Paesi emergenti, sbagliato fare di tutte le erbe un fascio

Fermi tutti, abbiamo scherzato. Con queste parole si potrebbe descrivere il cambiamento di scenario per l'economia globale al quale abbiamo assistito negli ultimi mesi. L'intensificarsi delle tensioni commerciali in tutto il mondo, ma in particolare tra Stati Uniti e Cina, ha mutato le aspettative degli investitori, che stanno tornando a prevedere un periodo di tassi ancora relativamente bassi per un periodo prolungato.

 

Il rischio che la guerra commerciale scatenata da Trump possa portare ad un rallentamento economico globale e' infatti alto, forse non abbastanza da interrompere il ciclo ormai intrapreso dalle banche centrali di quantitative tightening ma abbastanza da rallentarlo.

 

Poco probabile invece una vera e propria inversione di tendenza, con il ricorso a nuove misure di alleggerimento. Difficile infatti pensare che le primarie banche centrali tornino ad allentare i cordoni della borsa ora che l'inflazione ha raggiunto il 2% in Europa e il 2,4% negli Usa. Il ricorso a nuovi dazi e il protezionismo in generale generano infatti inflazione, dal momento che gli aumentati costi implicati da questi mutamenti vengono trasferiti almeno in parte dalle aziende ai consumatori, facendo quindi aumentare i prezzi.

 

Se le banche centrali rimarranno ferme sulle loro posizioni, intimorite dal rischio di una crescita oltre i target dell'inflazione, e magari si limiteranno ad intervenire sui tassi con una tempistica piu' lenta rispetto a quella ipotizzata fino a poco tempo fa, ci sara' da mettere in conto un aumento della volatilita' sui mercati: il quantitative tightening comporta infatti un drenaggio della liquidita'. Probabile anche un irripidimento delle curve dei tassi, che almeno negli Usa e in Germania dovrebbero assumere un andamento piu' simile a quello ideale.

 

Tutto questo avra’ effetto anche sull’economia e sulla borsa dei paesi emergenti, in particolare per quelli che hanno fatto largo ricorso all’indebitamento in dollari. Di certo sara' importante seguire con attenzione quelle che saranno le contro mosse della Cina agli attacchi statunitensi. Gli effetti negativi delle politiche di Washington sull'economia USA si iniziano gia' a vedere, il Dipartimento dell’Agricoltura USA e' dovuto infatti intervenire con un pacchetto di sostegno per gli agricoltori americani pari a 12 miliardi di dollari, mentre i produttori argentini e brasiliani, in particolare di soia, si sono avvantaggiati della guerra commerciale sia proponendosi come fonti di approvvigionamento alternative sia semplicemente per l'aumento dei prezzi.

 

Alcuni paesi emergenti quindi da una parte rischiano di essere penalizzati dal quantitative tightening della Fed, che drena liquidita', fa crescere i tassi e il valore del dollaro, ma dall'altra potrebbero trarre vantaggio dalle tensioni tra Usa e Cina. Vale quindi la pena di porsi la domanda se non sia il momento di considerare acquisti sull'azionario dei paesi emergenti. Alcuni tra questi paesi infatti hanno dei fondamentali che sono migliori rispetto a quello che la recente evoluzione dei loro listini azionari lascerebbe supporre.

 

Le tensioni in Turchia infatti hanno alimentato negli investitori il timore di un contagio anche per gli altri paesi per i quali un irrigidimento monetario degli Stati Uniti e' dannoso, ma forse sull'onda dell'emotivita' si e' fatto di tutte le erbe un fascio senza distinguere tra chi e' veramente vulnerabile e chi non lo e'. Ad esempio la Russia, l'India, la Malesia, il Messico e la Corea restano interessanti, a differenza dell'Argentina e della Turchia che oggettivamente stanno attraversando serie difficolta' che rischiano di non risolversi in tempi brevi.

Tra le borse dei paesi citati vi sono differenze significative: quella indiana, quella malese e quella coreana hanno evidenziato nelle ultime settimane una buona propensione al rialzo, mentre quella messicana e quella russa si sono dimostrate in difficolta'. Quella coreana (indice Kospi) e quella russa (indice Rts) viaggiano al di sotto delle rispettive medie mobili a 100 e 200 sedute, indicatori che aiutano a sintetizzare la condizione della tendenza di medio e lungo periodo (quando le medie sono al di sopra del grafico come in questo caso si parla di trend ribassista), mentre solo quella indiana (indice S&P Bse 500) e' l'unica che si sta dimostrando in accelerazione positiva rispetto alle medie, quindi quella con la tendenza rialzista piu' marcata.

 

Interlocutorio il comportamento della borsa messicana (indice IPC - Indice de Precios Y Cotizaciones) e di quella malese (KLSE Composite Index) che hanno superato al rialzo recentemente le due medie senza allontanarsene tuttavia in modo convincente.

 

Da questa prima analisi generale emerge che l'indice russo Rts e' da avvicinare con cautela, in particolare tornerebbe ad essere interessante in ottica di acquisti solo oltre i 1150 punti con la prospettiva in quel caso di raggiungere almeno area 1350 (1470 resistenza successiva).

 

Analoga valutazione per il Kospi coreano, che sarebbe da considerare un potenziale candidato per un portafoglio di investimento solo oltre i 2400 punti (target a 2607, record di gennaio, poi a 2800 punti circa).

 

Per il KLSE malese il vero banco di prova sara' quello dei 1896 punti, dove si collocano i massimi di luglio 2014 e di aprile 2018: sopra quei livelli si aprirebbero ampi spazi di rialzo, anche fino a 2290 (resistenza intermedia a 2100 circa). Sotto area 1700 invece tornerebbero ad emergere i rischi di un approfondimento ribassista.

 

La resistenza chiave per l'IPC messicano e' il picco del luglio 2017 a 51770 circa, raggiungibile con la rottura di area 50500. Target in quel caso a 54000 almeno. Sotto area 48000 invece segnali di debolezza preoccupanti.

 

Nel caso del BSE indiano invece sono individuabili, alla rottura del picco del 3 settembre a 15940 circa, obiettivi fino in area 17000 almeno. Solo la violazione dei 15050 punti farebbe temere un rallentamento duraturo della crescita.