Negoziati Usa Cina, il tempo stringe anche per la borsa

Una analisi delle migliori performance dei principali indici azionari mondiali nel 2019, cosi' come viene fissata al 2 aprile, mostra che la borsa cinese (China Shanghai Composite) con il suo +27,4% e' largamente in vantaggio su quella americana, lo S&P500 infatti ha guadagnato "solamente" il 14,2%, valore che del resto e' comune a molti altri indici (Cac 40 +14,6%, Bel 20 belga +15,2%, Russia Rts +14,1%, Ftse Mib +17,5%). L'andamento delle borse, americana e cinese, ha avuto un ruolo determinante nella evoluzione delle trattative sul commercio. Trump non puo' permettersi una borsa debole, soprattutto ora che si gioca la rielezione, e infatti ha astutamente congelato i 250 miliardi di dollari di tariffe aggiuntive che avrebbero dovuto essere imposti alle merci cinesi a inizio marzo, facendo questo "beau geste" formalmente per favorire l'evoluzione senza scosse dei negoziati, in realta' per evitare di sciupare il rimbalzo di Wall Street. La Cina da parte sua, per evitare di fare la parte del vaso di coccio contro il vaso di ferro americano ha messo il turbo sul fronte dei tagli fiscali e degli incentivi al credito, e potrebbe essere riuscita, come dimostrano i recenti dati sui direttori acquisti del comparto manifatturiero (il Caixin/Markit PMI, Purchasing Managers’ Indexm, a marzo ha mostrato la cresita piu' robusta degli ultimi otto mesi salendo a 50,8 punti dai 49,9 di febbraio, superando la soglia dei 50 punti che separa una prospettiva di crescita da una di contrazione), a stabilizzare l'economia che fino a poco tempo fa aveva invece mostrato evidenti segni di stanchezza. Per adesso la crescita dei nuovi ordini, sia interni sia di export, e' limitata, ma nei prossimi mesi e' probabile che si inizino a vedere indizi concreti di ripresa. Anche gli Usa, dopo la debacle del 1° trimestre, potrebbero riuscire a riacciuffare almeno il 2,5% di crescita del Pil a partire dal secondo trimestre, ma e' evidente che la capacita' di reazione cinese, o almeno questo e' quello che dice l'andamento degli indici di borsa, si e' dimostrata piu' efficace e tempestiva. Gli americani speravano di portare i cinesi ad un accordo da una posizione di forza, ora invece sono i cinesi che potrebbero cercare di tirarla per le lunghe, magari arrivando fino al G20 previsto in Giappone a fine giugno, per vedere se effettivamente la cura da cavallo che hanno imposto all'economia funziona e se riusciranno quindi a trattare con gli Usa almeno da pari a pari. Il rialzo delle borse nelle ultime sedute e' dovuto alle attese sui negoziati commerciali che ripartono oggi a Washington, dove e' giunta la delegazione cinese guidata dal vice premier Liu He. Secondo Myron Brilliant, dirigente della U.S. Chamber of Commerce citato dal Financial Times, l'accordo sarebbe stato raggiunto al 90% (anche se Brilliant non ha mancato di notare come il 10% restante sia la parte piu' difficile). I mercati forse sperano che l'intesa possa arrivare entro questa settimana, ma se cosi' non fosse si aprirebbe una finestra di altri 3 mesi circa durante i quali sarebbe difficile continuare a mantenere alta la aspettativa per un risultato positivo delle trattative, e quindi anche alte le quotazioni azionarie, soprattutto se dalle economie Usa e cinese dovessero arrivare altri segnali contraddittori come quelli emersi di recente. Solo nella seduta di mercoledi' sono emersi due dati macro preoccupanti: negli USA i nuovi occupati nel settore non agricolo (stima ADP) nel mese di marzo sono risultati pari a 129 mila unità da +197 mila unità (dato rivisto da +183 mila) del mese precedente. Il dato è inferiore alle stime degli analisti che avevano previsto 184 mila unità. Sempre negli USA l'indice ISM non manifatturiero a marzo si è attestato a 56,1 punti, in netto calo rispetto ai 59,7 di febbraio e ben al di sotto delle attese degli analisti fissate a 58,1 punti.