Perche' il rating e' importante? Cosa rischia l'Italia?

Perche' il rating e' importante? Cosa rischia l'Italia?

Il rating e' importante perche' viene utilizzato come parametro dai grandi investitori per stabilire se e quanto di una obbligazione si puo' mettere in portafoglio. Piu' il rating e' basso piu' l'obbligazione e' considerata rischiosa, quindi a parita' di rischio globale del portafoglio, in caso di taglio del rating per uno strumento o una classe di strumenti, una parte della posizione che li comprende deve essere liquidata. Come e' noto la vendita di un bene ne provoca il ribasso del prezzo, e nel caso di un obbligazione automaticamente questo comporta un aumento del rendimento, quindi del costo che deve sostenere l'emittente per convincere il mercato a comprarla.

Moody's ha tagliato il rating dell'Italia a Baa3 da Baa2, ad un solo gradino dalla valutazione "junk", ma l'outlook adesso e' stabile, quindi non si attendono altre riduzioni a breve.

Standard&Poors si esprimera' sul rating italiano il 26 ottobre, presumibilmente anche da parte di questa agenzia arrivera' un downgrade. Anche in questo caso e' probabile che non venga raggiunto il livello "junk".

Anche se questo dovesse accadere, con un doppio downgrade di S&P e di Fitch (che si esprimera' ad inizio del 2019), la Bce potra' continuare a comprare i bond italiani, dal momento che solo nel caso quattro agenzie declassassero l'Italia la banca centrale non potrebbe piu' intervenire in acquisto dei nostri titoli di stato.

Diverso invece come spiegato sopra il discorso per gli investitori privati: quelli che dichiarano di detenere bond sicuri, quindi investment grade, non potrebbero continuare ad avere Btp in portafoglio in caso di declassamento al di sotto di Baa3 nella stessa percentuale con la quale li detenevano prima.

C'e' poi il problema delle banche: nel totale di 3715 miliardi di attivi del sistema domestico del credito sono inclusi circa 370 miliardi di titoli di stato italiani. Con la salita dello spread (che si muove principalmente a causa dell'aumento dei tassi sul debito italiano, non certo a causa di un abbassamento di quello sul debito tedesco) le quotazioni dei bond scendono, quindi anche il loro valore nel portafoglio delle banche.

Le banche piu' vulnerabili in questo senso sono Banco Bpm, Banca Mps e Ubi Banca. Se lo spread dovesse mantenersi oltre i 300 punti, e quindi i rendimenti sui Btp decennali attorno o al di sopra del 3,5%, diverrebbe quasi sicura la necessita' per queste banche di ricorrere ad un aumento di capitale per riportare il patrimonio al di sopra dei minimi regolamentari.

Presentarsi al mercato in questo momento con la richiesta di nuovi fondi per aumentare il capitale e' una impresa se non disperata almeno molto problematica. Anche perche' il declassamento del rating del debito pubblico comporta un immediato automatico declassamento anche di quello delle banche, dal momento che queste ultime non possono vantare un giudizio superiore a quello del Paese.

A questo punto si innescherebbe un circolo vizioso: le banche dovrebbero sopportare un costo aggiuntivo per emettere debito, un costo che alla fine peserebbe sulla clientela, privati e aziende, andando a rallentare la crescita gia' debole del Pil, andando a colpire i profitti delle banche che sarebbero costrette a restringere il credito per rispettare i ratio patrimoniali. Insomma, una spirale di diverrebbe difficile se non impossibile da interrompere.

Non solo le banche dovrebbero pagare di piu' per emettere debito nel caso lo spread rimanesse oltre la soglia dei 300 punti base, anche per il Paese si presenterebbe lo stesso problema. Nel 2017 gli interessi sul debito sono costati allo stato italiano 65 miliardi di euro, ma nel solo mese di settembre 2018, a causa della risalita dello spread, l'aumento della spesa per interessi e' stato di 400 milioni di euro circa.

Moody's ipotizza che la crescita nel prossimo futuro si stabilizzi all'1%, quindi e' improbabile che il rapporto debito/Pil scenda sotto il 130% e ipotizza anche che il debito potrebbe aumentare di dimensione invece di diminuire (attualmente l'ammontare del debito e' calcolato dalla Banca d'Italia a 2341 miliardi).

Del resto il FMI ha confermato recentemente le proprie stime sull'Italia gia' indicate lo scorso luglio, +1,2% nel 2018 e +1% nel 2019 (dopo il +1,5% del 2017), ben distanti da quelle contenute nella nota di aggiornamento al DEF: per il governo la crescita del prodotto interno lordo, attesa all'1,2% nel 2018, dovrebbe salire all'1,5% nel 2019 e all'1,6% nel 2020 per poi calare al +1,4% nel 2021. E' evidente che se ad avere ragione fosse l'Fmi e non il governo, a consuntivo il rapporto defit/pil non sarebbe quello del 2,4% ipotizzato ufficialmente, ma molto superiore, forse anche oltre il 3%.

A settembre nella revisione dell’Economic Outlook anche l'Ocse aveva tagliato le attese per la crescita del Pil italiano del 2018, ora fissato all'1,2% (-0,2% dalla stima precedente), mentre la previsione di crescita per il prossimo anno viene confermata all'1,1%.

A tutto questo si aggiunge la condizione dell'economia globale: quanti sono pronti a scommettere che anche nel 2019 o al piu' tardi nel 2020, con altri 4 rialzi dei tassi messi in programma dalla Federal Reserve, non ci sara' un rallentamento globale? L'Italia, che e' il fanalino di coda nel convoglio dei paesi Ocse, a seguito di un rallentamento globale probabilmente non solo non riuscirebbe a raggiungere i valori di crescita ottimistici ipotizzati dal governo ma nemmeno quelli previsti dagli organismi internazionali indipendenti.

LOcse a fine settembre ha peggiorato l'outlook globale sia per quest'anno che per il prossimo. L'istituto con base a Parigi, nell'edizione di settembre dell'Interim Economic Outlook, ha tagliato al 3,7% la stima di crescita del Pil globale nel 2018, dal 3,8% previsto in maggio. Peggiorato sempre al 3,7% (ma in questo caso dal 3,9%) l'outlook relativo al 2019. Tra i singoli Paesi, l'Ocse stima per gli Usa un'espansione economica del 2,9% nel 2018 (2,7% nel 2019), mentre la Cina è attesa a una crescita del Pil del 6,7% quest'anno (6,4% il prossimo).

Il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime di crescita globale ad inizio ottobre al 3,7% sia per il 2018 sia per il 2019 (-0,2% dalle stime di luglio). Per la zona euro il Pil e' visto in aumento del 2% nel 2018 (-0,2% dalle stime di luglio e -0,4% dalle stime di aprile), dell'1,9% nel 2019. Per gli Usa la crescita 2018 e' attesa al 2,9% (invariata rispetto alla stima precedente), del 2,5% nel 2019 (-0,2%).

Sara' quindi interessante vedere nelle prossime sedute se tutto questo e' gia' stato scontato dalla discesa dei prezzi del Btp decennale del 16% dall'inizio della crisi e dal ribasso del 13% della Borsa da gennaio.

I grafici sembrano dire che un rimbalzo e' ancora possibile, ma le chiusure di venerdi' 19 ottobre sono state segnate prima del downgrade di Moody's.

Il Ffse Mib si e' spinto venerdi' fino a 18754 punti, al di sotto quindi della base del gap rialzista del 1° marzo 2017, a 19003 punti, e in prossimita' del supporto offerto a 18650 dal 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi di giugno 2016, disegnando poi una reazione che lo ha riportato al di sopra di area 19100. La tenuta del riferimento di quota 18650, ricavato dalla successione di Fibonacci, diventa essenziale per poter sperare in un tentativo di rimbalzo che possa tentare almeno la ricopertura del gap dell'8 ottobre con lato alto a 20321 circa. Sotto area 18650 l'indice potrebbe infatti essere tentato di tornare a mettere alla prova i minimi del 2016 a 15907, pur con la interposizione di due supporti abbastanza solidi, a 17758 e 17050 circa. La tenuta di 18650 (l'RSI a 14 ore e' in deciso ipervenduto, una reazione e' partita da area 18750 ma ancora deve superare resistenze rilevanti per dimostrarsi duratura) e la rottura di 19300 potrebbero anticipare un test del lato alto del canale ribassista disegnato dal top del 26 settembre, passante a 19600 circa.