Indici Usa su livelli graficamente delicati ma il sentiment è positivo

Le elezioni presidenziali Usa non hanno ancora un vincitore anche se Joe Biden rimane avanti nelle proiezioni rispetto a Donald Trump. I principali indici Usa, dopo una settimana di forti rialzi, si sono assestati venerdì sugli stessi livelli del giorno prima, evidentemente gli investitori adesso vogliono avere la certezza del risultato prima di decidere come muoversi. 

Per il momento Biden può contare su 253 grandi elettori certi, non distante dai 270 che gli servono per diventare il nuovo Presidente degli Usa mentre Trump è fermo a quota 214 delegati. La conta dei voti è ancora in corso in Nevada, che vale 6 delegati, in Arizona (11 delegati), in Pennsylvania (20 delegati), in Georgia (16 delegati) e in North Carolina (15 delegati). Di questi Donald Trump sembra poter vincere solo in North Carolina, troppo poco per arrivare ai 270 grandi elettori necessari. 

La battaglia politica si sposta sul controllo del Senato (la Camera resta in mano ai Democratici), dove i Repubblicani potrebbero mantenere il comando. In questo caso si andrebbe incontro ad uno scenario di un Presidente azzoppato, incapace di fare approvare alcuni punti del suo piano elettorale. Questa ipotesi non sembra essere sgradita ai mercati, perchè avrebbe effetti favorevoli sia sulla borsa sia sul mercato obbligazionario. 

Senza il controllo del Parlamento Biden avrebbe difficoltà a fare passare alcuni punti del suo programma elettorale, in particolare quell'aumento della tassazione degli utili aziendali che ha tenuto negli ultimi mesi Wall Street con il fiato sospeso: Biden propone infatti un incremento dell'aliquota minima per le tasse federali alle società dal 21% al 28%. C'è da dire che nel programma del democratico è previsto anche un “tax credit” del 10% da concedere a quelle aziende che decideranno di investire e di produrre in patria, dando quindi lavoro ai cittadini americani. 

Recentemente Societe Generale aveva calcolato che l'applicazione di un regime fiscale più severo sugli utili delle aziende peserebbe del 3,6% circa sul valore dell'indice S&P500, un impatto significativo ma non tale da fare cambiare il trend del mercato. Certo, in caso di fiato corto delle azioni, se ad esempio la crescita economica dovesse segnare il passo, l'incremento della tassazione potrebbe essere la classica goccia che fa traboccare il vaso. Ad essere più colpite dall'inasprimento delle tasse sugli utili sarebbe il comparto della pubblica utilità, delle banche e delle aziende di servizi finanziari in generale, più evidente invece l'impatto sulle aziende che vendono prevalentemente negli Usa e che non hanno molto debito.

In generale comunque una vittoria di Biden ma con un Senato a maggioranza repubblicana sarebbe una ipotesi gradita alla borsa.

Il clima resta quindi complessivamente positivo per le azioni, come testimonia il comportamento del Nasdaq 100, apprezzatosi venerdì dello 0.11%, o del Dow Jones Industrial che ha perso lo 0,24% nell'ultima seduta della settimana.

Graficamente questi due indici sono arrivati al momento della verità. II Nasdaq 100 è sulla trend line ribassista disegnata dal top di inizio settembre, resistenza passante a 12130 circa. Questa linea, se superata, potrebbe rivelarsi il lato alto di un "pennant", figura di continuazione del trend rialzista visto dai minimi di marzo. Oltre 12130 quindi segnale di forza valido anche per il medio periodo. In caso di mancata rottura della resistenza probabile invece il ritorno sulla linea che sale dal minimo di settembre e passante a 11000 circa (in quel caso le oscillazioni dal top di settembre potrebbero dimostrarsi un "triangolo" e non un pennant, una figura di continuazione sempre di forma triangolare ma che necessita di più tempo per completarsi). 

Il Dow Jones è invece tornato con i massimi di giovedì a testare dal basso la linea di trend rialzista disegnata dal minimo di marzo e passante per quello di fine settembre, linea violata al ribasso il 26 ottobre e ora rivista in qualità di resistenza. Un "return move" come questo è pericoloso, se i prezzi non tornano al di sopra dell'ex supporto, ora resistenza, c'è un rischio alto di accelerazione ribassista anche al di sotto dei minimi dai quali è partito il rimbalzo, quindi quelli del 30 ottobre. Sora area 28450/500 atteso invece il test a 28800 del lato alto del canale che parte dal top di settembre. La rottura di questa linea permetterebbe di considerare il canale un "flag", figura di continuazione dell'uptrend precedente. Target a 30500 circa ottenuto proiettando l'ampiezza del canale verso  l'alto dal punto di ipotetica rottura.

Gli occhi degli investitori non sono puntati però solo sulle elezioni presidenziali, grande attenzione infatti è rivolta anche nei confronti della Federal Reserve. Come previsto la Fed giovedì ha lasciato invariati i tassi d'interesse Usa allo zero. Secondo l'istituto centrale l'attività economica prosegue nella sua ripresa in Usa ma rimane ampiamente sotto ai livelli pre-pandemici. 

La prospettiva di un atteggiamento ultra accomodante nei confronti dei tassi di interesse ha pesato sul dollaro, che si è notevolmente indebolito nelle ultime ore. La banca centrale infatti non solo ha lasciato i tassi invariati ma ha anche fatto capire, per voce del governatore Jerome Powell, che se ce ne fosse bisogno potrebbe diventare ancora più accomodante. In particolare, nel momento in cui la politica trovasse l'intesa per un nuovo piano di aiuti all'economia, la Fed sarebbe pronta a fare la sua parte sul fronte della politica monetaria. Le prospettive di un rialzo dei tassi Usa si allontana quindi e questo pesa sulla moneta statunitense. 

Il Dollar Index, indice che rappresenta l'andamento del dollaro contro le altre principali monete ma dove in ogni caso un peso preponderante ce lo ha l'euro, è sceso bruscamente giovedì facendo registrare la sua peggiore seduta da maggio (quando il grafico del Dollar Index scende è il dollaro che si indebolisce, a differenza che con il grafico del cambio euro dollaro dove ad un rialzo corrisponde un indebolimento del dollaro). 

La discesa dell'indice al di sotto di area 92,60 è graficamente molto significativa: in quell'area transita la linea che unisce i minimi di inizio settembre e del 21 ottobre, base del "testa spalle" di continuazione disegnato a partire dal picco del 21 agosto. Diventa adesso probabile la ripresa del trend ribassista avviatosi con il massimo di marzo a quota 103 circa. Se l'indice si confermerà anche nelle prossime sedute al di sotto di area 93,50 per violare poi i minimi di settembre a 91,75 diverrà probabile un ulteriore calo verso i minimi del 2018 a 88.55 circa. 

Da notare che il Dollar Index e lo S&P500 hanno avuto negli ultimi mesi un andamento opposto, se questa correlazione inversa verrà rispettata anche in futuro lo scenario ribassista per il dollaro sarebbe una buona notizia per la borsa, destinata quindi a salire ancora. Solo recuperi oltre area 93,50 potrebbero segnalare un allentamento delle pressioni ribassiste e prospettare un test della resistenza critica a 94,35. Oltre quei livelli lo scenario risulterebbe in favore della moneta Usa, e quindi indirettamente a sfavore della borsa.

Gli annunci della Fed di giovedì e l'evoluzione del quadro politico hanno influenzato anche l'andamento dei titoli di stato.

E' probabile che dalle elezioni presidenziali esca un Congresso diviso, Camera ai Democratici e Senato ai Repubblicani. In queste condizioni le prospettive di un forte incremento della spesa pubblica, in deficit, per finanziare nuove infrastrutture e contrastare la crisi economica si riducono. I Democratici vorrebbero approvare un piano da 2400 miliardi di dollari a sostegno dell'economia ma la portata finale dell'intervento sarà probabilmente minore, facendo calare le esigenze di finanziamento (quindi di emissione di debito con conseguente pressione al ribasso sui prezzi). Anche le promesse di interventi aggiuntivi di acquisto sui bond dovrebbero contribuire a mantenere alti i prezzi e bassi i rendimenti.

I rendimenti dei titoli a 10 anni si erano riportati allo 0,9% quando le aspettative erano di una "onda blu", di una vittoria schiacciante dei Democratici, ma è tornato ora attorno allo 0,75%, i livelli precedenti le elezioni.

I tassi sui titoli con scadenza a 10 anni del debito Usa si muovono all'interno di un canale crescente dal minimo di inizio agosto. Un canale è formato da una coppia di linee parallele che contiene l'andamento dei prezzi per un certo periodo. Nel momento in cui uno degli estremi del canale viene superato si registra un mutamento dello stato del trend. Nel caso di un canale rialzista se i prezzi scendono al di sotto della linea di base c'è un indizio in favore dell'avvio di una fase ribassista, se invece salgono al di sopra del lato alto c'è un indizio di rafforzamento della tendenza. 

Attualmente la base del canale transita allo 0,74% circa, una discesa sotto quei livelli sarebbe un segnale forte in favore del ritorno verso i minimi di agosto allo 0,50/51%, il che vorrebbe dire vedere tornare le quotazioni del Treasury Bond a 10 anni a 140,40 dollari circa. Il lato alto del canale passa invece a 0,92% circa, sopra quei livelli la crescita dei rendimenti potrebbe accelerare per salire almeno fino all'1,25% (con le quotazioni dei titoli in area 141 dollari).