Ribasso a capofitto della borsa Usa, fine dell'uptrend?

In questo momento storico e' la Federal Reserve, nel bene e nel male, a fare da guida per i mercati finanziari. Il prolungato ed esteso rialzo visto dai minimi di marzo e' stato sostenuto dall'attivismo della banca centrale Usa (che, e' giusto ricordarlo, non e' stata da sola nella gigantesca operazione di aiuto all'economia, tutte le principali banche centrali si sono mosse nella stessa direzione), che e' riuscita a convincere gli operatori della possibilita' di un danno limitato, se non in termini quantitativi almeno temporali, della pandemia di Covid-19. 

La parole d'ordine e' stata nelle ultime settimane "ripresa a V", ovvero un rimbalzo molto veloce verso il punto di partenza, un recupero in pochi mesi degli ingenti danni fatti al Pil globale e delle economie locali grazie proprio alle imponenti misure messe in campo da governi e banche centrali. 

Le borse ci hanno creduto fino all'8 giugno, in quella data lo S&P 500 ha terminato la seduta a 3232,39 punti, riuscendo a salire al di sopra della chiusura del 31/12/2019 a 3230,78, annullando quindi di fatto le perdite dell'anno (ma non quelle dai massimi record di febbraio, toccati a 3393,52), poi sembrano aver realizzato di aver fatto il passo piu' lungo della gamba. A favorire l'accelerazione rialzista delle ultime sedute era stato il dato sul mercato del lavoro di maggio: la disoccupazione e' scesa negli Usa dal 14,7% al 13,3% con la creazione di 2,5 milioni di posti di lavoro invece di salire verso il temuto 20%. 

E ad appesantire i listini e' stato invece il numero delle richieste di sussidi di disoccupazione reso noto l'11 giugno, con le nuove richieste di sussidi nella settimana terminata il 5 giugno che si sono attestate a 1,542 milioni di unita', inferiori alle attese (1,550 milioni di unita') e al dato della settimana precedente (1,897 milioni di unita') ma con il numero totale di persone che percepisce al momento l'indennita' di disoccupazione (calcolato sui dati al 29 maggio) che si attesta a 20,929 milioni, il 14,4% della forza lavoro, inferiore ai 21,268 milioni della rilevazione precedente ma superiore alle attese di 20 milioni. 

Dall'inizio della pandemia il totale dei lavoratori che ha richiesto il sussidio e' superiore ai 44 milioni. E' proprio questo numero a spaventare i mercati, inizia ad essere radicata la convinzione che ci vorranno diversi trimestri prima che la il crollo dell'occupazione visto nella fase del lockdown venga riassobito per intero, una preoccupazione che ovviamente non riguarda solo gli Usa ma che e' generalizzata. 

A mettere il dito sulla piaga e' stata la Federal Reserve, il presidente Jerome Powell nella conferenza stampa successiva alla riunione di politica monetaria, ha dichiarato che quella che porta al recupero del mercato del lavoro e' una "long road", e che per questo motivo la banca centrale manterra' i tassi di interesse vicino allo zero ancora a lungo, almeno per tutto il 2021 ma probabilmente anche per il 2022. Le previsioni della banca centrale (https://www.federalreserve.gov/monetarypolicy/files/fomcprojtabl20200610.pdf) sono per un tasso di disoccupazione a fine 2020 del 9,3%, in calo dal 13,3% attuale ma molto al di sopra del 3,5% di inizio anno, con una ulteriore discesa al 5,5% per la fine del 2022 e il ritorno verso il 4% solo nel lungo termine. 

Anche le prospettive per il Pil costringono gli operatori a confrontarsi con la realta': il calo atteso per il 2020 e' del 6,5% (il range ipotizzato va dal -4,2% al -10%) con un rimbalzo del 5% nel 2021 (quindi con un saldo negativo nei due anni dell'1,82% circa). 

La Fed non e' poi la piu' pessimista, secondo le ultime stime dell'Ocse l'economia Usa potrebbe contrarsi nella ipotesi migliore quest'anno del -7,3% ma in quella peggiore, che prevede una seconda ondata della pandemia Codid-19, fino al -8,5%.

Anche le attese per il Pce index (Personal Consumption Expenditures), l'andamento dell'inflazione, confermano che la ripresa non sara' immediata, la Fed lo vede allo 0,8% quest'anno, all'1,6% il successivo e all'1,7% nel 2022. 

Insomma, la Federal Reserve e' la prima a non credere in una ripresa "V-shaped", difficile a questo punto per i mercati giustificare l'euforia delle ultime settimane.

Il National Bureau of Economic Research (NBER)ha confermato l'8 giugno che gli Usa, dopo il periodo record di 128 mesi di espansione (il piu' lungo dal 1854), sono entrati in recessione, almeno per cosi' come la intende il Bureau. Di norma infatti si parla di recessione dopo due trimestri consecutivi di crescita negativa del pil ma per il NBER una recessione e' un "calo significativo e diffuso dell'attivita' economica che sia riscontrabile nella produzione e nel livello di occupazione". 

Gli investitori hanno fatto rapidamente 2 piu' 2, se la Fed parla di altri due anni di dighe della liquidita' aperte, allora forse l'ipotesi della "V recovery" era solo un desiderio, un "wishful thinking" per dirla all'inglese, e non una concreta possibilita', piu' realisticamente la ripresa sara' a "U", se non a "L", ovvero una prolungata fase di depressione, quest'ultima causata dalla temuta "seconda ondata" dei contagi. 

Negli Usa per il momento del resto deve ancora terminare la prima ondata, in alcuni stati, principalmente Texax, Florida, Arizona e California, si registrano nuovi significativi aumenti dei casi, tanto che la cifra globale dei contagi ha superato i 2 milioni, e in 21 dei 50 Stati i contagi sono comunque ancora in aumento. 

A fare le spese del deterioramento di sentiment non sono state solo le borse ma anche il petriolio, il WTI e il Brent hanno perso nella seduta di giovedi' il 10% circa. Gli ultimi dati settimanali sulle scorte Usa mostrano un incremento di 5,7 milioni di barili, un chiaro segnale che la domanda di greggio non e' ancora ripartita nonostante le riaperture. 

Sullo sfondo resta il timore di vedere comparire a livello globale una seconda ondata di contagi (il caso dell'India che l'11 giugno ha riportato il record di quasi 10mila nuovi contagi in un solo giorno e' sintomatico), con conseguenti nuovi lockdown e una riapertura rallentata delle principali economie. 

E' evidente che l'andamento dei prezzi del greggio, piu' di quelli delle borse, seguira' da vicino nel prossimo futuro la traiettoria del numero di contagi di coronavirus. E questo anche se Steve Mnuchin, il Segretario al Tesoro Usa, ha dichiarato alla CNBC, in merito ad una ipotesi di nuovi aumenti dei casi, "we can't shut down the economy again". 

Una analisi lucida e non edulcorata della situazione attuale la ha fatta Jeff Gundlach, conosciuto anche con il soprannome di "bond king" e fondatore di DoubleLine Capital, evidenziando due criticita' in tempi non sospetti, ovvero gia' il 9 giugno, prima della conclusione del Fomc che ha portato poi gli sconquassi sui mercati nella seconda parte della settimana. 

Per Jeff Gundlach ad azzoppare le borse saranno i downgrade del credito corporate e i licenziamenti dei colletti bianchi, quelli con reddito superiore ai 100mila dollari. Gundlach ha avvertito che molto spesso "it's not the earthquake, it's the fire", lasciando intendere che a preoccuparlo non e' solo l'effetto immediato della pandemia ma i suoi strascichi.  

Quali sono i titoli che fanno da barometro della situazione in questo momento? Tra i piu' significativi per avere una percezione di quanto sia grave il ribasso Carnival Cruises, Royal Caribbean, Norwegian Cruise Line, Delta, United e American Airlines, Gap, Kohl's, Lincoln National e Apache, ma anche Netflix e soprattutto Zoom Video (che infatti giovedi' si sono apprezzate nel corso della tempesta che ha colpito gli altri).

Il ribasso del 6,9% del Dow Jones Industrial dell'11 giugno e' stato il quarto peggiore risultato degli ultimi 10 anni, gli altri tre si sono verificati tutti a marzo di quest'anno, il giorno 9, il 12 e il 16. Difficile dire se con il crollo dell'11 giugno e' ripresa la discesa che era iniziata a febbraio. Una correzione era nell'aria, i principali indicatori tecnici erano in ipercomprato, ma un ribasso quasi da record come quello di giovedi' non e' mai una bella notizia, crea panico e il panico alimenta nuove vendite. Il rischio che la discesa non sia terminata e' quindi elevato. 

Se poi i prezzi dovessero scendere anche al di sotto dei 25000 punti, dove passa la base del canale rialzista disegnato dai minimi di marzo, emergerebbe il timore di dover considerare tutto il canale come un "flag", una figura di continuazione, quindi solo una pausa temporanea, della precedente tendenza ribassista. Da notare che in corrispondenza della base del canale transita anche la media mobile esponenziale a 50 giorni, indicatore che sintetizza con la sua posizione rispetto ai prezzi la condizione del trend di medio termine e che era stata superata al rialzo il gia' dal mese di aprile. 

Preoccupante anche il balzo dell'indice Vix, il "fear index", che l'11 giugno e' salito del 48% circa a 40,79 punti dai 27,57 della chiusura precedente. Il balzo e' stato il quarto maggiore per entita' dell'ultimo decennio, inferiore solo a quello dell'8 agosto 2011 (+50%), del 24 giugno 2016 (+49,33%) e del 5 febbraio 2018 (+115,6%). Letture del Vix superiori alla quota dei 40 punti segnalano una forte tensione sul mercato azionario.