Borsa Usa, i segnali di rallentamento anticipano problemi per l'economia?

Gli occhi dei mercati finanziari sono puntati ormai da tempo sui contrasti commerciali degli Stati Uniti con Cina ed Europa. Le tensioni sono tornate a montare recentemente nonostante l'apparente distensione emersa dalle parole di Donald Trump, che sembra escludere un'ulteriore stretta sugli investimenti di Pechino nel settore tecnologico Usa.

Al momento e' difficile capire se i continui assalti, almeno a livello mediatico, della amministrazione Trump a Cina ed Europa siano dettati dall'avvicinarsi delle elezioni di mid term di novembre, alle quali il presidente Usa vuole presentarsi con una immagine battagliera, oppure se ci sia la effettiva volonta' di scatenare una vera e propria guerra commerciale nella convinzione di poterne uscire vincitori.

Ad inizio giugno Christine Lagarde, direttore del Fondo monetario internazionale, parlando da Berlino aveva avvertito che le nuvole segnalate all'orizzonte gia' sei mesi prima si intensificano ogni giorno per colpa della escalation delle tensioni sui dazi. Le preoccupazioni della Lagarde sono condivise dal direttore generale del WTO, Roberto Azevedo, che ha avvertito sui rischi di seri danni alla economia mondiale. Per il momento il Fmi continua a prospettare una crescita mondiale del 3,9% per l'anno in corso e per il prossimo, il tasso di espansione piu' veloce dal 2011, tuttavia le previsioni diventano piu' pessimistiche oltre tale orizzonte, ipotizzando  un rallentamento dovuto principalmente a tre fattori, il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali, l'esaurirsi dello stimolo fiscale conseguente alla riforma di Trump, e il graduale rallentamento della crescita della Cina necessario per il compimento di un cambiamento strutturale di quella economia.

La guerra dei dazi potrebbe essere l'elemento aggiuntivo che anticipa l'avvio del rallentamento. A ben vedere comunque le previsioni del Fmi relative al Pil del 2019 sono tutte in calo, rispetto a quelle del 2018, per le principali aree geografiche.

La fase espansiva degli Usa dura ormai dal luglio del 2009, si sta quindi avvicinando il decennale di questo periodo di crescita, ma in passato difficilmente l'economia e' riuscita a fare meglio di cosi'. Anzi, i 10 anni sono proprio il periodo massimo di aumento del Pil, almeno dal dopoguerra, quindi l'avvicinarsi di questa scadenza costringe a porsi la domanda se anche in questo caso l'intervallo del decennio di espansione continua non verra' superato.

La Federal Reserve, nel suo ultimo SEP (Summary of Economic Projections) di giugno ha alzato le stime per la crescita del Pil del 2018 dello 0,1% al 2,8% ma ha lasciato invariate quelle per il 2019 e per il 2020. Il buon andamento del mercato del lavoro e dei salari rischia infatti di mettere sotto pressione i prezzi e costringere la Federal Reserve ad agire sul fronte del costo del denaro prima del previsto.

Dopo il Fomc di giugno le prospettive per un quarto rialzo dei tassi gia' nel 2018 sono aumentate e se questo dovesse realizzarsi avrebbe ovviamente un effetto calmierante sull'economia. Al di là dei proclami e delle previsioni ufficiali, che tendono a dipingere la realta' migliore di quello che effettivamente e', l'uscita del dato sulla fiducia dei consumatori Usa di giugno e' un ulteriore campanello di allarme per la tenuta del ciclo.

La fiducia dei consumatori infatti va di pari passo con l’evoluzione dell'economia. Non e' un indicatore anticipatore, come ad esempio l'andamento della fiducia delle imprese manifatturiere, ma constata con realismo la condizione dell'andamento del Pil reale (valore dei beni e servizi calcolata a prezzi costanti). Il fatto quindi che l'indice sulla fiducia dei consumatori Usa sia sceso a giugno a 126,4 punti dai 128,8 di maggio (dato rivisto da 128,0) e a fronte di un consensus di 128 punti e' un ulteriore elemento di cautela.

In questa ottica e' interessante anche menzionare il risultato di un sondaggio condotto ad aprile da Reuters tra 7000 operatori professionali del comparto energetico: il 40% del campione prevede che l'economia Usa possa entrare in recessione gia' entro la fine del 2019, con la percentuale che sale oltre il 50% per la fine del 2020.

E per chi fosse tentato di pensare che il rallentamento della crescita statunitense e' un problema limitato a quell'area dovrebbe guardare all'andamento dei tassi europei per riconsiderare la propria posizione. L'andamento dei rendimenti sui bond tedeschi segue infatti ormai da qualche tempo quello degli analoghi titoli statunitensi, una chiaro indizio che il "decoupling" che aveva caratterizzato il periodo dal 2014 al 2017 si sta ormai avviando al termine.

La Bce ha gia' comunicato le tempistiche del suo "tapering", pur facendo sapere che i tassi rimarranno eccezionalmente bassi per un periodo ancora prolungato (Draghi ha ipotizzato che il primo rialzo dopo 8 anni potra' esserci nell'autunno del 2019 e che interventi successivi saranno graduali), ma l'andamento del costo del denaro, rappresentato dallo "shadow policy rate" (un tasso sintetico che distilla i tassi su scadenze diverse in un singolo valore), e' in crescita.

La Bce del resto gia' adesso prevede un trend in rallentamento per la crescita economica, dopo il 2,1% del 2018 infatti si dovrebbe scendere all'1,9% del 2019 e all'1,7% del 2020, ma queste previsioni non tengono conto degli effetti dei dazi, su acciaio, alluminio, ma anche sulle auto, che verranno eventualmente implementati.

I mercati finanziari, e’ noto, scontano con largo anticipo i cambiamenti piu’ prevedibili, viene quindi da domandarsi se il rallentamento evidenziato di recente dalla borsa Usa sia dovuto non solo alla situazione contingente delle frizioni tra gli Usa e il resto del mondo ma anche al timore di una frenata, anche se non imminente, dell’economia. In prima battuta di quella Usa, ma a seguire anche di quella europea e forse anche di quella giapponese: l’indice Tankan stilato dalla Bank of Japan (che misura la fiducia delle grandi imprese del Sol Levante) è sceso nel secondo trimestre a 21 punti dai 24 punti precedenti e contro i 22 punti del consensus di Reuters. Si tratta della prima flessione di due trimestri consecutivi da quando il premier Shinzo Abe è salito al potere nel dicembre 2012.

Il quadro grafico dell'indice S&P500 e' caratterizzato da una sostanziale incertezza dopo il raggiungimento di nuovi record a fine gennaio a 2872,87 punti. A seguito del picco di gennaio i prezzi sono scesi a testare con i minimi del 9 febbraio a 2533 punti circa la trend line rialzista disegnata dai minimi di febbraio 2016 per poi rimbalzare. La linea e' poi stata messa nuovamente alla prova a aprile e a maggio e ora transita in area 2690. I tentativi di ripresa visti dai minimi di febbraio tuttavia non hanno mai convinto del tutto. Il primo rimbalzo, disegnato tra febbraio e marzo, ho toccato con precisione millimetrica a 2801,90 punti l'ultimo dei ritracciamenti di Fibonacci, il 78,6%, calcolati per il ribasso dal top di gennaio. Questa percentuale di ritorno rappresenta l'ultimo ostacolo da superare per poter confermare una identita' autonoma del movimento in corso, che invece in caso di mancato superamento conserva caratteristiche correttive, rischiando quindi di dimostrarsi solo un intermezzo del trend principale (in questo caso il ribasso dal top di gennaio). La seconda fase della ripresa, quella vista dai minimi di inizio aprile, e' contenuta per il momento all'interno di un canale crescente, ovvero due linee parallele che fanno da sponda ai movimenti dei prezzi. Il lato alto del canale e' stato toccato per tre sedute, dall'11 al 13 giugno, prima che l'indice intraprendesse nuovamente la strada del ribasso.

Un canale di questo tipo potrebbe rivelarsi un "flag", o bandiera, figura di continuazione, ovvero un semplice intermezzo della tendenza, in questo caso il ribasso visto dai massimi del 13 marzo. Notare come i prezzi abbiano impiegato 11 settimane circa per percorrere a ritroso il ribasso che in tre settimane circa aveva portato i prezzi dal top del 13 marzo a 2802 circa ai minimi di inizio aprile a 2554 circa. Attualmente le quotazioni sono a ridosso della linea che sale dai minimi di maggio, passante a 2760 circa. La violazione decisa di questo supporto potrebbe portare al test della base del "flag", a 2662 punti. Sotto quei livelli il "flag" verrebbe abbandonato in favore della ripresa del trend ribassista. Target probabilmente non solo sui minimi di febbraio a 2533 circa ma anche fino a 2440/50. Esiste poi un ulteriore elemento che fa temere per il destino dello S&P500: sul grafico a candele settimanali l'elemento terminato il 15 giugno e' un "doji", caratterizzato da valori coincidenti di apertura e chiusura (2780,18 e 2779,66). Questo elemento indica incertezza da parte del mercato sulla via da seguire, quindi non ha implicazioni necessariamente negative, tuttavia spesso l'incertezza si tramuta in debolezza. Se i prezzi dovessero scendere sotto 2736, base del gap del 4 giugno, il rischio di cali verso 2662 aumenterebbe. Cosa potrebbe mettere a tacere i dubbi sulle possibilita' di ripresa dell'uptrend? Il superamento del top di meta' marzo di area 2802 (anche 78,6% di ritracciamento del ribasso dal massimo di gennaio) sarebbe un primo indizio incoraggiante ma solo la rottura di area 2875/80 potrebbe dichiarare la fine della fase correttiva in atto da inizio anno e la ripresa della tendenza crescente di lungo termine con primi obiettivi a 3100 circa.

E un "doji" e' comparso anche sul grafico ad elementi settimanali dell'indice Nasdaq Composite in corrispondenza dell'ottava terminata il 22 giugno. Candele settimanali simili si erano viste il 5 aprile 2012 e il 21 settembre 2012, il 7 ottobre 2016 e il 28 luglio 2017, solo per citare gli esempi piu' recenti, e avevano sempre anticipato l'avvio di flessioni piu' o meno estese. Ma sul grafico ad elementi settimanali del Nasdaq si notano anche altri indizi che fanno pensare di essere in prossimità di un'area di massimi, almeno temporanei: l'indicatore Macd ad esempio, uno dei piu' seguiti in analisi tecnica, evidenzia una condizione di divergenza ribassista. Da fine gennaio infatti i massimi disegnati sul grafico dell'indicatore sono infatti decrescenti mentre quelli sul grafico dei prezzi sono al rialzo (le due curve quindi hanno comportamenti divergenti). Inoltre la trend line rialzista disegnata sull'indicatore dai minimi di inizio 2016, proprio in virtu' della presenza della divergenza, e' gia' stata violata (a marzo 2018), mentre l'analoga trend line che e' possibile disegnare sull'indice transita ancora al di sotto dei prezzi, passante a 6830 circa. Ribassi al di sotto della media mobile esponenziale a 20 settimane, a 7350 circa, potrebbero portare al test di 6830 e la eventuale violazione anche di quei livelli confermerebbe i recenti segnali negativi. Solo una decisa rottura del picco del "doji" settimanale del 22 giugno, a 7806,60, potrebbe allontanare i timori di essere in presenza di una fase di distribuzione, introduttiva quindi ad un ripiegamento corposo.