Usa, corporate bond a livelli record, borsa a rischio

Le prime sedute di dicembre hanno fatto emergere alcuni elementi rilevanti per l'andamento futuro delle borse, non solo limitatamente al breve termine ma anche in un'ottica piu' dilatata.

 

La prima novita' interessante riguarda il Pmi manifatturiero della Cina che e' salito in novembre a 50,2 punti dai 49,3 punti di ottobre. L'indice torna dopo sei mesi sopra la soglia che separa espansione da contrazione e la lettura e' migliore rispetto ai 49,5 punti del consensus di Reuters. L'indice Pmi della Cina elaborato da Markit/Caixin e' invece cresciuto in novembre a 51,8 punti dai 51,7 punti di ottobre, sui massimi dai 51,9 punti del dicembre 2016.

 

La seconda novita' riguarda gli USA, dove l'Institute for Supply Management ha reso noto che l'indice ISM manifatturiero, nel mese di novembre, si e' attestato a 48,1 punti dai 48,3 punti del mese precedente. Il dato e' risultato inferiore alle attese degli analisti che avevano stimato un valore dell'indice pari a 49,2 punti.

 

Ma non e' questo l'unico segnale di rallentamento dell'economia produttiva americana: il Census Bureau ha infatti reso noto che negli States la spesa per le costruzioni e' scesa dello 0,8% a ottobre dopo la contrazione dello 0,3% a settembre (rivisto da +0,5%), deludendo le attese degli economisti fissate su un incremento dello 0,4%.

 

Gli Stati Uniti non sono da soli in questa situazione di rallentamento. Secondo gli ultimi dati PMI di IHS Markit di novembre, il settore manifatturiero della zona euro continua infatti a contrarsi, anche se al tasso piu' lento in tre mesi. L’indice finale IHS Markit PMI, del settore manifatturiero dell’eurozona e' migliorato a novembre a 46,9 punti da 45,9 di ottobre e indicando un valore al di sopra della stima flash di 46,6. Sebbene abbia riportato un decente miglioramento, il PMI e' rimasto ben al di sotto della soglia critica di non cambiamento di 50,0 e ha esteso l’attuale periodo di contrazione a dieci mesi.

 

La differenza di reazione tra la Cina da una parte e gli Usa e l'Europa dall'altra alla perdita di velocita’ dell'economia globale imposto dalla guerra dei dazi appare evidente, anche se di certo nessuno puo' rallegrarsi della situazione.

 

E' un dato di fatto che l'America di Trump, pur continuando a crescere di un robusto 2% all'anno circa, e' ben lontana da quel 3% che il presidente Usa aveva segnalato come obiettivo per l'anno in corso, mentre in Cina a inizio anno il governo aveva fissato per il 2019 un obiettivo di crescita compreso tra il 6% e il 6,5% ma secondo il consigliere del governo cinese Yao Jingyuan e' probabile che la crescita economica della Cina rallenti sotto il 6% gia' nell'ultimo trimestre di quest'anno per poi rimanere su quei livelli per tutto il 2020.

 

Il rallentamento e' generallizzato, anche la produzione industriale del Giappone di ottobre ha registrato la peggiore performance mensile dal gennaio 2018 (un tonfo del 4,2% su base mensile e un crollo del 7,4% su base annua) e anche in Corea del Sud il dato ha segnato un calo (a ottobre del 2,5% annuo e dell'1,7% mensile), indicazione del continuo impatto sulle economie della regione dalla guerra commerciale lanciata da Donald Trump contro Pechino. Il governo cinese, dopo le reazioni iniziali, non ha spiegato quali contromisure potrebbe prendere dopo che il presidente Usa aveva recentemente messo la sua firma sulla legislazione a sostegno dei manifestanti democratici di Hong Kong. Pechino non ha neppure commentato l'ipotesi che l'ingerenza di Washington in questioni considerate interne possa influire sui negoziati commerciali in corso, ma i mercati iniziano a temere che non si possa arrivare ad una firma prima del gennaio 2020.

 

Il calo dell'indice ISM manifatturiero americano e' pero' una brutta notizia per Trump che potrebbe essere costretto a correre ai ripari cercando di arrivare quanto prima ad una ricomposizione delle fratture con la Cina. Nella campagna per le presidenziali del 2016 Trump infatti aveva ricevuto il supporto degli stati della "Rust Belt", il cuore industriale dell'America, promettendo di rilanciare la manifattura, mentre il comparto continua a viaggiare sui valori minimi dell'ultimo decennio.

 

Trump aveva giustificato il ricorso ad una guerra commerciale con la Cina proprio sostenendo che questa strategia sarebbe servita a risollevare l'industria americana (che conta comunque "solo" per il 12% circa del Pil, ma evidentemente pesa molto di piu' in termini di voti), ma per adesso i fatti non gli hanno dato ragione. Anzi, il comparto manifatturiero ha perso 2000 posti di lavoro a settembre e anche l'andamento dei nuovi ordini e' deludente. Elementi di criticita' sono gli aumenti di costo delle importazioni causati proprio dai nuovi dazi oltre che dal rallentamento dell'attivita' di interscambio che riduce le opportunita' di vendita.

 

I danni maggiori li hanno subiti stati come la Pennsylvania, l'Ohio, il Michigan e il Wisconsin, tutti "swing states", ovvero quelli dove il risultato delle elezioni presidenziali e' tradizionalmente incerto e dove quindi e' necessario piu' che altrove mantenere le promesse elettorali. Alcuni osservatori ritengono tuttavia che la situazione per la manifattura Usa non sia destinata a cambiare in tempi brevi a meno che non si arrivi ad un veloce risoluzione della guerra dei dazi.

 

I dati di recente uscita citati sopra sembrano indicare che ad avere maggiore fretta di portare a casa il risultato siano gli americani, e non solo per motivazioni economiche ma soprattutto politiche.

 

Si fatica quindi a capire la strategia di Trump, che invece di puntare ad un accordo con la Cina ha aperto recentemente nuovi fronti per la guerra commerciale, con l’Argentina e il Brasile ma anche con Francia e Italia. E’ possibile che la strategia sia quella di sacrificare il breve termine in favore di un recupero delle condizioni ottimali per la rielezione nella seconda meta’ del 2020, ovvero di fare precipitare la situazione nei prossimi mesi per poi presentarsi come il salvatore della patria e scaricare le colpe della mancata realizzazione di alcune delle promesse fatte in precedenza sui nemici esterni? Se cosi’ fosse Trump starebbe giocando con il fuoco e le borse potrebbero andarci di mezzo, subendo una correzione nei prossimi mesi e gia’ a partire dai livelli attuali. Se invece cosi’ non fosse, se si arrivasse ad una firma dei trattati in tempi brevi, una eventuale correzione dei listini potrebbe avvenire piu’ avanti, magari anche in modo meno accentuato. E’ quindi necessario rassegnarsi, anche nelle prossime settimane le borse potrebbero continuare ad oscillare seguendo piu’ i messaggi di Donald Trump che i dati macro.

 

Comunque decida di muoversi Trump nello scenario sara’ necessario includere anche un ulteriore elemento potenzialmente di importanza primaria.

 

Il rallentamento dell'economia, se non contrastato in modo efficace e in tempi brevi, potrebbe fare infatti esplodere un altro problema, questo decisamente piu' prorompente come effetti a livello globale delle sole difficolta' del comparto manifatturiero.

 

Il debito corporate statunitense e' arrivato infatti al 47% del Pil raggiungendo la cifra monstre di 10mila miliardi di dollari (dati del Washington Post). A favorire questa espansione sono stati ovviamente i tassi di interesse a livelli bassi o bassissimi degli ultimi anni, ma l'ammontare del debito e la sua qualita' potrebbero rivelarsi un serio problema se l'economia dovesse rallentare.

 

Il Fondo monetario internazionale ha calcolato che in caso di una recessione anche meno severa di quella del 2018 l'ammontare di debito per il quale l'emittente potrebbe non essere piu' in grado di pagare gli interessi arriverebbe, per le economie sviluppate, a 19mila miliardi circa, il 40% del totale.

 

Il problema infatti e' che circa la meta' (era solo il 17% nel 2001) del debito corporate emesso ha un rating BBB, ovvero il gradino piu' basso dell'investment grade. In caso di recessione una parte significativa di questi bond con rating BBB potrebbero diventare dei "fallen angels", ovvero entrare a fare parte della categoria, molto piu' rischiosa, del debito high yield.

 

Non solo l'Fmi e' preoccupato, anche la Fed si e' dimostrata recentemente preoccupata (https://www.federalreserve.gov/publications/2019-november-financial-stability-report-borrowing.htm) per l'aumento del debito con rating BBB: il downgrade di bond appartenenti a questa classe di valutazione potrebbe spingere gli investitori a venderli velocemente facendo diminuire la liquidita' del mercato e causando ulteriori pressioni sulle quotazioni, il classico effetto valanga difficile da controllare.

 

In un contesto complicato come l’attuale la recente flessione delle borsa Usa assume una importanza maggiore rispetto a quella che l’ampiezza, per ora limitata, del ribasso subito potrebbe attribuirle.

 

Se da un lato infatti e' vero che la stagionalita' e' favorevole al mantenimento, ancora per qualche settimana, dell'intonazione positiva dei listini (i gestori arrivati a dicembre con questi lauti guadagni, e quindi anche premi per il loro operato, difficilmente si prestano a seguire crociate ribassiste), dall'altro il ricordo di quanto accaduto a dicembre del 2018 e' ancora vivo. Nel 2018 in realta' la fase negativa non era iniziata a dicembre ma a ottobre, almeno per quello che riguarda la borsa Usa, la durata del ribasso in totale era stata di circa 3 mesi, di circa 5250 punti per il Dow Jones Industrial.

 

Per il momento gli indici Usa restano molto vicini ai recenti massimi storici, ma il brusco ribasso della seduta del 2 dicembre impone di mantenere alta la guardia. Per adesso i prezzi del Dow Jones Industrial si mantengono al di sopra della forte area di supporto dei 27300/27400 punti, gia' massimi di luglio e settembre e area di transito delle media mobile esponenziale a 50 giorni, ma se questi supporti dovessero venire violati non si potrebbe piu' parlare di una semplice pausa del trend al rialzo ma diverrebbe evidente il rischio di un ripiegamento piu' consistente.

 

Quanto consistente e' difficile dirlo, una ipotesi potrebbe essere quella di una discesa a testare la media mobile esponenziale a 200 settimane, indicatore messo alla prova durante il ripiegamento del 2011, del 2015/16 e del 2018, attualmente passante a 23250 punti circa. Prima di arrivare al test della media i prezzi dovrebbero scendere sotto il supporto offerto a 27130 circa dalla trend line che sale dai minimi di fine 2018.