TIM, INWIT e Open Fiber tra richieste di risarcimento e piani per la rete sempre più affollati

30/06/2020 15:27:05

Le vendite che colpiscono oggi i mercati azionari non risparmiano nel primo pomeriggio Telecom Italia (-2,7%) e Inwit (-0,22%). Anche se il settore delle telecomunicazioni, sia su rete fissa che mobile, appare più vivace che mai.

Non è passato inosservato infatti il paragrafetto della relazione del primo trimestre di TIM che rivela che Open Fiber lo scorso marzo l'ha convenuta in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano con una pretesa risarcitoria da 1,5 miliardi di euro per danni causati da un presunto abuso di posizione dominante. Almeno sei sarebbero le condotte anticoncorrenziali contestate a TIM.

La battaglia tra la Open Fiber di CDP Equity ed Enel si espande dunque anche sul piano legale mentre il tema della rete unica diventa sempre di più una questione internazionale. D'altronde nel momento in cui l'infrastruttura strategica di telecomunicazioni italiana diventa una pietra miliare di tutte le politiche di digitalizzazione futura del Bel Paese e d'Europa, è forse inevitabili che i nodi irrisolti vengano al pettine.

Alcuni passaggi restano però importanti per capire a che punto siamo. A marzo TIM ha annunciato di avere avviato con il fondo statunitense KKR trattative in esclusiva per un ingresso nel capitale della sua rete secondaria mista di fibra e rame. Si è ipotizzato un 40% della rete e i rumors parlavano di possibili investimenti di KKR fino a 7-7,5 miliardi di euro. In altri termini TIM aveva trovato un alleato forte nel confronto con Open Fiber sull'improcastinabile sviluppo della fibra in Italia.

Se tutti in linea di principio pensano che sarebbe più utile integrare gli investimenti in un'unica rete italiana, è chiaro che il modo della fusione può condizionarne definitivamente il significato. In altre parole la nuova società della rete potrebbe essere privata, ossia di TIM, o pubblica, ossia di Open Fiber. Questi due poli (che non escludono soluzioni intermedie miste) condizionano anche il modello di business, perché se Open Fiber è una rete terza che non si cura dei contenuti e dei dati che transitano sulla sua fibra, TIM è invece un operatore integrato che alla rete aggiunge un'offerta commerciale diretta in competizione con altri operatori. I due modelli sono molto diversi e ne derivano anche impatti diversi sul concetto di "neutralità della rete".

Comunque sia la portata internazionale del dossier è stata confermata lo scorso 16 giugno, quando il cda di Enel ha confermato di avere ricevuto poco meno di una settimana prima un'offerta vincolante dal fondo infrastrutturale australiano Macquarie per il suo 50% di Open Fiber. Insomma tutti sembrano volere investire nella digitalizzazione dell'Italia e nei suoi investimenti nella rete, magari riducendo il peso (potenziale) dello Stato nel settore.

Se infatti CDP ed Enel hanno infatti come azionista di riferimento lo Stato Italiano e CDP ha anche un 5% di TIM, nessuno vorrebbe perdere l'occasione di lavorare con i fondi che prevedibilmente pioveranno sul settore da Roma e da Bruxelles.

L'interesse estero non si restringe però alla rete fissa, perché come noto di recente Tim ha fuso la propria rete mobile, le torri di Inwit, con quella di Vodafone in Italia, diventando socia paritetica dell'operatore britannico in una tower company ormai quotata nel Ftse Mib. Successivamente agli inglesi si sono aggiunti i francesi. Si era infatti appena assestato l'azionariato di Inwit con un 33,17% del capitale in mano a TIM e altrettanto in mano a Vodafone, quando TIM ha annunciato un nuovo round da 1,6 miliardi di euro. In pratica annunciando l'intenzione di mettere le proprie quote di Inwit (tra l'altro vincolate da un patto con Vodafone) in una nuova holding di cui un consorzio di investitori stranieri avrebbe avuto il 49%, quote pagate a TIM appunto 1,6 miliardi di euro.

Si è appreso da una pubblicazione obbligatoria in materia che la nuova holding è TIM SPV (della quale in effetti non si sa tantissimo) e che alla fine il consorzio che finanziava la holding attraverso società lussemburghesi è composto di Ardian, la Predica del Credit Agricole e la Credit Agricole Vita. In pratica in TIM SPV finirà il 30,2% di Inwit, ma la governance dovrebbe rimanere a TIM e con essa i rapporti con Vodafone in Inwit.

Un altro 3% di Inwit dovrebbe invece andare a Canson Capital Partners (Guernsey) Limited operatore della finanza internazionale attivo sui dossier Refinitiv-LSE, Kantar e molto altro. Di certo lo scenario si sta dunque affollando e mentre Elliott si riduce nel capitale di TIM, Vivendi tace con le sue quote del 23,9% di TIM su corsi troppo elevati per vendere ora.
Tra i soci di TIM peraltro spuntano altri nomi di peso come quello del Canada Pension Plan Investment Board al 3,13% del capitale.

Di certo tanta pressione su più fronti dovrà sfociare in qualcosa, forse, per una volta, nella modernizzazione del Paese.

GD - www.ftaonline.com