Borse, le banche centrali accomodanti favoriscono il rialzo

Se fino allo scorso dicembre l'andamento dei tassi a livello globale sembrava destinato ad  una crescita, con la Fed che aveva fatto capire ai mercati che nel 2019 sarebbero stati fatti interventi di rialzo del costo del denaro e con la Bce che analogamente si preparava ad un cambiamento di politica nei mesi successivi, l'ultima settimana ha sancito il ritorno al passato. Mario Draghi, numero uno della Bce, ha mostrato decise aperture a eventuali nuovi stimoli monetari che potrebbero concretizzarsi in tagli ulteriori dei tassi d’interesse o anche in un nuovo quantitative easing. La Federal Reserve a seguito del suo ultimo Fomc, l'incontro periodico per decidere della politica monetaria da adottare, ha lasciato invariato il costo del denaro ma ha fatto capire che se le dispute commerciali dovessero causare un rallentamento dell'economia potrebbe intervenire con un taglio a luglio. Secondo l'osservatorio del CME FedWatch le probabilita' di un taglio a luglio sono salite all'87,5% dal 7,5% per l'incontro appena concluso. Il tono accomodante della Fed ha avuto come primo effetto il calo del rendimento dei Treasury decennali, sceso sotto il 2% per la prima volta dal novembre 2016. 

La soglia psicologica del 3% era stata superata a fine settembre dello scorso anno, e a quel tempo erano in molti gli osservatori (noi compresi) che ritenevano iniziata una scalata destinata a riportare questo valore almeno al 4%, sui livelli massimi del 2009 e del 2010. Dopo il picco toccato il 5 ottobre al 3,25% si e' invece avviata la discesa che conosciamo, e proprio nelle ultime sedute i rendimenti dei decennali sono scesi al di sotto di quota 2,07%, dove si colloca il 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi di luglio 2016 all'1,33% circa. La violazione di area 2,07%, se confermata anche nelle prossime sedute, implicherebbe una ulteriore discesa verso l'1,75%. Ma tutte le scadenze sono in calo. Sul due anni si e' disegnato un clamoroso testa spalle ribassista a partire dal picco di maggio 2018, confermato poi con la violazione a fine marzo 2019 della linea congiungente i minimi di maggio 2018 e di gennaio 2019 (una linea di conferma, o "neckline", poi testata dal basso con un perfetto return move ad aprile) e attualmente i valori sono scesi a testare in area 1,73% il 50% di ritracciamento del rialzo dai minimi di giugno 2016. Una discesa al di sotto di area 1,70% implicherebbe il proseguimento del ribasso fino all'1,45% almeno. Una inversione di rotta si avrebbe invece solo oltre il 2,05%.

Una cosa e' evidente, anche senza i tweet del presidente Trump: la adozione di politiche maggiormente accomodanti non ha come unico obiettivo quello di permettere all'economia di rifiatare, ma anche quello di indebolire la propria valuta. Le mosse della Fed si sono ad esempio sentite anche a Pechino (lo yuan si è apprezzato sul dollaro in modo rilevante).

A questo proposito sara' molto importante seguire l'andamento del Bloomberg Dollar Spot Index, paniere che monitora la divisa americana nei confronti delle altre dieci principali monete.

Per adesso questo indice si e' mantenuto relativamente stabile, la retta di regressione lineare disegnata da inizio aprile (il trend statistico del mercato) ad oggi e' quasi perfettamente orizzontale, segno che i mercati hanno smesso di credere, come era invece accaduto nella prima meta' del 2018, alla ipotesi di una Fed con i panni da "falco". In area 98,35 tra aprile e maggio si e' disegnata una figura a doppio massimo, quindi dalle implicazioni ribassiste (nel caso del Dollar Index ad una discesa del grafico corrisponde un indebolimento della moneta Usa), figura poi confermata a inizio giugno con la violazione di area 97, ma soprattutto sul grafico si e' disegnato dallo scorso settembre un potenziale "wedge" (cuneo) con una inclinazione positiva. La violazione della base del "wedge", a 96,70 circa, potrebbe implicare l'avvio di una fase di debolezza di dollaro con obiettivi almeno fino in area 93,80/94,00. Mettendo a confronto l'andamento del Dollar Index con quello dell'indice Msci World in dollari (indice della borsa mondiale) e facile vedere come tendenzialmente l'andamento delle due curve sia opposto, ovvero la borsa ha molta piu' facilita' di apprezzarsi quando il dollaro si deprezza. La violazione della base del "wedge" sul grafico del dollaro sarebbe quindi un segnale positivo per i mercati azionari. 

La debolezza del dollaro Usa ha come prodotto secondario l'apprezzamento dell'oro. Il metallo giallo ha superato in area 1355 dollari la trend linea congiungente i massimi di luglio 2016, di gennaio e di aprile 2018 inviando un segnale di forza che potrebbe dimostrarsi duraturo. In caso di rottura a 1380 del 38,2% di ritracciamento del ribasso dal top di settembre 2011 il target si sposterebbe sul livello successivo di Fibonacci, il 50%, posto a 1480 dollari circa.

Ma non sono solo la Bce e la Fed ad avere ingaggiato questo braccio di ferro per dimostrare ai mercati chi dei due e' piu' disponibile ad adottare un atteggiamento accomodante e quindi su quale valuta scommettere al ribasso. Come ampiamente previsto anche la Bank of Japan (BoJ) ha infatti confermato i tassi d'interesse allo 0,10% in negativo. Il board dell'istituto centrale nipponico, ancora con sette voti favorevoli e due contrari, ha anche mantenuto l'aggressivo piano d'espansione della base monetaria, portato a 80.000 miliardi di yen l'anno (circa 660 miliardi di euro al cambio attuale) nell'ottobre del 2014. Per metà degli economisti che componevano il consensus di Reuters prima dell'ultima riunione di politica monetaria il prossimo passo della BoJ dovrebbe essere addirittura di un ulteriore allentamento.

Per adesso lo yen sul dollaro si sta apprezzando, la violazione vista nelle ultime sedute della linea che sale dai minimi di meta' 2016, passante a 108,50 circa, e' stata seguita da una evidente accelerazione ribassista, a conferma del fatto che i mercati si stanno effettivamente riposizionando dopo l'ultima riunione della Fed. Le medie mobili esponenziali a 20 e a 100 giorni del resto si sono incrociate al ribasso gia' a inizio maggio ed ora si stanno allontanando tra loro, segno che il trend sta accelerando. Questa rinnovata forza dello yen non ha impedito al Nikkei di completare il 19 giugno con la rottura di area 21190 il testa spalle rialzista disegnato dai minimi del 14 maggio, anche la borsa giapponese quindi sembra incline a prendere la strada della crescita.