Tokyo supera Pechino come secondo maggiore mercato azionario, ma la Cina potrebbe reagire

La guerra commerciale lanciata da Donald Trump contro la Cina ha colpito anche le borse facendo perdere a Shanghai e Shenzhen la seconda posizione tra i maggiori mercati azionari del mondo. Secondo i dati di Bloomberg, alla chiusura del 2 agosto le quotate cinesi valevano infatti complessivamente 6.090 miliardi di dollari, contro i 6.160 miliardi del mercato nipponico. Gli Usa rimangono ampiamente leader della speciale classifica con oltre 31.000 miliardi di dollari di valore.

 

Al termine della seduta di venerdì 3 agosto l'indice SSE Composite Index aveva ammassato una perdita di oltre il 17% da inizio 2018, contro il declino del 4% del Topix. Due velocità che si registrano anche sul fronte valutario, con lo yuan deprezzatosi nello stesso periodo del 5,3% sul biglietto verde a fronte di meno dell'1% di declino per lo yen. Come ricorda il Financial Times, la Cina era il secondo maggiore mercato azionario al mondo dal novembre 2014, quando aveva superato proprio il Giappone.

 

Ed effettivamente lo studio del grafico di forza relativa che mette in rapporto l'indice di Shanghai con quello di Tokyo mostra una curva decrescente da due anni circa, con la borsa cinese che sottoperforma, in termini di solo movimento dell'indice (quindi escludendo la componente valutaria), quella giapponese.

 

Motivi per vedere continuare a crescere il valore della borsa giapponese ce ne sono: solo pochi giorni fa la Banca Centrale del Giappone ha votato, sorprendendo i mercati, il mantenimento della attuale politica monetaria ultra accomodante. La BoJ punta a fare aumentare l'inflazione, che secondo le stime più recenti potrebbe rimanere al di sotto del suo target del 2,00% fino al 2021 almeno.

 

Meno brillante invece lo scenario macro per la Cina: nel secondo trimestre l'economia ha segnato un'espansione del 6,7% annuo, in ulteriore rallentamento rispetto al 6,8% dei tre precedenti periodi ma in linea con il consensus di Reuters. Frena anche la produzione industriale, la cui crescita in giugno è stata del 6,0% contro il 6,8% di maggio. Recuperano, invece, le vendite retail, salite lo scorso mese del 9,0% annuo contro l'8,5% precedente.

 

Insomma, motivazioni fondamentali per vedere allargarsi la forbice tra gli indici di borsa dei due paesi sembrano essercene.

 

Lo studio dei singoli grafici evidenzia già adesso una situazione diversa tra i due panieri. Il Topix giapponese è reduce da un prolungato rialzo che lo ha visto passare dai 1192,80 punti del 24 giugno 2016 ai 1911,31 punti del 23 gennaio, per poi oscillare negli ultimi mesi attorno alla media mobile esponenziale a 200 sedute, indicatore che sintetizza con la sua posizione rispetto ai prezzi la condizione della tendenza di medio lungo periodo, ora passante a 1735 punti circa.

 

L'indice SSE Composite di Shanghai invece ha avviato una prolungata discesa dai massimi di gennaio 2018 di quota 3587 e già dal febbraio di quest'anno è sceso al di sotto della sua media mobile esponenziale a 200 giorni, attualmente in transito in area 3100, quindi resistenza molto distante dalle quotazioni. Non tutto è perduto tuttavia per la borsa cinese: i minimi di inizio luglio e di inizio agosto sono allineati in area 2692 punti e si collocano quindi al di sopra del forte supporto offerto a 2638 punti dai minimi di gennaio e febbraio 2016.

 

E' ancora possibile che il ribasso degli ultimi mesi si dimostri una interruzione del trend crescente visto dai minimi del 2016 e che questo tenti di ripartire. Un primo indizio in questo senso verrebbe con il superamento dei massimi di luglio a 2915 punti circa, in quel caso infatti le oscillazioni dell'ultimo mese circa si dimostrerebbero un "doppio minimo", figura rialzista capace di sostenere un test della media esponenziale a 200 giorni.

 

Oltre la media, passante in area 3100, l'indice potrebbe tentare la ricopertura dal gap ribassista del 23 marzo a 3243 circa, ultimo ostacolo al ritorno sui massimi di gennaio a 3587 punti. La violazione di 2638/40 sarebbe invece una indicazione di debolezza preoccupante che rischierebbe di anticipare movimenti verso i 2200 punti almeno.

Nel caso dell'indice giapponese Topix invece il supporto chiave si colloca in area 1638/40, dove troviamo la base del gap rialzista del 19 settembre, il minimo del 26 marzo e il 38,2% di ritracciamento del rialzo dai minimi di giugno 2017. Questa percentuale di ritorno ricavata dalla successione di Fibonacci caratterizza i movimenti di correzione: fino a che i prezzi si manterranno al di sopra dei 1638/40 punti sara' lecito considerare le incertezze degli ultimi mesi, dai massimi di gennaio, come una fase di aggiustamento del precedente uptrend il quale resta quindi in forza, pronto a riprendere.

La rottura di area 1800 fornirebbe indicazioni in questo senso prospettando il ritorno sui record di gennaio a 1911 punti. Oltre i massimi storici l'indice si guadagnerebbe nuovo spazio di crescita fino in area 2020, sul lato alto del canale crescente che parte dai minimi di metà 2016. Sotto area 1700 invece rischio di un test del supporto critico di 1638/40.

 

Il cedimento di tale sostegno potrebbe favorire il test a 1550 del gradino successivo nella scala dei ritracciamenti di Fibonacci, il 50%, coincidente con la base del gap dell'8 maggio 2017, supporto critico anche il ottica di medio periodo.