Intel, la nuova era di Tan comincia fra luci e ombre
pubblicato:Il nuovo CEO del colosso dei chip invia segnali di continuità: si accelera su Intel 18A, ma c'è già un rinvio sul Panther Lake. Semiconduttori made in Usa? Finora ha fallito, ma in futuro si vedrà

Wall Street che ansia. Il nuovo amministratore delegato di Intel Lip-Bu Tan non ha fatto in tempo a insediarsi che ha già ha il fiato degli investitori sul collo. Il colosso storico dei chip ha presentato al mercato il nuovo CEO appena lo scorso 12 marzo, con tutto il sussiego di circostanza, e Tan ha fatto appena in tempo a inserire una nota in calce al bilancio 2024 di Intel con cui non ha niente a che fare, che oggi il Wall Street Journal titola: “Clock is ticking for Intel’s new boss”, l’orologio fa tic tac per il nuovo capo di Intel.
Intel, la fiducia dura poco a Wall Street, adesso ci vogliono i numeri
In effetti a guadare il grafico dei prezzi di Intel a Wall Street si vede che il rally del titolo da 19,78 dollari a 25,92 sembra già consumato, l’azione è tornata nell’intorno dei 22 dollari e preme dall’alto la media mobile esponenziale a 90 sedute, con il rischio di un ritorno al punto di partenza.
A 18,51 euro, sui minimi di settembre, l’azione della società di Santa Clara rischierebbe nuove e più importanti cadute.
La fiducia dura poco a Wall Street, ben presto ci vogliono i numeri.
L’anno scorso Intel ha perso 19,23 miliardi di dollari. I ricavi sono calati, da 54,2 a 53,1 miliardi, ma sono stati i costi a segare i margini e gli investimenti.
Intel ha puntato sulla manifattura Usa avanzata che Biden aiutava con gli incentivi. Trump preferisce i dazi (nel frattempo i soldi sono finiti...), ma il saldo della partita a oggi è nettamente negativo.
Il gruppo Intel ha investito 10,23 miliardi di dollari nel 2022, 24 miliardi nel 2023 e 18,25 miliardi nel 2024. I capex sono stati di 23,9 miliardi di dollari l’anno scorso (poco meno che nei due anni precedenti).
L’anno scorso Intel ha licenziato il 15% della forza lavoro, ma è ancora il maggior datore di lavoro nel famoso indice dei semiconduttori di Philadelphia.
La produttività dei lavoratori, intesa come fatturato annuale per dipendente, è stata di circa 488 mila dollari, molto meno di competitor come Micron e GlobalFoundries, senza poi considerare gli oltre 900 mila di TSMC, il colosso dei chip di Taiwan che sta investendo negli Stati Uniti produce i famosi chip di Nvidia.
Intel e l'esempio di successo di Nvidia
Già Nvidia. La casa dei microprocessori guidata da Jen-Hsun Huang è un po’ l’altra faccia della tecnologia Usa, in questa fase, sono quelli bravi che fanno i soldi, mentre qui si suda e si buttano quattrini.
C’è chi, a fare un confronto, dice che ormai la gara è persa, Nvidia è troppo avanti, anche se i dazi e la guerra commerciale con la Cina potrebbero stravolgere lo scenario di gioco, così come le straordinarie performance (e soprattutto i bassissimi costi) di DeepSeek potrebbero orientare la partita in un altro modo.
I modelli sono completamente diversi.
Intel si è concentrata nei chip per i pc fino a sfiorare il monopolio, ha segato il business delle memorie e ha rinunciato alla storica opportunità degli smartphone.
Sfide esistenziali che il gruppo ha combattuto con decisioni importanti non sempre giuste (smartphone). Così come esistenziali potrebbero essere le prossime decisioni del management proprio sui temi caldi di questa nuova amministrazione Trump.
Alcuni temi Tan li ha già trattati nella lettera agli azionisti in calce al terribile bilancio 2024.
Refocusing on our customers. Può voler dire molte cose, dal necessario inchino alla domanda che dovrebbe spazzare via in fretta una certa sicumera accumulata nei tempi d’oro, all’adattamento alla richiesta del mercato, che può voler dire molte altre cose.
Sicuramente il taglio dei costi resterà un mantra: Tan ha citato il piano di riduzione delle spese da 10 miliardi che ha portato al taglio del 15% della forza lavoro.
Si andrà avanti su questa strada. Ancora oggi 7 pc su 10 hanno dentro un chip di Intel, nel mondo, ma con le perdite dell’ultimo anno, non solo in Borsa, non c’è spazio per la compiacenza, anche se quasi tre quarti dei data center primari del mondo hanno dentro il silicone di Intel. La preda grossa è proprio lì: i super data center per l’intelligenza artificiale dove, secondo Tan, c’è spazio per costi più bassi e una potenza di calcolo più efficace.
In altre parole la battaglia ricomincia sul terreno di Nvidia e del cloud computing.
Ma qui si pone proprio il primo dubbio: fare come loro che producono tutto o quasi con un professionista mondiale come TSMC o fare in casa, come vorrebbe Washington.
La strada delle fonderie finora è costata cara, ha quasi fatto fallire Intel, ma ormai, per certi versi la casa di Santa Clara non può tornare indietro, per altri deve dimostrare che il percorso è sostenibile.
Tutte queste domande martelleranno il management nei prossimi mesi e rimbalzeranno sui corsi a Wall Street in concomitanza con le evoluzioni della guerra commerciale.
Intel, il nuovo processo produttivo e il nuovo chip
C’è questa cosa che si chiama Intel 18A, che è il nuovo processo di produzione di microprocessori del gruppo. Promette il 15% di performance in più per watt, il 30% di chip density in più, potrebbe essere la prima tecnologia sotto i 2 nanometri prodotta in Nord America. Non c’è dubbio che l’appeal repubblicano non manca.
Bene appena ieri Intel ha detto che il nuovo processo è in “risk production”: è entrato nell’ultima fase di stress test prima del lancio a regime della produzione nella seconda metà del 2025.
Il quasi è un po’ poco per un mercato affamato di nuove soluzioni e anche il rinvio del nuovo chip “Panther Lake” al 2026 non è proprio un buon viatico per il nuovo corso di Lip-Bu Tan.
Le cartucce rimaste sono poche. Bisognerà giocarle bene.