Mercato del lavoro e immobiliare, le spine nel fianco della ripresa Usa

Mercato del lavoro e immobiliare, le spine nel fianco della ripresa Usa.

Una domanda che si fanno sempre piu' di frequente gli economisti e' quanto possa durare ancora la ripresa degli USA. Se la fase di espansione si estendera', come probabile, fino al 2019 saranno infatti 10 gli anni di crescita dell'ultimo ciclo economico. Era infatti il 2009 quando, sotto la presidenza Obama, gli Usa uscirono dalla terribile recessione che li aveva colpiti a seguito dei crolli del sistema finanziario. Gia' adesso la durata di questa fase espansiva batte quella del periodo 1961-1968, che era la seconda nella classifica delle piu' longeve, e l'anno prossimo si potrebbe arrivare a battere il record di 10 anni appartenente al periodo 1991-2001 (anno quest'ultimo che i meno giovani ricorderanno per lo scoppio della bolla della new economy).

Sulle ragioni che hanno permesso questa prolungata ripresa si e' gia' detto tutto, sostanzialmente l'atteggiamento aggressivo delle primarie banche centrali, non solo della Fed, verso una politica monetaria ultra accomodante adottata per uscire dalle secche della precedente recessione ha generato un'onda lunga che ha sostenuto fino ad oggi, anche se questa politica non e' piu' universalmente adottata (la Fed per prima ha gia' iniziato lo scorso anno ad alzare i tassi di interesse), sia l'economia sia i mercati finanziari.

Il problema, osservano alcuni, e' che questa ripresa, in particolare negli Usa, e' stata prolungata ma debole: in media negli ultimi anni la crescita e' stata del 2,2% e per la prima volta durante un ciclo espansivo dopo la seconda guerra mondiale non c'e' stato un singolo anno che abbia superato il 3% di aumento del Pil. Questo risultato potrebbe essere raggiunto grazie alla applicazione della riforma fiscale, ma ancora una volta saremmo in presenza di una ripresa "aiutata" da fattori esterni, come lo e' stata dal QE nel recente passato, e non da una forza intrinseca. I pessimisti ritengono che queste dosi massicce di doping alla fine possano non bastare piu' per mantenere in vita la fase espansiva, e che una futura, inevitabile, recessione potrebbe essere pesante proprio a causa dell'artificiosita' che ha mantenuto in vita la ripresa.

Lo studio del grafico dei dati delle variazioni percentuali del Pil statunitense dal periodo precedente mostra che l'uscita dalle fasi recessive dopo il 1950 e' sempre stato caratterizzato da una impennata della crescita che va dal 7,0/7,5% degli anni fino al 1985 al 3,5%/5% dei periodi successivi. La mancanza di una accelerazione nell'aumento del Pil dal 2009 ha pesato sul mercato del lavoro limitando la crescita dell'occupazione all'1,4% medio, un valore che in situazioni analoghe negli anni '80 aveva raggiunto il 2,8%.

Il fatto poi che questa crescita dell'occupazione non sia stata generalizzata, durante la presidenza Obama infatti la meta' circa dell'aumento dei posti di lavoro e' stato appannaggio dell'1% delle fascie piu' alte della popolazione, senza che la middle class ne avesse i benefici sperati, spiega in parte il successo di Trump alle ultime presidenziali.

L'avvicinamento ai record di durata dei precedenti periodi espansivi stimola gli economisti nella ricerca di quelli che potrebbero essere i motivi scatenanti di una nuova fase recessiva per l'economia e di ripiegamento per le borse. Recentemente le uscite di Trump sui dazi hanno fatto pensare che l'inizio di una guerra commerciale a livello globale potesse essere la miccia accesa sotto il Pil statunitense, ma il recente sviluppo degli eventi ha dipinto un quadro diverso, e' infatti lecito pensare che l'attivismo presidenziale sia principalmente volto a presentarsi alle elezioni di medio termine di novembre con una immagine forte da presentare agli elettori.

Il rischio per la ripresa economica potrebbe risiedere invece ancora una volta nei mercati finanziari. Il ciclo rialzista sui tassi inaugurato recentemente dalla Fed potrebbe colpire in futuro le borse, dando l'avvio ad un avvitamento anche dell'economia. Alcune crepe si stanno comunque gia' aprendo sulla strada dell'espansione.

Un elemento da mettere sotto osservazione per valutare la fragilita' del ciclo economica nella sua condizione attuale e' quello del mercato del lavoro. A marzo infatti il numero di nuovi posti creati si e' fermato a 103mila unita', il minimo degli ultimi 6 mesi, piu' basso delle attese che erano di 170mila unita'. A febbraio i posti di lavoro creati erano stati 326mila e la media del primo trimestre e' stata di 202mila unita' al mese. La disoccupazione rimane al 4,1%, i minimi degli ultimi 17 anni, ma i recenti dati potrebbero mostrare che tale valore non e' piu' comprimibile.

Il tasso di partecipazione alla forza lavoro e' sceso a marzo al 62,9% e continua a mantenersi in attorno ai livelli piu' bassi dagli anni '70. L'aumento dei salari orari dello 0,3% a marzo ha portato la crescita su base annua al 2,7% dal 2,6% di febbraio, un segnale positivo sul fronte dell'inflazione, che grazie all'aumento dei salari potrebbe continuare a salire fomentando altri rialzi dei tassi Fed, ma la media degli ultimi anni resta troppo bassa, vicina al 2%, per innescare un cambiamento nell'atteggiamento dei consumatori, pur tenendo conto dell'aumento della spesa privata dello 0,4% a marzo sul mese precedente.

L'indice Pce (personal consumption expenditures price index) nella versione che esclude cibo ed energia a marzo e' cresciuto dell'1,9% su base annua dall'1,6% del mese precedente. L'aumento tentennante dell'inflazione aveva trattenuto la Fed nel 2017 ma con il Pce su questi livelli una previsione di almeno 3, se non 4, rialzi nel 2018, dei quali il prossimo gia' a giugno, appare quasi scontata.

I tassi Fed potrebbero salire entro il 2020 dall'attuale 1,50/1,75% al 3%. Tornando al mercato del lavoro, a marzo si e' messa in evidenza la perdita di 15mila posti nel settore delle costruzioni, la prima flessione dal luglio del 2017, una brusca inversione di rotta dai +65mila lavoratori di febbraio.

Il comparto immobiliare e' un altro dei soggetti sospettati come potenziale causa di interruzione della ripresa, la sua crescita, sostenuta dalla domanda, e' infatti in continua accelerazione ma prima o poi dovra' fare i conti con l'incremento del costo del denaro e dei rendimenti sui titoli di stato, che condizionano i muti.

Il dato di marzo relativo alla apertura di nuovi cantieri edili mostra una crescita dell'1,9% sul mese precedente ma nello stesso mese il dato sulla vendita di case esistenti ha deluso le attese di un +0,8% con una crescita dello 0,4% su base mensile e un calo del 3% rispetto ad un anno prima. La vendita di case nuove e' invece aumentata a marzo del 4% su base mensile e dell'8,8% su base annua.

I prezzi delle case pero' stanno crescendo molto velocemente, l'indice S&P/Case-Shiller nazionale a febbraio e' salito dello 0,5% dal mese precedente e del 6,3% su base annua mentre l'indice 20-city (prezzi delle case nelle 20 principali citta' Usa) e' salito dello 0,6% su base mensile e del 6,8% su base annua facendo registrare l'aumento annuale maggiore da meta' 2014.

Anche i tassi sui mutui stanno tuttavia crescendo, di pari passo all'aumento di quelli sui Treasury, e con il tempo questo potrebbe danneggiarne la domanda.

In questa ottica la recente violazione sul grafico dell'indice Philadelphia Stock Exchange (PHLX) Housing Sector Index (HGX) della media mobile a 200 giorni e della trend line rialzista che sale dai minimi di novembre 2016 assume un tono profetico: la tendenza rialzista di lungo periodo, non a caso l'indice sale dal 2009, l'anno della ripartenza dell'economia, e' a rischio? In realta' un segnale di inversione in senso ribassista duraturo ancora non e' stato inviato, solo sotto area 290 sarebbe lecito iniziare a preoccuparsi seriamente in questo senso, tuttavia il calo degli ultimi mesi, del 18% circa dai massimi di gennaio ai minimi di aprile, non solo non e' trascurabile ma male si concilia con i dati tutto sommato buoni descritti sopra.

Considerazioni analoghe valgono per l'S&P Homebuilders Select Industry Index, anche lui ormai da alcune settimane al di sotto della media mobile a 200 giorni (che era al rialzo dal febbraio 2017): una violazione dei 3750 punti farebbe temere l'avvio di una flessione duratura a correzione dell'uptrend che parte dai minimi del 2009.

In base alle valutazioni precedenti e' evidente che il mercato immobiliare da solo potrebbe non essere in grado di fare deragliare la ripresa economica, tuttavia gli stessi elementi che pesano su questo settore, primi tra tutti i tassi di interessi in crescita, potrebbero essere responsabili di danni anche alla struttura rialzista delle borse.

I tassi dei titoli di stato a 2 anni sono saliti con decisione dal settembre del 2017, quando valevano l'1,25% circa, fino al 2,5% circa attuale, ma questo rialzo non sembra ancora finito. Ulteriori indicazioni in favore del proseguimento del rialzo verrebbero proprio al di sopra del 2,5%, con obiettivi che l'analisi tecnica individua prima al 2,85%, poi al 3,35%, quota raggiungibile, stando alla inclinazione del trend recente, gia' entro un anno.

Per i titoli di stato decennali, punto di riferimento per il mercato dei mutui immobiliari, invece la quota critica e' quella del 3,036%, massimo del dicembre 2013. Oltre quei livelli verrebbe interrotta la fase laterale sviluppatasi dall'inizio del 2012 e si potrebbe assistere ad un movimento brusco a correzione del lungo ribasso visto dai massimi del 1981 al 15,84%, con obiettivi prima al 3,9%, poi al 4,7%.

Difficile immaginare che una eventuale rottura del 3,03/04% da parte dei rendimenti sui titoli a 10 anni, quota percepita come critica non solo dagli studiosi dei grafici ma da tutto il mercato, potrebbe non avere effetto sulla borsa: il rialzo dei rendimenti andrebbe di pari passo con quello del costo del denaro, quindi con maggiori costi di finanziamento per le aziende che avrebbero minori margini di manovra per alzare i salari, per investire, per remunerare gli azionisti (che sono spesso anche consumatori privati), insomma per mantenere viva la ripresa.

Gli ottimisti potrebbero opporsi a questa visione con l'osservazione che in passato i mercati azionari convivevano con rendimenti del 5% o superiori, quindi il superamento della soglia del 3% non dovrebbe necessariamente rappresentare un problema. C'e' tuttavia anche chi fa giustamente notare che la velocita' di crescita dei tassi a 2 anni e' stata superiore rispetto a quella dei 10 anni, con un conseguente appiattimento della curva dei rendimenti. Tale dinamica viene vista come anticipatoria di una fase recessiva, implica infatti che le aspettative sulla crescita dell'inflazione sono dimesse a causa di attese di un rallentamento dell'economia.

Questi movimenti sono evidenti per il momento solo negli States, Europa e Giappone sono relativamente immuni dall'aumento dei tassi come testimonia l'ampliamento dello spread (e all'appiattimento della curva), che ad esempio con i titoli a 2 anni tedeschi ha superato i 300 punti base, ma il golfo che si sta aprendo tra le diverse aree presto o tardi dovra' essere colmato, probabilmente con il canonico ritardo di un anno circa tra la partenza di uno stimolo dagli Usa e la sua ricezione in Europa, quindi i timori avanzati per gli States rischiano in futuro di essere di attualita' anche da noi

Insomma, dai tassi di interesse arrivano segnali che i mercati credono sempre meno all'efficacia delle droghe propinate all'economia nell'ultimo decennio e questa diffidenza potrebbe prossimamente abbandonare il mercato americano e oltrepassare l'Atlantico.