Trump, Wall Street e l’ambiente

Il vertice dei G7 a Taormina si è chiuso con una frattura (forse insanabile) tra gli Stati Uniti e l’Europa. Con una mossa fortemente populista, Trump ha rilanciato lo slogan della sua campagna elettorale, “America first”, ribaltando le politiche in difesa dell’ambiente adottate da Barack Obama e muovendosi nella direzione opposta rispetto a quella presa da praticamente ogni altro paese del mondo di adottare misure per ridurre le emissioni inquinanti.
La decisione di Trump di cancellare il Clean Power Plan e di allontanarsi dagli accordi sul clima di Parigi  potrebbe però avere degli effetti anche sul mercato azionario. Al di là degli aspetti geopolitici, quello climatico è un tema chiave di rilevanza strategica anche dal punto di vista economico. Sono molte le società di Wall Street che hanno a cuore l’ambiente. Non si tratta però di filantropia: sono molte le big che hanno investito miliardi di dollari in energie rinnovabili tra cui Apple, Johnson & Johnson, Dow Chemical Co., General Electric. Facebook che entro il 2017 conta di generare con le rinnovabili il 50% dell'elettricità consumata dai suoi data center. Ma anche diverse società petrolifere tra cui Exxon Mobil temono effetti negativi dall’uscita degli States dagli accordi di Parigi.
Perché il cambiamento climatico è, volenti o nolenti, anche business.
L’evento in questione non ha sortito per il momento alcun effetto sul grafico di  Johnson & Johnson le cui prospettive restano interessanti dopo la rottura dei top di maggio in area 130 $. Il titolo sembra possedere le energie necessarie per allontanarsi definitivamente dal lato superiore del canale disegnato dai minimi di giugno 2012 e di salire lungo un sentiero più ripido definito da un altro canale di origine più recente (quello che sale dai minimi di gennaio 2016) per obiettivi a 140 $ almeno. Solo il perentorio ritorno sotto i 120$ negherebbe tali attese prospettando l’avvio di una fase laterale/ribassista all’interno di un’area compresa tra i recenti massimi e area 117.
Situazione più complessa per Exxon Mobil, che invece risente delle pressioni ribassiste sul petrolio, crollato in settimana di oltre 4 punti percentuali in scia alle tensioni nel Golfo. Il titolo si sta muovendo da quasi un anno all’interno di un canale correttivo, il cui limite inferiore a 78 $ è stato avvicinato di recente. Una eventuale reazione dai livelli attuali dovrà ricondurre rapidamente le quotazioni oltre area 83,50 per riportare fiducia negli acquisti. Conferme oltre 85,60 spingerebbero poi i prezzi verso gli ostacoli a 90$. Indicazioni negative invece alla violazione dei 78$, preludio a un affondo sui minimi del 2016 a 71,50$ e del 2015 a 66,50$.
Il quadro grafico di Apple presenta maggiori criticità: il titolo risente dell’andamento negativo del comparto tecnologico. La scorsa settimana infatti l'indice Nasdaq è andato per la prima volta dal 14 aprile 1999 a chiudere la giornata sottoperformando di oltre due punti percentuali l’indice Dow Jones. Certo il rialzo proseguiva ormai da 9 anni consecutivi e la stessa Fed parla da tempo di mercati azionari sopravvalutati. Campanello di allarme preoccupante e' stata la seduta del 9 giugno, che ha visto il Nasdaq Composit crollare di quasi 2 punti percentuali. Apple si è resa protagonista da inizio anno di una corsa prolungata ma negli ultimi mesi, a differenza del grafico dei prezzi, l'indicatore RSI a 14 sedute aveva smesso di segnare nuovi massimi, creando sul grafico una divergenza ribassista. La divergenza da sola non può indicare una inversione di tendenza, ma la violazione nelle ultime sedute della media mobile a 50 sedute, in transito a 148,65 circa, ha dato il via alle vendite. Ora sarà determinante il confronto con i supporti presenti in area 140. Sotto questo riferimento possibile affondo in area 130. Poi a 127 dollari, lato alto del gap rialzista lasciato aperto all'inizio di febbraio. Al rialzo la rottura di area 155 segnalarebbe il ritorno dei compatori per obiettivi a 162 dollari circa. 
FTAOnline news - Claudia Cervi