I mercati finanziari fanno i conti con il coronavirus

I mercati finanziari stanno facendo i conti con le notizie che riguardano la diffusione del coronavirus e sembrano in grado di mantenere i nervi saldi, questo anche perchè sono usciti recentemente dati che permettono di sperare in un proseguimento della crescita Usa senza troppi intoppi e in un tentativo di invertire la fase di rallentamento nell'eurozona.

In particolare l'indice ISM (Institute of Supply Management) manifatturiero statunitense di gennaio è salito a 50,9 punti da 47,8 punti (atteso 48,5) e l’indice IHS Markit PMI® (Purchasing Managers Index) dell’eurozona, sempre per il settore manifatturiero, a gennaio è salito a 47,9 punti da 46,3 (atteso 47,8), facendo registrare il valore più alto da aprile 2019 pur rimanendo al di sotto dei 50 punti ormai da 12 mesi consecutivi. La lettura di questi indici tipicamente viene fatta tenendo presente che la soglia dei 50 punti è quella che separa uno scenario di contrazione da uno di espansione del settore al quale l’indice fa riferimento. L'indice ISM viene ricavato da un'indagine mensile condotta presso oltre 400 aziende in 20 settori diversi in 50 stati americani.

La stima flash di gennaio IHS Markit Eurozone Composite PMI®, che prende quindi in considerazione manifattura e servizi, è stata rilevata a 50,9 punti, invariata da dicembre. A questo livello dell'indice corrisponde una crescita trimestrale del Pil dello 0,1%.

Negli ultimi 5 mesi la crescita dell'economia della zona euro è stata la più bassa dalla metà del 2013 ma alcuni indicatori, come la crescita dei posti di lavoro, in ripresa dai minimi degli ultimi 5 anni toccati a dicembre 2019, o il balzo del sentiment prospettico ai massimi degli ultimi 16 mesi, sono incoraggianti.

Esiste una forte correlazione tra l'andamento dell'indice PMI e quello del Pil, questo spiega la grande attenzione che viene riservata all'uscita di questi dati da parte degli operatori.

Commentando il dato per paese il Chief Business Economist di IHS Markit, ha dichiarato: “Il settore manifatturiero ha iniziato il 2020 con segnali positivi all’orizzonte. È incoraggiante osservare come i nuovi ordini hanno cambiato tendenza muovendosi verso la stabilizzazione e diminuendo al tasso minore da fine 2018. Con i dati dell’indagine che stanno mostrando la contrazione maggiore delle giacenze da settembre 2016, il rapporto anticipatore della tendenza per la produzione industriale ordini/giacenze è salito al livello più alto in quasi un anno e mezzo. Anche le previsioni di crescita della produzione sono balzate al livello più alto da agosto 2018, con un miglioramento dell’ottimismo generale ma con un incremento importante osservato in Germania. Secondo noi, tale miglioramento aggiunge ulteriori elementi di una ulteriore crescita nei mesi futuri”.

Quali danni potrebbe fare l'epidemia cinese a questi accenni ripresa?

Alcuni analisti di JPMorgan hanno ipotizzato una crescita dell'economia cinese nel primo trimestre al 4,9%, ancora inferiore la stima di Bloomberg Economics, ferma al 4,5%.

Certo, la durata della crisi sarà determinante per valutare l'effetto sull'intero anno, anche perchè il governo cinese non è certo rimasto a guardare: nella sola giornata del 3 febbraio, alla riapertura della borse dopo la festività del Capodanno, la banca centrale ha iniettato 174 miliardi di dollari di liquidità intervenendo anche su altri parametri tutti volti a favorire il superamento delle eventuali difficoltà per il sistema finanziario.

Se l'epidemia dovesse risolversi in tempi relativamente brevi tutti gli sforzi aggiuntivi fatti in questa prima parte dell'anno per sostenere l'economia avrebbero l'effetto di accelerare la crescita permettendo quindi di metabolizzare il fretta il dato del primo trimestre che sarà sicuramente deludente.

La buona capacità di reazione del governo cinese all'emergenza è probabilmente alla base della buona tenuta delle borse.

In questa fase, anche se di scarso interesse da un punto di vista operativo, un faro deve essere mantenuto puntato sull'indice della borsa di Shanghai, l'SSE Composite Index, che è ovviamente molto sensibile alle notizie riguardanti il coronavirus ma anche a quelle che riguardano le misure prese per contrastare la diffusione dell'epidemia. L'indice è sceso bruscamente il 3 febbraio dopo la riapertura a seguito delle festività per il Capodanno, facendo registrare la peggiore seduta dal 24 agosto del 2015. I minimi di giornata si sono limitati tuttavia a testare quelli del 6 agosto 2019 a 2734 punti, dai quali era partito il rimbalzo culminato il 14 gennaio a 3127 circa, cercando poi di reagire, a conferma come detto che il mercato ha conservato il sangue freddo ed è in grado di leggere correttamente la situazione. Solo una chiusura di seduta al di sotto dei 2700 punti segnalerebbe un aggravarsi preoccupante del quadro grafico che difficilmente resterebbe confinato solo all'indice cinese ma che probabilmente avrebbe effetti negativi anche sulle altre principali borse.

Graficamente è molto interessante anche l'andamento dell'indice Kospi (Korea Composite Stock Price Index), altro soggetto influenzato direttamente dalle notizie in uscita dalla Cina e comunque un ottimo anticipatore delle tendenze a livello globale. Ebbene il Kospi è sceso con i minimi del 3 febbraio a 2083 circa a testare in modo millimetrico il 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi di agosto 2019.

Questa percentuale di ritorno ricavata dalla successione di Fibonacci viene considerata rilevante dagli analisti per la sua capacità di separare un movimento di correzione da una vera e propria inversione di trend: fino a che i prezzi si limitano a ripercorrere il 50%/61,8% di un movimento precedente la probabilità che quello resti il trend dominante sono elevate, al superamento delle percentuali critiche di ritorno diventa invece probabile il proseguimento del movimento in atto almeno fino al test dell'origine di quello precedente. Dalla tenuta di area 2080/85 potrebbero quindi avviarsi rialzi anche consistenti, diretti al limite fino ai massimi di gennaio di area 2277, la violazione dei 2080/85 punti esporrebbe invece l'indice al rischio di ritorno almeno sul minimo di ottobre a 2010 circa.

Venendo all'Europa è possibile notare come anche il grafico dell'indice Stoxx 600 non sia per il momento pericolante: i prezzi si mantengono infatti al di sopra del duplice supporto offerto in area 406 dalla base del bel canale rialzista che parte dai minimi di agosto 2019 e dalla media mobile esponenziale a 100 giorni. Solo con la violazione di questi livelli si potrebbe iniziare a temere una correzione estesa del rialzo degli ultimi mesi con obiettivo almeno fino a 396 punti, sulla media esponenziale a 200 giorni.

Anche il Nasdaq, nonostante la brusca flessione del 31 gennaio, non ha inviato segnali grafici preoccupanti. I prezzi si sono limitati infatti a testare con i minimi di fine gennaio a 9123 punti la trend line che sale dal minimo di ottobre e quella che unisce i minimi del 6 e del 27 gennaio. Quest'ultima linea può essere vista come la base del potenziale testa spalle ribassista in via di costruzione dal picco del 2 gennaio. Solo la violazione di area 9120 potrebbe quindi rappresentare un primo indizio preoccupante per la tenuta dell'uptrend. Sarebbe poi il taglio al ribasso della media esponenziale a 50 giorni, a 8990 circa, a segnalare una fase di ripiegamento che potrebbe essere volta alla ricopertura dei numerosi gap al rialzo lasciati negli ultimi mesi, il primo dei quali è a 8888 punti (del 20 dicembre), il successivo a 8769 (del 13 dicembre).