Turchia, istruzioni per l’uso dopo la vittoria di Erdogan

Domenica 24 giugno si sono tenute in Turchia le elezioni presidenziali anticipate rispetto alla scadenza del 2019 indette dal Presidente uscente Erdogan. Nei giorni antecedenti il voto l’avanzata delle opposizioni aveva reso meno scontata del previsto la vittoria di Erdogan, ma il Sultano, come lo chiamano gli oppositori, è riuscito a riconfermarsi alla guida del Paese per un nuovo mandato, ottenendo la maggioranza assoluta dei voti già al primo turno. Secondo la legge elettorale vigente, infatti, basta ottenere più del 50% al primo turno per essere eletto senza bisogno di ricorrere al ballottaggio e la coalizione capitanata da Recep Tayyip Erdogan ha ottenuto il 52,5% di consensi.

 

Il partito del Presidente ha comunque perso il 7% dei voti dalle elezioni precedenti, fermandosi al 42%, ma il governo del paese è garantito dall’appoggio al Movimento di azione nazionalista. Nell’Assemblea di Ankara, le elezioni erano anche parlamentari, si registra l’ingresso della formazione filo curda di Selahattin Demirtas, leader in carcere, che porta sui seggi circa settanta deputati, ma la coalizione vincente ha conquistato 343 seggi su 600. 

 

Erdogan, problemi di salute a parte (voci di una sua malattia rimbalzano su diverse fonti ormai da tempo), si prepara quindi a governare per altri 5 anni, e lo farà con poteri quasi assoluti. Questo dovrebbe essere il suo ultimo mandato ma la riforma costituzionale approvata l'anno scorso potrebbe permettergli di rimanere al potere fino al 2028.

 

In realtà la riforma costituzionale prevede il limite dei due mandati per il presidente, di cinque anni ciascuno, ma Erdogan potrebbe far ripartire da ora il conteggio dei mandati in modo da avere davanti ancora 10 anni, arrivando quindi al 2028. Il referendum popolare del 16 aprile 2017, entrato in vigore con le elezioni appena concluse, ha come conseguenza che la Turchia da Repubblica parlamentare diventa una Repubblica presidenziale.

 

La figura del primo ministro è stata abolita e Erdogan sarà allo stesso tempo capo dello Stato e capo del governo e come tale potrà nominare, oltre che revocare, i ministri e uno o più vice-presidenti, che quindi non verranno più eletti. Oltre a questo con la nuova normativa il presidente potrà scegliere 12 dei 15 giudici della Corte costituzionale, organo destinato a decidere sulle sorti dello stesso presidente in caso questo venga messo sotto impeachment dal Parlamento. Erdogan avrà anche la facoltà di sciogliere l'Assemblea nazionale e di proclamare lo stato di emergenza, che per altro à già in vigore dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016.

 

Difficile capire se le recenti evoluzioni abbiano fatto aumentare o meno il rischio politico della Turchia e quindi prevedere l’atteggiamento dei mercati finanziari.

 

Del resto si sa, i mercati anticipano gli eventi, e sulla Turchia avevano già scontato in precedenza un livello alto di eventi negativi, come testimonia il deprezzamento di oltre il 20%  della lira turca negli ultimi mesi sia contro dollaro sia contro euro. Anche i rendimenti reali dei bond turchi a 2 anni, attestati ormai al 6%, si posizionano nella fascia più alta di quelli per i grandi Mercati Emergenti. Già a marzo Moody’s aveva tagliato il rating di Ankara da Ba1 a Ba2, sugli stessi livelli del Brasile, della Croazia e del Costa Rica, anche se con outlook stabile). Anche S&P’s e Fitch negli ultimi due anni erano intervenuti sul rating del debito turco abbassandolo a livello di junk.

 

La Banca centrale turca recentemente ha aumentato negli ultimi tempi i tassi di interesse di 500 punti base per cercare di stabilizzare il tasso di cambio e di riportare l'inflazione, che attualmente viaggia al di sopra del 12% (+13% nel 2017), sotto controllo.

 

Esiste quindi una ragionevole probabilità che a seguito delle elezioni le tensioni politiche possano diminuire e che quindi anche la politica economica possa migliorare, con il risultato di vedere diminuire la volatilità su borsa e cambio.

 

I riflettori dovranno rimanere puntati sugli investimenti stranieri, indispensabili per finanziare il deficit, e quindi indicatore delle potenzialità reali del paese. Il flusso di investimenti diretti dall’estero, con circa 12 miliardi, risulta dimezzato rispetto ai valori degli ultimi dieci anni mentre lo stock si è ridotto a 132 miliardi, 50 miliardi in meno rispetto ai valori del 2014.  

 

La crescita del Pil nel primo trimestre del 7,4% è quindi un risultato incoraggiante ma che va messo a confronto con i costi sostenuti per ottenerlo: il deficit delle partite correnti, attualmente al 5,5%, potrebbe infatti salire al 6% del Pil, e senza l’aiuto degli investimenti dall’estero questo trend potrebbe anche proseguire, mettendo a rischio la salute dell’economia.

 

Nel corso delle ultime settimane si è assistito ad un rallentamento nel tasso di deprezzamento della lira turca contro euro ma ancora non si registrano segnali di inversione della lunga tendenza grafica rialzista (sfavorevole alla lira) intrapresa ad inizio 2015 da area 2,60. Dopo il test di un picco il 23 maggio a 5,76 circa comunque le quotazioni hanno avviato una fase laterale che potrebbe anche dimostrarsi l'inizio di un ripiegamento. Indicazioni in questo senso emergerebbero con la violazione in area 5,10 della media mobile esponenziale a 100 sedute, praticamente coincidente in questa fase con la trend line crescente disegnata dai minimi dello scorso settembre.

 

Solo al di sotto di quei livelli una eventuale flessione potrebbe candidarsi a divenire una vera e propria correzione estesa dal precedente rialzo, con obiettivi tra i 3,80 e i 4,20 euro. In assenza di discese al di sotto di area 5,10 la tendenza di indebolimento della lira turca sull'euro rischia di dimostrarsi solamente in una situazione di pausa, e non di inversione.

Considerazioni analoghe possono essere fatte per la borsa. L'indice della Borsa di Istanbul ISE 100 Index (XU100) ha violato ad aprile sia la trend line rialzista disegnata dai minimi di dicembre 2016 sia la media mobile esponenziale a 100 sedute, avviando un segnale graficamente preoccupante che è stato poi confermato a metà giugno con l'incrocio ribassista delle medie mobili esponenziali a 100 e a 200 giorni (erano incrociate al rialzo da gennaio 2017), avvero con la media mobile più veloce che ha tagliato dall'alto verso il basso quella più lenta.

 

Se l'indice dovesse scendere anche al di sotto di area 88500/89000 il rischio di un proseguimento della discesa almeno fino ai minimi di metà 2016, in area 70400, sarebbe elevato. Solamente recuperi oltre i 106000 punti potrebbero riportare in equilibrio il quadro grafico con la rottura poi di area 116000 a fare sperare in un nuovo test dei record di gennaio a 121531 punti.   


Il Lyxor Turkey Ucits Etf - Acc (TUR), denominato in euro e avente come benchmark il DOW JONES TURKEY TITANS 20 TR, è sceso recentemente al di sotto del forte supporto offerto a 33,32 dai minimi del novembre 2017, segnalando l'intenzione di voler dare un seguito al ribasso in atto dai massimi di settembre 2017. Tale ipotesi potrebbe tuttavia non essere di immediata realizzazione: sul grafico ad elementi settimanali si nota infatti una condizione di serio ipervenduto da parte dell'indicatore Rsi a 14 settimane, condizione molto simile a quella raggiunta nell'agosto del 2011 e che in quella occasione aveva anticipato la realizzazione di una salita prolungata.

 

Solo recuperi al di sopra di area 36,70 sarebbero tuttavia un primo indizio in favore di un tentativo di rimbalzo che potrebbe arrivare ad interessare le medie mobili esponenziali a 100 e 200 sedute, appaiate in area 41/42 euro. Oltre quei livelli il test di area 50 diverrebbe credibile. Se le quotazioni dovessero invece scendere al di sotto di area 28,10 il rischio di cali diretti verso i minimi del 2009 a 17,29 euro sarebbe concreto.