Politica monetaria Usa e paesi emergenti, quali effetti sulle borse?

I mercati azionari hanno applaudito ai recenti dati sulla crescita economica Usa ma le conseguenze di queste novità potrebbero farsi sentire anche lontano dall'epicentro che le ha generate. La prima stima preliminare del PIL relativo al secondo trimestre 2018 indica infatti una variazione annualizzata del +4,1% (in linea con le attese) dal +2,2% (rivista da +2%) del primo trimestre, un risultato che è il migliore degli ultimi 4 anni circa (dal terzo trimestre 2014). L'indice dei prezzi al consumo del PIL, che misura il cambiamento di prezzo di tutti i beni e servizi inseriti nel PIL e rappresenta una misura chiave dell'inflazione, è cresciuto del 3,2% t/t (dato annualizzato), superiore alla rilevazione precedente pari al 2,2% e al consensus pari al 2,3%.

E' vero che i principali economisti sono d'accordo nel ritenere questi risultati la conseguenza della riforma fiscale di Trump, un forte taglio delle tasse (1,5 mila miliardi di dollari) che avrà un impatto solo temporaneo sulla crescita, e che quindi la Federal Reserve potrebbe tenerne conto solo in parte nelle definizione della sua politica monetaria, ma è anche vero che il processo di rialzo del costo del denaro è già in corso da tempo e sembra probabile possa estendersi fino al 2020, anche in corrispondenza di una crescita del PIL più limitata, prossima al 3%. La stessa Fed infatti per il momento stima una crescita nel 4° trimestre del 2,8% e una inflazione core (esclusi alimentari ed energia) del 2%. I tassi di interesse secondo la Federal Reserve dovrebbero arrivare al 2,375% nel 2018, al 3,125% nel 2019: a questi livelli si dovrebbe giungere dopo 4 rialzi complessivi nel 2018, 3 nel 2019 e 1 nel 2020.

E questo nel caso le previsioni ottimistiche di Trump, secondo cui gli Usa potrebbero facilmente raggiungere una crescita del PIL dell’8 o 9% nel caso il deficit commerciale venisse ulteriormente ridotto, risultassero negate dai fatti, perchè se invece una espansione superiore al 4% dovesse confermarsi anche in futuro (sembra che l'amministrazione Trump stia progettando un nuovo piano fiscale per la fine del 2018) la Fed potrebbe dimostrarsi anche più aggressiva di quanto ipotizzato fino ad ora.

Sull'altro lato dell'Atlantico la Bce rimane ferma sulla sua linea: non ci si attendono rialzi del costo del denaro prima dell'estate del 2019. Il programma di acquisto di asset dovrebbe concludersi infatti a dicembre, dopo di che la Bce si prenderà 6/9 mesi di tempo per valutare se un inasprimento della politica monetaria sarà effettivamente necessario. Questa differenza di comportamento potrà avere un unico risultato sul fronte dei cambi: un rafforzamento del dollaro Usa. Come accennato sopra le decisioni di politica monetaria della Fed e della Bce hanno effetti che travalicano i confini delle loro aree di influenza, il rafforzamento del dollaro infatti mette sotto pressione le economie dei mercati emergenti.

I capitali in dollari diventano infatti non solo più cari ma anche più scarsi, con il risultato che il costo del debito per i debitori dei paesi emergenti aumenta. La economie che dipendono maggiormente dai finanziamenti stranieri sono il Messico e l'Argentina, per rimanere in America, ma anche la Turchia e la Malesia.

Da notare che anche in Cina, almeno secondo quanto segnalato da Bloomberg, l'emissione di bond in dollari, da parte sia di aziende private sia di enti governativi, è a livelli record, mentre lo yuan viene tenuto basso dalla banca centrale, nel tentativo di neutralizzare almeno parzialmente gli effetti dei dazi imposti dagli Usa.

L'andamento del cambio, unitamente ad un tasso di espansione non propriamente brillante (l'economia cinese è cresciuta del 6,7% nel periodo aprile-giugno, in calo dal 6,8% del primo trimestre, mentre la crescita in investimenti fissi è rallentata al 6% nei primi sei mesi, il ritmo più lento di sempre), potrebbero esporre l'economia cinese, oberata da un debito totale (pubblico e privato) che vale il 261% del PIL, a forti tensioni in futuro.

Le borse dei 4 paesi citati oltre alla Cina stanno invece cercando di reagire, con diversi gradi di successo, dopo una fase prolungata di ribasso. Ma quali sono le prospettive per il prossimo futuro? E in particolare quale potrebbe essere il risultato per un investitore denominato in euro che si rivolgesse a questi mercati? E’ possibile che i mercati abbiano già scontato gli effetti negativi dell’inasprimento del costo per i finanziamenti in dollari? La risposta a questa domanda in alcuni casi è incoraggiante, ecco quindi gli scenari per i quattro mercati.

Il Merval argentino ha disegnato un rimbalzo dai minimi di inizio luglio a 24750 punti circa, con il quale è riuscito a tornare al di sopra della media mobile esponenziale a 200 sedute (che era stata violata a inizio maggio), ora supporto a 28530 circa. La rottura di 30650, linea che scende dal top di febbraio, aumenterebbe la credibilità della reazione lasciando spazio ad un tentativo di ritorno sui massimi di febbraio a 35461. Sotto area 26500 invece i recenti sforzi per opporsi al trend ribassista degli ultimi mesi risulterebbero vanificati. L'andamento del peso argentino contro euro è stato cedente negli ultimi mesi, con le quotazioni passate dalla chiusura il 29/12/2017 a 22,30 peso per euro al picco del 29 giugno a 34,25 circa. Nelle ultime settimane tuttavia si è assistito ad un marginale recupero della moneta argentina, recupero che sotto area 31 potrebbe acquistare forza e riportare le quotazioni in area 28/29. Fino a che il cambio sarà al di sotto di area 34 l'investimento nell'indice Merval potrà essere visto favorevolmente.

Anche l'IPC messicano (Índice de Precios y Cotizaciones) sta reagendo con decisione dai minimi toccati a fine maggio in area 44430 punti. La rottura a 48000 circa della media mobile esponenziale a 200 giorni è stato un segnale incoraggiante in favore del proseguimento del rialzo, anche se solo la rottura a 51121 del top di gennaio potrebbe fare sperare nel proseguimento della fase di crescita nel medio periodo. Per quello che riguarda il peso messicano contro euro il quadro grafico è delicato: le quotazioni hanno raggiunto recentemente in area 21,55 la trend line che sale dai minimi di dicembre 2015 (dopo avere violato la linea che parte dai minimi di aprile 2015, coincidente con la media mobile esponenziale a 100 settimane). La rottura di questo supporto dovrebbe permettere alla fase di rafforzamento del peso contro euro di proseguire almeno fino in area 20. Movimenti nuovamente al di sopra di area 22,50 metterebbero invece seriamente in discussione le possibilità di ulteriore apprezzamento della moneta messicana sull'euro.

L'indice della borsa malese, il KLSE (Kuala Lumpur), ha reagito dopo il test a fine giugno di un minimo in area 1658 portandosi in prossimità della resistenza a 1780, dove transita la media mobile esponenziale a 52 settimane. Oltre quei livelli il rimbalzo potrebbe estendere verso i massimi di aprile a 1896,03 punti, resistenza praticamente coincidente con il record di luglio 2014 a 1896,23. Una rottura anche di questi livelli sarebbe un segnale di forza molto rilevante anche in ottica di medio periodo. Discese nuovamente al di sotto di area 1700/710 farebbero invece temere l'insorgere di nuove spinte ribassiste. Il ringgit malese (MYR) ha evidenziato negli ultimi mesi una fase di rafforzamento contro euro, solo movimenti oltre area 4,90 potrebbero anticipare una inversione di questa tendenza.

La reazione meno evidente tra i mercati analizzati è stata quella della borsa turca: l'Ise 100 della Borsa di Istanbul sta infatti lottando con la sua media mobile esponenziale a 50 giorni, ora passante a 97000 circa, una resistenza che dovrà essere superata per potere sperare in una estensione del rimbalzo in atto dai minimi di luglio a 88170 circa. Oltre area 97000 resistenze a 101000 e a 106500. Sotto area 90000 invece probabile la ripresa del trend ribassista. La lira turca è stata sotto pressione recentemente contro euro, tanto che le quotazioni sono passate dalla chiusura del 29/12/17 a 4,545 al top del 23 maggio a 5,76 circa, ma nelle ultime settimane la tendenza di debolezza ha subito una battuta di arresto. Fino a che le quotazioni si manterranno al di sotto di area 5,80/85 sarà lecito ipotizzare una fase di ripresa per la lira, con obiettivi a 5,15 e successivamente a 4,80, un movimento che potrebbe rendere interessante l'investimento nella borsa di Istanbul (a patto che i prezzi restino, come detto, al di sopra di area 90000).