Si risvegliano le borse asiatiche anche in assenza di novita’ sulla guerra dei dazi

Si risvegliano le borse asiatiche anche in assenza di novita’ sulla guerra dei dazi.

Nonostante le nuove minacce di Donald Trump contro Pechino le borse asiatiche si stanno dimostrando in buona forma in questa prima meta’ del mese di giugno, pur con qualche criticita'. Il presidente Usa lunedì ha dichiarato alla stampa che si prepara ad alzare le tariffe imposte sulle merci made in China se il collega cinese Xi Jinping non parteciperà al summit del G20 che si terrà a fine mese a Osaka. Come nota Market Watch non vi sono indicazioni che Xi abbia intenzione di mancare all'appuntamento e anzi è previsto che incontri Trump proprio in Giappone. Reuters, però, sottolinea che effettivamente da parte cinese non è stato ufficializzato il meeting tra i due presidenti.

Il presidente Usa ha dichiarato di non avere interesse in un accordo a meno che la Cina non rispetti i termini su cui era stata in precedenza raggiunta un'intesa. "Faremo un grande accordo con la Cina o non lo faremo affatto".

A margine dell’incontro dei ministri delle Finanze e banchieri centrali, riuniti a Fukuoka in Giappone (nell'antipasto del summit del G20 a Osaka a fine mese) a inizio giugno Steven Mnuchin ha incontrato Yi Gang, governatore della People's Bank of China (PboC): lo U.S. Secretary of the Treasury (il ministro del Tesoro Usa) via Twitter ha definito "schietta" e "costruttiva" la discussione avuta su tematiche commerciali con Yi ma questo non significa che ci siano novita’ imminenti sui negoziati.

Lo sbilancio commerciale resta pesante, difficilmente gli americani molleranno l’osso senza aver raggiunto risultati per loro soddisfacenti. In maggio infatti l'export dalla Cina, calcolato in dollari, ha registrato a sorpresa un rialzo dell'1,1% annuo, contro il declino del 2,7% di aprile il 3,8% di flessione del consensus del Wall Street Journal. L’import è invece crollato dell'8,5% annuo contro il precedente progresso del 4,0% e la contrazione del 4,0% stimata dagli economisti

Secondo gli economisti di Société Générale in ogni caso "le probabilità che il conflitto commerciale tra Cina e Usa giunga a una conclusione amichevole sono diminuite significativamente nelle ultime settimane".

Il costo di queste tensioni lo ha quantificato l’Fmi. Se la guerra commerciale tra Stati Uniti e dalla Cina dovesse continuare il Pil mondiale del 2020 potrebbe venire ridotto dello 0,5%, l’equivalente di circa 455 miliardi di dollari, e questo contado solo le tariffe gia’ in vigore e quelle recentemente annunciate per il prossimo futuro. Attualmente per il 2020, l’Fmi ha calcolato un’espansione del 3,6% (un ritorno sui valori del 2018) dopo la possibile frenata al 3,3% per l’anno in corso.

Complici anche aspettative per un taglio dei tassi d'interesse Usa da parte del Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Federal Reserve che si occupa di politiche monetarie) già nei prossimi meeting l’andamento degli indici azionari, in particolare di quelli asiatici e americani, resta comunque positivo.

A tenere sotto pressione la Fed, oltre al rischio di un rallentamento dell’economia, e’ anche Donald Trump che e’ tornato ad attaccare l'istituto centrale di Washington dichiarando che e’ stato "molto distruttivo" nell'aumentare i tassi d'interesse Usa in modo troppo rapido e fornendo alla Cina un vantaggio nei negoziati commerciali. Secondo il presidente Usa Pechino "svaluta la propria moneta e lo ha fatto per anni". "Questo ha garantito un enorme vantaggio competitivo. E noi non abbiamo questo vantaggio perché abbiamo una Fed che non abbassa i tassi”. "Dovremmo avere il diritto di avere un campo di gioco leale ma anche senza stiamo vincendo", ha spiegato Trump intervistato lunedì dalla Cnbc. Lo scorso autunno Trump aveva definito la Fed la sua più grande minaccia e in più occasioni nei mesi successivi aveva fatto pressione perché i tassi d'interesse venissero tagliati e proprio negli ultimi giorni ha tweetato che il costo del denaro e’ “way too high” a fronte di una “VERY LOW INFLATION.”.

A sostenere le piazze della Cina continentale sono stati nelle ultime sedute soprattutto i titoli legati al comparto infrastrutturale, dopo che Pechino ha incoraggiato le amministrazioni locali a utilizzare il mercato obbligazionario per finanziare progetti che favorioscono la crescita economica. Qualche preoccupazione, che investe soprattutto la borsa di Hong Kong, la solleva invece il continuare delle proteste sulla controversa legge che permetterebbe l'estradizione in Cina per i reati commessi nell'ex colonia britannica (misura che i manifestanti temono cancellerebbe di fatto l'autonomia di Hong Kong).

Anche il Nikkei non si tira indietro e punta con decisione al rialzo, il governatore Haruhiko Kuroda ha ribadito che la Bank of Japan è pronta ad ampliare il suo piano di stimolo in caso di necessità. Il quadro macro resta moderatamente positivo, caratterizzato comunque da luci ed ombre.

Il Pil del Giappone è salito del 2,2% annuo nel primo trimestre 2019, in accelerazione rispetto al precedente progresso dell'1,6% e sopra al 2,1% della lettura preliminare. Su base sequenziale l'economia nipponica ha segnato invece un'espansione dello 0,6% contro la crescita dello 0,4% del quarto trimestre 2018 e lo 0,5% preliminare. L’indice Economy Watchers corrente del Sol Levante è invece calato a 44,1 punti dai 45,3 punti della lettura finale di aprile, sui minimi dai 41,2 punti del giugno 2016.

Che la situazione per i mercati azionari asiatici, ma non solo per quelli, sia in miglioramento, lo spiega bene anche una analisi di Jian Shi Cortesi, portfolio manager per l’azionario asiatico e cinese di GAM Investments.

“Sono tre i principali fattori responsabili delle difficoltà che hanno interessato l’azionario cinese e asiatico e le performance del mercato più in generale. In primo luogo, le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, che hanno generato molta incertezza nel 2018; secondo, la politica monetaria nell’ex Celeste Impero piuttosto restrittiva ad inizio anno; e infine, l'aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve, che ha pesato sugli asset di rischio a livello globale".

Secondo l’analista "Fino all'inizio di maggio, tutti e tre i fattori hanno sperimentato una virata in positivo nel 2019, generando un rialzo dei mercati azionari - ha evidenziato Cortesi - l'impatto dell'allentamento delle condizioni monetarie da parte delle autorità cinesi, a metà dello scorso anno, ha iniziato a concretizzarsi nei recenti dati economici e la decisione della Fed di sospendere gli aumenti dei tassi ha contribuito a migliorare il sentiment del mercato.

In Cina - sottolinea ancora il portfolio manager di GAM - l’export e le società di hardware risentiranno del mancato raggiungimento di un accordo, ed è probabile che anche le imprese statunitensi vedano un impatto significativo, in particolare se Pechino passerà al contrattacco; molte aziende a stelle e strisce hanno una grande esposizione al mercato cinese, per esempio General Motors vende più automobili in Cina che negli Stati Uniti.

La Cina ha dichiarato che per adesso non utilizzerà le proprie riserve di Treasury come arma in questa disputa, ma tutto potrebbe cambiare se le relazioni tra i due Paesi si deteriorassero ulteriormente.

È importante osservare che Pechino ha ancora spazio di manovra per introdurre ulteriori misure di sostegno per stimolare la propria economia, se necessario.

E’ evidente che in questo momento l’andamento dei principali indici azionari cinesi, e anche quello del Nikkei, assume una importanza che travalica quella dell’investimento nello specifico asset o in strumenti, come gli etf, ad esso collegati. La capacita’ della borsa cinese di contrastare le recenti spinte ribassiste sarebbe un segnale di fiducia da parte del mercato nella possibilita’ di vedere ricomposte le tensioni Usa-Cina del quale si potrebbero avvantaggiare tutte le borse.

Perche' i tentativi di rimbalzo messi a segno dall'indice di borsa di Shanghai, l'SSE Composite Index, vengano coronati da successo, sara' necessario il superamento almeno di area 2960. In quel caso i prezzi potrebbero tentare la ricopertura del gap ribassista del 6 maggio, con lato alto a 3053 circa. La rottura anche di questa soglia permetterebbe un tentativo di andare a prendere i massimi di aprile a 3288 punti, allontanando il rischio che il rimbalzo visto nelle ultime sedute sia solo un fenomeno temporaneo. Rischio che tornerebbe invece immediatamente d'attualita' in caso di violazione dei 2804 punti, base del gap del 25 febbraio.

Nel caso dell'indice delle B Share di Shenzen (Shenzhen Stock Exchange B Share Index) sarebbe la rottura dei 960 punti, dove passa la media esponenziale a 50 giorni, a inviare un primo segnale della volonta' di interrompere il trend ribassista in atto dai massimi di aprile, a 1084 punti. Oltre quota 1000, lato alto del gap del 6 maggio, il ritorno sul top di aprile diverrebbe una ipotesi credibile. Sotto area 900 invece diverrebbe elevato il rischio di ritorno sui minimi di dicembre a 827 punti.

L'Hang Seng di Hong Kong e' stato uno dei maggiori beneficiare del recente rimbalzo, ma anche in questo caso per il momento la reazione non e' stata risolutiva, anche via del continuare delle proteste sulla controversa legge che permetterebbe l'estradizione in Cina per i reati commessi nell'ex colonia britannica. La media esponenziale a 50 giorni passa a 28190 circa, la sua rottura sarebbe un primo segnale positivo che necessiterebbe pero' della conferma con il superamento di area 29000 per aprire la strada al ritorno sui massimi di aprile di area 30280, collocati su una resistenza chiave di medio termine, il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di gennaio 2018 (percentuale di Fibonacci che separa uno scenario correttivo, di un rimbalzo temporaneo, da uno di inversione vera e propria). Senza il superamento anche di quei livelli l'eventuale proseguimento dell'attuale rimbalzo resterebbe comunque suscettibile a nuovi capovolgimenti di fronte.

Situazione molto simile da parte dell'Hang Seng China Enterprise Index (CEI): la reazione che si sta sviluppando dai minimi di inizio mese e' troppo acerba perche' si possa ipotizzare il suo proseguimento verso i massimi di aprile. Solo oltre area 10900 inizierebbe a crearsi le condizioni per una estensione del rialzo almeno fino a 11429, lato alto del gap ribassista del 6 maggio. Sopra quei livelli possibile il test del picco di aprile, a 11882 punti, coincidente con il 50% di ritracciamento del ribasso dai massimi d gennaio 2018. Sotto i 10200 punti le speranze di crescita verrebbero sostituite dal rischio di un avvicinamento ai minimi di inizio anno a 9762 punti.

Il Nikkei sta tentando nelle ultime sedute di dare un seguito al rimbalzo intrapreso dai bottom del 3 e del 4 giugno in area 20290, in realta' una bella figura di tipo "tweezer bottom", elemento dalle implicazioni positive disegnato in corrispondenza del supporto critico offerto in quell'area dal 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi di dicembre. I prezzi si sono lasciati alle spalle la linea di tendenza che scende dai massimi di aprile e hanno avvicinato la media mobile esponenziale a 50 giorni, passante a 21280, importante resistenza non solo in ottica di breve periodo. Oltre tale ostacolo via libera alla copertura del gap down dell'8 maggio a quota 21875 e in caso di successo nel test di questa resistenza possibile il raggiungimento dei massimi di fine aprile a 22363 circa, a stretto contatto con il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di ottobre 2018. Questa percentuale di ritorno e' quella che separa uno scenario correttivo, di un movimento temporaneo, da uno di inversione vera e propria, e come visto compare ben due volte nell'analisi dell'attuale situazione grafica del Nikkei. L'interpretazione che si puo' dare del test di questo riferimento, ricavato dalla successione di Fibonacci, e' che ne' il rialzo dai minimi di dicembre 2018 ne' il ribasso dal top di fine aprile sono stati risolutivi, hanno chiarito le intenzioni del mercato: senza la rottura dei 22363 punti il rimbalzo in atto da dicembre non potra' sperare di diventare una tendenza rialzista prolungata, capace di misurarsi ad armi pari con il ribasso subito dal top di ottobre 2018, ma anche il ribasso visto nelle ultime settimane per adesso puo' assumere il ruolo di una ripresa duratura del trend ribassista di medio periodo. Sara' la fuoriuscita dal range 20250-22400 a fornire segnali chiari della volonta' del mercato, al rialzo oltre la resistenza e al ribasso al di sotto del supporto.