Borsa Usa, quanto e' probabile il proseguimento dell'uptrend?

Il primo semestre del 2019 e' stato archiviato dai principali indici Usa con risultati assolutamente lusinghieri: +14% per il Dow Jones Industrial, +17% per lo S&P500, il maggiore rialzo per i primi sei mesi dell'anno dal 1997, +21% per il Nasdaq Composite (per fare un raffornto nello stesso periodo il Ftse Mib ha guadagnato il 16% circa, il Dax il 17%, il Nikkei il 6% e l'Hang Seng di Hong Kong il 10%). Sostanzialmente stabile invece il cambio euro dollaro, favorevole alla moneta Usa per l'1% circa nel primo semestre. L'ottimo andamento degli indici americani e' stato il risultato di una serie di fattori favorevoli, il mutamento di atteggiamento da parte della Fed nei confronti della politica monetaria, ora molto piu' morbido, almeno a parole, dopo le pressioni del presidente Trump in questa direzione, l'andamento dei colloqui tra Usa e Cina, che nonostante i numerosi stop and go dopo il G20 di Osaka sembrano destinati a riprendersi, e infine l'andamento tutto sommato soddisfacente dell'economia Usa.

 

Il problema e' che ora i tre principali indici statunitensi stanno stazionando attorno ai loro massimi storici, con un mercato che sembra avere esaurito la spinta rialzista proprio in prossimita' di queste importanti resistenze. La retta di regressione calcolata per il rendimenti annuali dello S&P500 per gli ultimi 90 anni circa indica come rendimento medio per la borsa l'8,3% circa all'anno mentre se si concentra l'attenzione sull'ultimo mezzo secolo si vede come solo in pochissime occasioni, l'ultima nel 2013, la performance annuale dello S&P500 abbia superato il 25%. Il 17% attuale e' quindi a meta' strada circa tra questi due valori, al di sopra del 7% circa rispetto all'andamento medio, al di sotto dell'8% rispetto alla soglia massima che viene toccata negli anni migliori salvo rare eccezioni in cui il valore del 25% viene superato. Nel primo trimestre del 2019 il Pil statunitense e' cresciuto del 3,1% annualizzato, ma il secondo trimestre potrebbe non essere cosi' buono, la Fed di Atlanta ipotizza infatti un ritmo di crescita dell'1,5% annualizzato (stima del 1° luglio, in calo dal valore precedente di 1,9%).

 

Anche nell'area euro del resto il Pil del secondo trimestre e' atteso in calo, dopo l'espansione dello 0,4% del primo, a causa soprattutto del calo della produzione industriale, in contrazione ad aprile dello 0,5%. Negli Usa qualche scricchiolio per quello che riguarda la crescita si inizia a sentire: l'Institute for Supply Management ha reso noto che nel mese di giugno l'indice ISM manifatturiero e' sceso a 51,7 punti (valore piu' basso dall'ottobre 2016, terzo mese successivo di calo dell'indice) dai 52,1 punti registrati a maggio. Il Census Bureau ha invece comunicato che la spesa in costruzioni edili a maggio ha fatto segnare una flessione dello 0,8% m/m, un dato nettamente peggiore del +0,1% atteso dagli analisti (il dato di aprile è stato però rivisto al rialzo da invariato a +0,4% m/m).

 

Ma non solo i dati ufficiali mostrano qualche ombra. La Semiconductor Industry Association (SIA) ha comunicato che a maggio le vendite mondiali di semiconduttori sono risultate in calo del 14,6% su base annua a 33,1 miliardi di dollari, e il tonfo nella zona delle Americhe ha raggiunto il 27%. Quello di maggio e' stato il quinto mese consecutivo di calo delle vendite su base annua.

 

 E infatti l'indice dei semiconduttori, il Sox (PHLX Semiconductor Sector Index), e' attardato rispetto al Nasdaq Composite: mentre il primo ha ritracciato, quindi percorso a ritroso, con i recenti massimi di area 1530 solo i 3/4 circa della discesa vista dal picco di aprile il secondo si e' portato nelle ultime sedute in prossimita' dei record di aprile a 8176 punti. Ma il Sox e' solo uno degli indici che si dimostra in ritardo, evidenziando quindi delle pericolose divergenze di comportamento, rispetto ai riferimenti maggiori.

 

 

Emblematico ad esempio e' il comportamento del Russell 2000, il paniere che rappresenta i titoli a minore capitalizzazione della borsa Usa, che dopo aver toccato un nuovo massimo storico lo scorso agosto a 1742 punti ed essere sceso a fine dicembre a 1267 circa con il successivo rimbalzo non e' riuscito a fare meglio di 1618 circa, limitandosi quindi a ripercorrere, come nel caso del Sox, solo i 3/4 della precedente discesa.

Senza il superamento di area 1620/1630 da parte del Russell 2000 il rimbalzo visto dai minimi dello scorso dicembre continuera' ad essere catalogato appunto come un rimbalzo, una fase di ripresa che non e' pero' riuscita ad invertire il trend negativo precedente, quello in datto dai massimi dello scorso, che resterebbe pertanto la tendenza dominante.

 

Un altro indizio in questo senso viene dallo studio del grafico di forza relativa che mette in rapporto l'andamento del grafico del Nasdaq 100 con quello dello S&P500. Essendo il Nasdaq 100 un paniere piu' ricco rispetto allo S&P500 di titoli ad alto beta, quelli comunemente chiamati aggressivi (ovvero che tendendo a rispondere con maggiore prontezza, nel bene e nel male, agli stimoli che vengono trasmessi ai mercati finanziari dalle notizie macro economiche e politiche), di norma il grafico di forza relativa che mette in rapporto la serie storica di questi due mercati tende a crescere (Nasdaq che sovra performa lo S&P500) durante i rialzi di borsa e a flettere durante le fasi negative. Nel corso dell'ultimo mese la forza relativa e' effettivamente cresciuta, ma lo ha fatto in modo meno evidente rispetto all'indice Nasdaq, segno che il comparto della tecnologia, che di norma e' la lepre seguita poi da tutti gli altri panieri, segna il passo. Certo, potrebbe trattarsi anche solo di una incertezza temporanea, ma quanto detto riguardo al comparto dei semiconduttori rinforza il timore che il Nasdaq sia con il fiato corto.

 

E' infine poi evidente anche la divergenza di comportamento tra l'indice Nyse Composite, rappresentativo di tutta la borsa Usa nel suo complesso, e la curva "advance - decline" (media a 100 giorni della differenza). Normalmente la curva "advance - decline", nata dalla differenza tra titoli al rialzo e titoli al ribasso, tende a muoversi in sintonia con l'indice: in corrispondenza di una borsa in crescita sara' maggiore il numero di azioni che termina la seduta in positivo di quelli che invece chiudono con un saldo negativo. Scostamenti da questo comportamento ideale, come ad esempio sta succedendo da qualche settimana, con l'indicatore in discesa (rappresentativo di un numero di titoli con saldo negativo maggiore di quelli con saldo giornaliero positivo), possono essere il segnale di una debolezza nascosta da parte del mercato. E' vero che queste "divergenze" di comportamento possono anche risolversi in modo indolore, ma a volte, come ad esempio accaduto proprio l'anno scorso tra agosto e settembre, con l'indice Nyse ancora in crescita e la curva "advance - decline" gia' in calo, sono invece importanti segnali anticipatori.

 

In generale in borsa il proverbio "non fasciarsi la testa prima di averla rotta" si adatta molto bene, trasformare degli indizi, negativi come in questo caso, o positivi, in operativita' e' molto rischioso, e' sempre opportuno attendere segnali di conferma che qualche cosa e' effettivamente cambiato. Gli indizi servono a fare aumentare il livello di allerta, in modo da non farsi cogliere impreparati da eventuali burrasche, ma l'operativita' direzionale e' quella che premia sempre, ovvero seguire la direzione del trend. Certo, il fatto che lo S&P500 sia a maggio sia a giugno e ad inizio luglio si sia portato oltre i record di ottobre 2018 senza riuscire ad accelerare qualche perplessita' la solleva, fino a che i prezzi saranno al di sopra della media esponenziale a 50 giorni, a 2880 punti circa, si potra' continuare a sperare che questa accelerazione, a conferma della forza del mercato, arrivi. Ma se cio' non dovesse accadere tutti i pezzi del puzzle andrebbero a posto, e allora sara' opportuno aprire i paracadute, perche' il ribasso potrebbe non essere breve.