenza alla Casa Bianca.