Debolezza yuan mette sotto pressione le borse cinesi

I principali indici azionari cinesi sono entrati recentemente sotto pressione a causa della debolezza dello yuan su dollaro: la valuta cinese è scesa su livelli che non si vedevano da quasi un anno costringendo la banca centrale alla discesa in campo (ma lo yuan offshore, quotato a Shanghai, ha toccato un nuovo minimo storico a 6,6300 per dollaro). La debolezza dello yuan, positiva sul fronte degli scambi commerciali e del contrasto all’effetto dei dazi imposti dalla amministrazione Usa, ha però un pericoloso risvolto, potrebbe infatti mettere in ginocchio le aziende cinesi indebitatesi in questi anni in dollari. Se da un lato può sorgere il sospetto che la discesa del renminbi, altro nome dello yuan, sia orchestrata dalla Banca Popolare, dall’altro c’è la concreta possibilità che si tratti solo di un perdita di fiducia nei confronti della Cina a causa dell’andamento dell’economia: gli investimenti fissi, le vendite al dettaglio e la produzione industriale sono tutti risultati peggiori del previsto. L’Ufficio nazionale di statistica di Pechino ha inoltre comunicato che l’indice Pmi manifatturiero si è attestato a 51,5 punti in giugno, contro i 51,9 punti di maggio e i 51,6 punti attesi dagli economisti. Frena marginalmente anche il Purchasing Managers' Index (Pmi) cinese elaborato da Markit/Caixin, sceso nel mese appena chiuso a 51,0 punti dai 51,1 punti registrati in aprile e maggio, in linea con il consensus di Reuters.
L’ipotesi che la debolezza dello yuan non sia voluta acquista di credibilità se si considera che la banca centrale della Cina si è attivata in prima persona per fermarne la caduta. Il governatore della Banca Popolare della Cina, Yi Gang, ha comunicato tramite un'intervista al quotidiano China Securities Journal, l’intenzione di volere garantire la stabilità della valuta, ma le pressioni, temporaneamente rientrate, potrebbero riprendere in qualsiasi momento andando ad appesantire i mercati azionari.
Graficamente lo yuan contro dollaro Usa e' stato protagonista di uno scivolone notevole, andando a ritracciare dai minimi di marzo i 2/3 circa di quanto guadagnato dai massimi di gennaio 2017 a 6,96 circa (quindi in tre mesi ha perso quanto guadagnato in 15 circa). La rottura di 6,70, banca centrale permettendo, sarebbe un segnale che farebbe pensare al ritorno sui massimi di inizio 2017 come probabile. Solo sotto area 6,50 emergerebbero chiari segnali di rientro delle tensioni.
Il recente deterioramento del quadro grafico dell'Hang Seng di Hong Kong sembra confermare una montante sfiducia nei confronti delle borse cinesi. I prezzi sono prima scesi sotto la media mobile esponenziale a 200 giorni, che era al rialzo da inizio gennaio 2017 (ora resistenza a 29600 circa), poi hanno violato i minimi di febbraio a 29130 circa. Resta ora solo la forte area di supporto dei 27000 punti, dove si trovano la media mobile esponenziale a 100 settimane e la trend line che sale dai minimi di febbraio 2016, a difendere l'ipotesi che il ribasso visto dal top di gennaio abbia natura solamente correttiva, quindi temporanea. Sotto quei livelli si aprirebbe la strada per il test di area 26000 almeno, con supporto successivo a 24000 circa. Solo oltre area 30000, lato inferiore del "triangolo" disegnato tra febbraio e giugno, si potrebbe tornare a sperare in un rialzo duraturo.
In generale comunque per il comparto borsistico Asia-Pacific il secondo trimestre è stato il peggiore dal 2015, in gran parte a causa della guerra sui dazi lanciata dal presidente Usa Donald Trump. Il clima ribassista viene alimentato poi, oltre che dalle oscillazioni dello yuan, anche da dati macroeconomici complessivamente in frenata per i principali paesi dell’area. In Giappone, per esempio, l’indice Tankan stilato dalla Bank of Japan (che misura la fiducia delle grandi imprese del Sol Levante) è sceso nel secondo trimestre a 21 punti dai 24 punti precedenti e contro i 22 punti del consensus di Reuters. Si tratta della prima flessione di due trimestri consecutivi da quando il premier Shinzo Abe è salito al potere nel dicembre 2012.
Accelera poi meno del previsto l’attività manifatturiera del Giappone, che in giugno resta comunque per il ventitreesimo mese consecutivo in fase espansiva. La lettura finale dell’indice Pmi stilato da Markit/Nikkei segna infatti per il mese di giugno un rialzo a 53,0 punti dai 52,8 punti della lettura finale di maggio (53,8 punti in aprile), ma sotto ai 53,1 punti del dato preliminare. Da notare anche che secondo quanto comunicato dall’Ufficio di Gabinetto nipponico, la fiducia dei consumatori in Giappone è calata in giugno a 43,7 punti dai 43,8 punti di maggio (43,6 punti in aprile).
Tra le notizie positive invece quella che nel mese di maggio il tasso di disoccupazione è calato in Giappone al 2,2% dal 2,5% registrato nei tre mesi precedenti, attestandosi sui minimi dal 2,2% segnato l'ultima volta nell'ottobre 1992. Il dato si confronta con la lettura invariata al 2,5% del consensus di Reuters