La guerra dei dazi spaventa i mercati, c’e’ davvero da avere paura?

La storia e’ nota, gli americani importano dalla Cina molto di piu’ di quello che i cinesi importano dagli Usa, lo sbilancio e’ di circa 500 miliardi di dollari, e dal momento che il deficit commerciale statunitense e’ un problema annoso e grave, l’amministrazione Trump ha deciso di mettere un limite alla espansione di questo disavanzo. Questa almeno e’ una parte della questione, che ha a che fare molto con l’economia e poco con la politica. Ci sono poi aspetti meno evidenti ma non meno importanti che sono quelli sui quali si e’ arenato in negoziato che negli ultimi mesi ha tenuto con il fiato sospeso i mercati finanziari, ovvero quelli politici. Gli americani accusano la Cina di spionaggio industriale a di altre pratiche scorrette in merito all’appropriazione indebita di tecnologia e vogliono mettere un limite anche su questo fronte prima che sia troppo tardi, prima che il gigante asiatico assuma dimensioni tali da dettare legge anche in questo campo.

L’accordo sui dazi probabilmente verra’ raggiunto, anche se ormai la scadenza per una firma viene spostata sempre piu’ avanti, ma sugli altri aspetti la guerra e’ aperta ed e’ con buona probabilita’ destinata a continuare. Le ricadute sono difficili da prevedere, anche perche’ i due contendenti hanno entrambi da perdere, ma potrebbero essere disposti a fare dei sacrifici nel breve termine pur di vivere in un mondo a loro maggiormente favorevole in futuro. In mezzo a questi due blocchi, e non solo geograficamente, c’e’ l’Europa, area che vive una situazione economica incerta e che presto potrebbe avere anche difficolta’ politiche gravi, questo dipendera’ dal risultato delle imminenti elezioni.

I dati certi al momento sono che a partire dal primo giugno la Cina imporrà ulteriori dazi compresi tra il 5% e il 25% su prodotti in arrivo dagli Usa per 60 miliardi di dollari in risposta all'aumento dei dazi dal 10 al 25% su beni cinesi per 200 miliardi imposto di recente da Washington. Dazi che non sono retroattivi e che inizieranno quindi ad essere pagati tra circa un mese, quando le merci partite dopo l’applicazione delle nuove misure arriveranno a destinazione. Per il momento quindi la decisione di estendere i dazi da parte degli Usa e’ piu’ una minaccia volta a mettere pressione sulla controparte che una misura effettiva, dal momento che gli americani hanno dichiarato che potrebbero essere tolti nel caso venisse raggiunto un accordo.

Trump del resto usa il bastone e la carota, da un lato infatti dichiara: “La Cina non dovrebbe rispondere alle nostre misure perché le cose potrebbero solo peggiorare!”, dall’altro, per voce del consigliere economico della Casa Bianca, Larry Kudlow, si dichiara intenzionato a parlare con Xi Jinping a un incontro del G-20 che si terra’ in in Giappone a fine di giugno. Trump, in merito a questa ipotesi, ha dichiarato che “sara' probabilmente un incontro molto fruttuoso”.

Queste parole non bastano di certo a calmare i mercati, anche perche’ dopo la decisione cinese di imporre nuovi dazi l’ufficio del Rappresentante commerciale Usa avrebbe fatto capire di valutare la possibilita' di mettere ulteriori imposte su altri import cinesi per 300 miliardi di dollari fino al 25%. Le nuove tariffe andrebbero a colpire cellulari e apparecchiature elettroniche in generale, sarebbero invece esclusi i farmaci.

Ma agli americani questa prospettiva, da un punto di vista economico, conviene? Trump nelle sue dichiarazioni lascia intendere che sono i cinesi, le aziende cinesi, a pagare i dazi finanziando cosi’ il Tesoro Usa, ma la realta’ e’ che il costo addizionale viene pagato dagli importatori statunitensi, che possono poi decidere o di alzare i prezzi di vendita o di diminuire i loro profitti.  

Uno studio di Bank of America Merrill Lynch calcola che i dazi addizionali sui 200 miliardi appena imposti potrebbero avere un impatto negativo sulle 500 societa’ dell’S&P500 in media del 2% dell’utile per azione, a cui si aggiungerebbe quindi un altro 2/3% se le nuove tariffe doganali dovessero essere estese ad altri 300 miliardi di merci.

Certo, un impatto molto significativo ci sarebbe anche sul Pil cinese, nell’ordine dello 0,2/03% con i dazi attuali, il doppio in caso questi venissero estesi, ma di certo anche gli Usa dovrebbero sopportare un costo notevole per portare avanti questa guerra.

Per il momento ad aprile le esportazioni cinesi sono verso gli Usa sono diminuite del 13,1% su base annua ma le importazioni sono diminuite del 25,7%, quindi il deficit commerciale Usa con la Cina e’ in realta’ aumentato. Prendendo come riferimento l’ultimo trimestre del 2018 le esportazioni cinesi verso gli States sono scese del 3% e le importazioni cinesi di merci provenienti dagli Usa scese del 15%.

La Cina per limitare i danni si e’ mossa intanto facendo perdere valore allo yuan, da area 6,67 a 6,83 circa, per recuperare competitivita’, ma e’ una manovra questa che ha anche degli effetti collaterali non trascurabili (ovviamente sul costo delle importazioni e degli investimenti all’estero) e che quindi non puo’ essere perseguita oltre certi limiti. Il governo Usa da parte sua potrebbe invece convincere la Fed a tagliare il costo del denaro, gli americani lo hanno alzato negli ultimi anni e quindi il margine ci sarebbe.

Di certo, se l’intento di Trump e’ quello di prevalere anche sul fronte degli aspetti politici e non solo economici dell’accordo, la guerra e’ destinata a durare ancora a lungo e con esiti incerti, e come e’ ben noto la parola incertezza e’ nemica delle borse.

Tornando all’Europa, il rischio e’ che un deterioramento del clima per i mercati finanziari si senta maggiormente in quest’area che negli Usa o in Cina.

Recentemente e’ uscito infatti l'indice Zew relativo alle aspettative di crescita economica dell’Eurozona, sceso a -1,6 punti dai 4,5 punti di aprile (era -2,5 punti nel mese di marzo). Il valore si mantiene quindi molto al di sotto della soglia dello zero, quella che separa una visione ottimista sul futuro da parte degli intervistati da una pessimista.

Il dato relativo alla sola Germania e’ di -2,1 punti, sotto le attese di 5 punti e del dato precedente di 3,1 punti. Il sotto-indice che misura la situazione corrente e' salito a 8,2 punti dai 5,5 punti di aprile, battendo le attese di 6,3 punti, quindi ad essere molto negative sono le attese sul futuro.

E non e’ solo in sentiment ad essere in deterioramento, Eurostat ha comunicato infatti che a marzo l’indice della produzione industriale e' sceso su base mensile dello 0,3% (come da attese), peggio della flessione dello 0,1% di febbraio (rivista dal -0,2% indicato in precedenza). Su base annua la variazione e' del -0,6% mentre a febbraio era stata nulla.

Quali sono gli strumenti a disposizione degli investitori per cercare di monitorare l’evoluzione di queste tensioni ed eventualmente approntare le giuste misure difensive.

Riguardo agli Usa, oltre alla ovvia osservazione dell’andamento dei principali indici di borsa, ci sono anche alcuni titoli azionari che funzionano molto bene come barometro della crisi, ovvero Apple e Caterpillar, tra i titoli maggiormente sensibili alle prospettive per l'export e per l'andamento dell'economia globale.

Apple ha sofferto molto di recente scendendo al di sotto dei 190 dollari e sembra intenzionato a confermare i recenti segnali di debolezza, che venerdi' 10 maggio erano invece stati mitigati da una chiusura in rialzo rispetto ai minimi di giornata. Fino a che i prezzi saranno al di sotto di area 195 dollari la partita risulterebbe in mano alla squadra dei venditori e si potrebbero anticipare ribassi anche estesi. Da non dimenticare infatti la presenza di due vistosi gap al rialzo lasciati l'11 marzo a 173,07 e il 30 gennaio a 158,13 dollari che il mercato potrebbe ora volere ricoprire. Anche il fatto che il rialzo degli ultimi mesi si sia arrestato il 1° maggio con un vistoso "shooting star" proprio a contatto con il 78,6% di ritracciamento della discesa dai massimi di ottobre e' un ulteriore elemento di preoccupazione: senza la rottura di questo riferimento ricavato dalla successione di Fibonacci il rialzo visto dai minimi di gennaio resta di natura "correttiva", non converte quindi il trend ribassista precedente in una nuova tendenza crescente. In un'ottica temporale piu' estesa, tutta ancora da confermare ma che comunque appare plausibile, la discesa avviata nelle ultime ore potrebbe essere quell'elemento terminale della fase correttiva iniziata con i massimi dello scorso anno che potrebbe scendere fino ad interessare in area 120/125 dollari la trend line rialzista che parte dai minimi del 2009. Solo una chiusura di seduta oltre area 195/200 dollari sarebbe a questo punto un chiaro segnale di rientro delle tensioni ribassiste.

Anche il barometro Caterpillar segna tempesta. Il titolo Caterpillar Inc. viene considerato da molti commentatori americani uno dei migliori indicatori per leggere le reazioni della borsa all'andamento della guerra dei dazi che stanno combattendo Usa e Cina. Il fatto che il titolo recentemente sia stato debole e' un brutto colpo per le speranze dei mercati finanziari che solo pochi giorni fa si erano convinti di essere ormai alla fine di questa brutta storia, che e' gia' costata tanto in termini di andamento degli scambi globali e quindi anche di profitti delle aziende. In molti sono convinti che gli Usa stiano giocando con il fuoco: il debito governativo e' salito oltre la soglia dei 22mila miliardi di dollari e quello corporate e' sui 10mila miliardi e l'ultima emissione del Tesoro di 27 miliardi di dollari e andata coperta "solo" per il 200%, con la domanda piu' bassa degli ultimi 10 anni. Questo innalzamento dei toni potrebbe quindi anche convincere la Cina ad accettare, almeno per ora, le condizioni americane, ma se questo non dovesse accadere il rischio di un crisi del debito Usa potrebbe diventare non solo una fantasia. E qui si inserisce il crollo di Caterpillar, che a 126 dollari circa, quindi sui livelli di prezzo appena raggiunti trova la base del canale moderatamente crescente disegnato dai minimi di fine ottobre. La violazione di questo supporto costringerebbe a considerare l'intero canale un "flag", figura di continuazione della precedente tendenza ribassista, quella attiva dai massimi di inizio 2018, che potrebbe in quel caso riprendere. Primo obiettivo del ribasso sui minimi di ottobre a 112,25, coincidenti con il 50% di ritracciamento del rialzo da inizio 2016, successivo a 100 dollari. La tenuta in chiusura di seduta di area 126 sarebbe quindi una bella notizia, anche se solo la rottura poi di area 131,79, lato alto del gap del 9 maggio, segnalerebbe un concreto, anche se forse solo temporaneo, allentamento delle tensioni al ribasso.

Sui mercati internazionali e’ opportuno seguire anche l’andamento dello won della Corea e dell’indice di borsa di Seoul, il Kospi, dal momento che entrambi risentono grandemente dell’andamento dei rapporti tra Usa e Cina.

Lo won coreano recentemente e’ sceso contro dollaro Usa ai minimi degli ultimi due anni (graficamente i massimi dal momento che il cambio e' dollaro / won), portandosi al di sopra della resistenza di area 1170 won per dollaro, quota coincidente con il 61,8% di ritracciamento del ribasso dai massimi di inizio 2016. Se i prezzi si dovessero confermare al di sopra di area 1170 anche nel prossimo futuro vorrebbe dire che i mercati restano in tensione, timorosi, se non certi, di un deterioramento dei rapporti tra le due super potenze e quindi anche di ripercussioni sul piano degli scambi commerciali globali e sui profitti di tutte le principali aziende. Solo il ritorno del dollaro won al di sotto di area 1140/45 sarebbe da interpretare come un segnale di ritrovata tranquillita' a livello internazionale.

Il quadro grafico del Kospi non e' particolarmente brillante, i prezzi hanno infatti violato a ottobre 2018 la linea di tendenza crescente che parte dai minimi di fine 2008, praticamente coincidente con la media mobile a 200 settimane (indicatore che sintetizza la condizione del trend di lungo periodo), e dopo aver tentato in due occasioni, a febbraio e ad aprile di riportarsi al di sopra di questo riferimento, hanno ripreso a scendere con decisione a maggio. Il rischio di una ripresa duratura del trend ribassista partito dai massimi di gennaio 2018 a 2607 punti e' molto elevato e troverebbe conferma in caso di discese al di sotto di area 2000. Sul fronte opposto sarebbe solo il superamento a 2250 circa dei massimi del 2019 a fare sperare in un miglioramento delle prospettive anche a medio termine, e non solo per la borsa coreana ma anche per i principali mercati azionari internazionali.