Azionario Cina in lotta con le resistenze

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed il capo dei consiglieri economici della Casa Bianca hanno fatto il giro dei talk show televisivi annunciando che la guerra commerciale con la Cina verra' evitata dal momento che i recenti colloqui tra Donald Trump ed il vice premier cinese hanno avuto successo e quindi l'amministrazione ha deciso di non portare avanti il piano di sanzioni e dazi su merci e servizi cinesi. A contribuire al clima di distensione l'apertura di Donald Trump, che si è detto pronto a impegnarsi perché il colosso tecnologico cinese Zte possa "tornare velocemente a fare affari" dopo che lo scorso mese il produttore di apparati e infrastrutture per la telefonia mobile aveva incassato l'interdizione a operare in Usa per un periodo di sette anni. Andando a scavare nelle dichiarazioni degli ultimi giorni ci si accorge in realta' che le trattative tra Washington e Pechino si sono concretizzate finora solo nelle citate dichiarazioni di Steven Mnuchin, U.S. Secretary of the Treasury (il ministro del Tesoro di Washington), che non ha messo la parola fine alla guerra commerciale ma l'ha solo definita "in pausa". L'amministrazione di Donald Trump voleva strappare alla Cina una dichiarazione precisa su impegni per aumentare l'import dagli Usa di 200 miliardi di dollari, specificando anche per quali prodotti. Pechino ha concesso solo "significativi aumenti all'export agricolo e di energia dagli Usa", aggiungendo che "le delegazioni hanno anche discusso dell'espansione del commercio di beni e servizi". Per il mercato questo è stato comunque abbastanza, l'effetto distensivo di queste novita' sulle borse e' stato evidente.

 

Il mercato azionario cinese sembra infatti intenzionato ad interrompere la fase calante che ne ha caratterizzato l'andamento nelle ultime settimane.

La situazione economica cinese del resto è incoraggiante e se la "guerra dei dazi" dovesse risolversi in una semplice revisione degli accordi commerciali le prospettive per il mercato azionario resterebbero positive.

 

A inizio marzo He Lifeng, capo del National Development and Reform Commission cinese, ha approvato un obiettivo di crescita per il 2018 del 6,5%, target che era stato fissato durante la prima sessione del tredicesimo National People’s Congress. Il fatto che il governo cinese si "accontenti" di questo obiettivo, dopo decenni di crescita a 2 cifre, dipende dal mutato atteggiamento nei confronti della crescita. Il presidente Xi Jinping ha infatti inaugurato una nuova era, quella dello sviluppo di qualità, dove si vuole ridurre il livello di inquinamento ambientale e aumentare il controllo sui rischi finanziari. Per arrivare a tali risultati saranno necessari un taglio alla sovrapproduzione del carbone dell’acciaio e l'applicazione di misure restrittive sul debito nazionale.

 

Gli obiettivi di crescita sembrano allineati con i risultati ottenuti fino ad ora.

 

Secondo quanto comunicato dall'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, il Pil della Cina è infatti cresciuto del 6,8% annuo nel primo trimestre, come nei due precedenti periodi (6,9% era invece stato l'incremento registrato nei primi due trimestri del 2017) e sopra al 6,7% del consensus del Wall Street Journal. Trimestre su trimestre la crescita del Pil, rettificata su base stagionale, è stata invece dell'1,4% contro l'1,6% dell'ultimo periodo dello scorso anno (1,7% nel terzo trimestre) e l'1,5% atteso dagli economisti. Nell'intero 2017 il Pil della Cina era progredito del 6,9% a fronte del 6,7% d'incremento registrato nel 2016.  Secondo lo State Information Center (Sic, think tank ufficiale legato alla National Development and Reform Commission), il Pil della Cina e’ stimato in crescita del 6,7% nel secondo trimestre, contro il 6,8% registrato nei primi tre mesi del 2018 (e nei precedenti due trimestri). 

Il comparto manifatturiero tiene nonostante le tensioni con gli Usa. Ad aprile infatti l'indice Pmi si è mantenuto per il ventunesimo mese consecutivo sopra la soglia che separa espansione da contrazione. Secondo quanto comunicato dall'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, l’indice Pmi manifatturiero è calato a 51,4 punti in aprile dai 51,5 punti di marzo (50,3 punti in febbraio) ma il dato è superiore rispetto ai 51,3 punti del consensus del Wall Street Journal.

L’indice Pmi non manifatturiero comunicato dalla China Federation of Logistics and Purchasing in collaborazione con l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino, calcolato prevalentemente su costruzioni e servizi, è salito in Cina in aprile a 54,8 punti contro i 54,6 punti attesi dagli economisti per una lettura invariata rispetto a marzo (54,4 punti in febbraio).

Il Pmi Composite, che raggruppa manifatturiero e servizi, è invece cresciuto in aprile a 54,1 punti dai 54,0 punti di marzo (53,9 punti in febbraio).

Anche la lettura relativa al mese appena chiuso del Purchasing Managers' Index (Pmi) elaborato da Markit/Caixin si è attestata a 51,1 punti, contro i 51,0 punti di marzo (51,6 punti in febbraio) e contro il calo a 50,9 del consensus di Reuters.

Cresce anche il Purchasing Manufacturers' Index (Pmi) nel settore dei servizi sempre nella versione elaborata da Markit/Caixin. La lettura relativa allo scorso mese è infatti di 52,9 punti contro i 52,3 punti di marzo (54,2 punti in febbraio), ma sotto ai 53,4 punti del consensus. Il Pmi Composite, che raggruppa manifatturiero e servizi, è parimenti salito in aprile a 52,3 punti dai 51,8 punti di marzo (53,3 punti in febbraio).

La produzione industriale ha registrato in Cina nel mese di aprile una crescita del 7,0% annuo, in accelerazione rispetto al 6,0% di marzo ma ancora sotto al 7,2% del periodo gennaio-febbraio (le statistiche relative ai primi due mesi dell'anno sono abitualmente accorpate a causa delle lunghe festività del Capodanno lunare, nel 2018 caduto il 16 febbraio). Il dato è superiore al 6,4% del consensus di Reuters.

Sotto controllo il tasso di inflazione che ha rallentato ulteriormente in aprile all'1,8% annuo dal 2,1% di marzo (2,9% in febbraio, livello più elevato dal 3,02% del novembre 2013). Il dato è anche inferiore all'1,9% del consensus di Bloomberg. Su base mensile l'indice dei prezzi al consumo ha segnato invece un declino dello 0,2% contro il calo precedente dell'1,1% (e la crescita dell'1,2% di febbraio) e la flessione dello 0,1% attesa dagli economisti.

La crescita dei prezzi alla produzione è salita in aprile al 3,4% annuo dal 3,1% di marzo (3,7% in febbraio), che era il livello più basso dall'1,2% dell'ottobre 2016. Si tratta del ventesimo mese consecutivo d’espansione (dopo una striscia di 54 mesi di declino) ma il dato è inferiore al 3,5% del consensus di Reuters. Su base sequenziale i prezzi alla produzione sono invece calati dello 0,2% come in marzo, dopo il declino dello 0,1% di febbraio.

L'indice azionario Hang Seng di Hong Kong ha inviato un segnale di forza il 10 maggio superando in area 30660 con un gap rialzista la trend line decrescente che parte dal massimo storico di fine gennaio e la media mobile a 100 giorni. Recuperi oltre i 32000 punti dovrebbero favorire un nuovo test dei massimi di gennaio a 33484 punti. Sopra quei livelli il target si sposterebbe inizialmente a 36000 punti, in ottica temporale più estesa fino in area 40500.

Il Lyxor China Enterpr Hscei Ucits Etf Acc (CINA), denominato in euro e avente come riferimento l'Hang Seng China Enterprises NTR, dovrà superare area 153 per fornire indicazioni in favore del ritorno sui massimi di fine gennaio a 161,98. Oltre quella quota diverrebbe credibile il ritorno sui massimi di aprile 2015 a 190 punti. Solo sotto area 140 le possibilità di rialzo verrebbero messe seriamente in discussione.

L’economia di Hong Kong del resto è tornata ad accelerare nel 2018. Il Pil dell’ex colonia britannica è infatti cresciuto del 4,7% nel primo trimestre, in netta accelerazione rispetto al 3,4% dei tre mesi allo scorso 31 dicembre (3,7% nel terzo trimestre 2017). Si tratta del sesto trimestre consecutivo con crescita superiore al 2,7% della media degli ultimi dieci anni. Su base sequenziale il Pil di Hong Kong è invece progredito del 2,2% nei primi tre mesi dell'anno, dopo lo 0,8% d'incremento di terzo e quarto trimestre. Nell'intero 2017 l'economia di Hong Kong aveva registrato un'espansione del 3,8% contro il progresso dell'1,9% del 2016, nel rialzo più netto dal 2011.

L'indice di Shanghai invece per il momento si è limitato con il rimbalzo visto dai minimi di aprile a 3042 punti circa a testare dal basso la media mobile a 50 giorni, passante a 3185 circa. La rottura di questo riferimento e il superamento a 3243 del lato alto del gap ribassista del 23 marzo fornirebbero basi più solide per un tentativo di estensione del rimbalzo almeno fino 3380, con target successivo sui massimi di gennaio a 3587 punti. La violazione a 3055 della base del canale moderatamente crescente disegnato dai minimi di gennaio 2016 potrebbe invece comportare una estensione della fase ribassista vissuta nei primi mesi dell'anno con obiettivi a 2800 almeno.

Anche nel caso della borsa di Shenzhen il rimbalzo messo a segno dall'indice dai minimi di inizio maggio a 1059 punti è per il momento troppo esiguo per permettere di parlare di una inversione del precedente downtrend. Oltre area 1130 inizierebbero invece a crearsi le condizioni per una estensione della ripresa, con conferme successive al di sopra dei 1165 punti. Il superamento di quella quota potrebbe permettere il test dei massimi di gennaio a 1224 circa. Gravi indizi di debolezza invece alla violazione di area 1050.

Il Xtrackers Ftse China 50 Ucits Etf (XX25), denominato in dollari Usa e avente come benchmark il Ftse China 50 TR, segue una tendenza decisamente rialzista dai minimi di febbraio 2016 a 20,90 punti. La rottura di quota 36 dovrebbe permettere un nuovo test dei massimi di gennaio, a 37,86 punti, con target successivo sul top di aprile 2015 a 39,90. La media mobile a 52 settimane, supporto dimostratosi solido anche nel recente passato, transita a 33 punti circa. Solo la violazione di quei livelli potrebbe mettere in discussione la tenuta dell'uptrend.