Biden e Pfizer rimescolano le carte in borsa

Il vecchio detto "buy the rumor, sell the news", che è un modo sintetizzare come le borse spesso anticipano con il loro andamento la realizzazione di fatti importanti, può essere usato per spiegare almeno in parte l’andamento delle azioni nelle ultime ore. In base al detto sopra citato era abbastanza scontato che la lunga cavalcata rialzista venisse interrotta da una fase di presa di profitto, ma se nel breve termine qualche aggiustamento sembrava inevitabile quello che resta ora da vedere è se in un'ottica di più ampio respiro il proseguimento della fase di crescita è ancora probabile.

Settimana scorsa le borse, anticipando una vittoria alle elezioni presidenziali di Joe Biden, si sono apprezzate in modo deciso, con l'indice Msci World in dollari salito in quella ottava del 7,7% circa, la terza migliore performance dal 2012, ma lunedì, dopo una ultima sfuriata rialzista che ha permesso agli indici principali di Wall Street di toccare nuovi massimi storici, hanno assunto un atteggiamento molto più prudente. 

In parte la frenata è legata all’annuncio di Pfizer e BioNtech che il loro vaccino è efficace nel 90% dei casi nei test condotti su larga scala e che è realistica l'ipotesi di consegnare 50 milioni di dosi entro la fine del 2020 e 1,3 miliardi di dosi nel 2021.

Questa notizia ha causato un vero e proprio crollo dei titoli della “stay at home economy”, quelli che hanno maggiormente beneficiato dei lockdown e dello smart working globale, ma il risultato delle elezioni presidenziali Usa e la possibilità che il Covid abbia un termine di scadenza ha imposto agli operatori un riesame approfondito della struttura dei portafogli di investimento.

Se la pandemia può effettivamente essere messa sotto controllo in tempi relativamente brevi allora le prospettive per un rimbalzo robusto dell'economia globale nel 2021 diventano credibili, tanto più se a governare è un Democratico. I Democratici infatti sono fautori di un piano fiscale di supporto all’economia molto più esteso di quello che vorrebbero i Repubblicani, e anche se il Senato dovesse rimanere a guida Repubblicana è quasi scontato che gli aiuti arriveranno.

La velocità del rimbalzo della borsa Usa, che comunque ha inviato nelle ultime ore segnali grafici incoraggianti (almeno per quello che riguarda gli indici dove la presenza di titoli "old economy " è maggiore), dipende molto anche dalla capacità di fornire ai mercati indicazioni chiare sulle prospettive di approvare il pacchetto di sostegno all'economia del quale si parla ormai da mesi. Se Trump dovesse decidere di concedere il campo all’avversario, e sembra che la sua renitenza sia legata alla ricerca di un perdono fiscale più che ad una vera e propria convinzione di avere ancora delle chance di vittoria e che quindi potrebbe anche sciogliersi rapidamente una volta ottenute garanzie in quel senso, i mercati potrebbero iniziare a sentire odore di accordo per il pacchetto di sostegno all’economia e trovare nuovi motivi per salire.

Ecco perché tutti i titoli più esposti al ciclo economico, maggiormente penalizzati negli ultimi mesi, hanno ora la possibilità di una rapida ripresa. I nomi che vengono in mente sono quelli di Boeing, di Delta Airlines, di Disney, di General Electric, di Norwegian. 

I titoli che si sono apprezzati molto anche grazie ai lockdown, i giganti della tecnologia in primis come Facebook e Netflix, potrebbero invece vedere rallentata la corsa dei loro ricavi e utili, e non solo per la comparsa del vaccino. Non deve essere dimenticato infatti che il Nasdaq Composite quest’anno ha già guadagnato il 30% mentre lo S&P500 è fermo al 10% e che questa differenza di comportamento non è sostenibile all’infinito. 

La crescita degli utili in molti casi è già stata ampiamente scontata nei prezzi, anzi forse si può anche parlare di titoli sopravalutati, il forward P/E dei FANG (Facebook, Amazon, Netflix, Google (Alphabet)) è di 60 volte, quello del'S&P500 ex FANG è invece di 19 volte.  

 

Uno sguardo all’andamento grafico del Dow Jones Industrial mostra una fase di lateralità tra l’inizio di settembre e la fine di ottobre, poi il superamento del lato alto di questa fascia a partire dal 9 novembre con conseguente ripresa dell’uptrend di medio termine e il raggiungimento di nuovi massimi storici. Illudersi che la strada possa essere a senso unico sarebbe pericoloso, una fase correttiva dopo una violenta accelerazione rialzista è inevitabile, ma già con gli elementi a disposizione ipotizzare il raggiungimento dei 33000 punti in tempi relativamente brevi appare ragionevole. 

 

Certo, se la battaglia per la conquista della Casa Bianca dovesse complicarsi, anche la borsa potrebbe fare marcia indietro. Nel caso del Dow il livello di guardia è quello dei 28000 punti, discese al di sotto di quel supporto farebbero temere di aver assistito ad una "bull trap", una trappola per rialzisti. 

 

Nel caso del Nasdaq Composite discese fino in area 11300, dove transita la media mobile a 50 giorni, rientrerebbero ancora in uno scenario correttivo, quindi di ripiegamento temporaneo, sotto quei livelli invece inizierebbe a profilarsi all'orizzonte una ipotesi decisamente più tetra, ovvero che le oscillazioni dal picco di inizio settembre siano un "doppio massimo" in preparazione. 

 

Il "doppio massimo" è una delle classiche figure di inversione del trend in analisi tecnica, il suo completamento segnalerebbe la fine, almeno temporanea, del rialzo visto dai minimi di marzo e l'avvio di una correzione approfondita, che potrebbe arrivare ad interessare i 9000 punti.

Pensare che gli indici "old", come il Dow e lo S&P500, e il Nasdaq, nella sua versione 100 o Composite, possano avere andamenti divergenti a lungo è ovviamente molto azzardato, il destino di questi panieri è legato a doppio filo e la direzione, salvo eccezioni di breve termine, è la stessa. Quello che potrebbe però realizzarsi è un passaggio di testimone della forza relativa, con lo S&P500 che per un certo periodo riesce a sovraperformare il Nasdaq pur in un contesto di borsa crescente.