Mercati Usa, emergono tensioni su tassi e immobiliare

I grafici dei mercati finanziari, anche per chi non crede al loro potere di previsione, sono comunque uno strumento di descrizione oggettivo della realta' molto efficace. E osservando il grafico del Dow Jones Industrial, rappresentativo dei 30 maggiori titoli dell'economia Usa, e' impossibile rimanere impassibili davanti allo scivolone che i prezzi hanno evidenziato tra la fine di gennaio, quando erano sul massimo storico dei 26617 punti circa, e i minimi di inizio febbraio a 23360 punti.

 

L'ampiezza del ribasso in termini assoluti e' stata rilevante, superiore anche a quella dell'ultima fase di ripiegamento che aveva interessato l'indice nel 2015. In quella occasione, dopo il veloce calo subito ad agosto, alle quotazioni era servito fino al luglio del 2016 per segnalare, con la rottura dei massimi di maggio 2015, di avere recuperato una solida intonazione positiva. Una situazione simile si era palesata anche nel 2012, quando dopo il calo di maggio, di ampiezza minore alla meta' di quello appena vissuto, i prezzi avevano ritrovato una strada rialzista stabile solo a partire dal gennaio del 2013.

 

Per quanto i comportamenti passati non possano essere presi a modello certo di quelli futuri, e' evidente che una caduta fragorosa come quella di febbraio difficilmente potra’ non avere strascichi duraturi, anche se non necessariamente pesanti: al mercato potrebbe essere sufficiente una fase di stabilita’ prima di tornare a salire.

 

Esiste pero’ anche l’ipotesi che il peggio non sia ormai gia' alle spalle e che il ribasso sia stato in realta' solo il primo elemento di una struttura piu' complessa, destinata a fare segnare nuovi minimi distante da quelli toccati a febbraio.

 

Ma in quale direzione potrebbe guardare lo studio dei mercati per ricavare indicazioni utili a cercare di inquadrare correttamente la gravita' del recente crollo?

 

Un punto di partenza di sicuro interesse e' quello dei tassi di interesse, in particolare di quelli relativi ai titoli di stato americani con scadenza a 10 anni. Il giocattolo della crescita a tempo indefinito delle borse, al quale gli investitori si sono assuefatti ormai da piu' di 10 anni (almeno per quella Usa), potrebbe infatti rompersi se si scontrasse con il muro dei tassi di interesse crescenti.

 

Sul grafico dei tassi a 10 anni americani anche l'osservatore meno attento puo' notare come, dopo aver raggiunto un minimo all'1,4% circa nel luglio del 2012, le quotazioni abbiano tentato nel luglio del 2016 di scendere al di sotto di quel valore, senza riuscire tuttavia nell'impresa. A partire dal luglio del 2016 si e' verificato un rialzo molto simile a quello visto tra il luglio 2012 e il settembre 2013, che ha riportato le quotazioni nell'area del 3%.

 

Fino a qui quindi nulla di nuovo, niente che la borsa non abbia gia' visto negli ultimi anni e che non abbia digerito senza troppe difficolta', continuando anzi a crescere spedita anche durante le fasi di avvicinamento alla resistenza del 3%.

 

Le cose potrebbero tuttavia cambiare in caso di rottura del 3% da parte dei tassi a 10 anni: in quel caso le oscillazioni degli ultimi 6 anni circa si dimostrerebbero una zona di accumulo, una figura rialzista che potrebbe fornire la base per un movimento almeno verso i massimi del 2009 in area 4% e probabilmente anche fino ai massimi del 2007 al 5,3%.

 

Difficilmente la borsa potrebbe fare orecchie da mercante anche ad un cambiamento di questa portata. L'avvio di un movimento di tale ampiezza sui tassi di interesse necessiterebbe infatti di una motivazione solida, da ricercare principalmente nella ripresa dell'inflazione, o meglio in una ripresa piu' veloce rispetto a quella gia' scontata dai mercati alla quale le banche centrali dovrebbero rispondere con un serrato fuoco di sbarramento (la Fed ad esempio potrebbe essere costretta ad intervenire al rialzo sui tassi nel 2018 quattro volte, e non solo tre come pensato fino ad oggi).

 

Non deve essere dimenticato che gli ultimi anni di banche centrali ultra accomodanti hanno reso l'accesso al debito estremamente conveniente, con il risultato che quello globale e' salito alla cifra monstre di 230 mila miliardi di dollari. Un rialzo dei tassi superiore al previsto metterebbe in discussione la sostenibilita' di questo fardello per le famiglie, le imprese e forse anche per gli Stati sovrani (come l'Italia, con i suoi 2280 e piu' miliardi di debito pubblico).

 

Con i tassi in crescita potrebbe poi verificarsi un "effetto travaso", con parte delle risorse oggi allocate sulle borse in fuga verso un reddito fisso piu' attraente. Certo, fino a che l'economia continuera' a tirare come sta facendo adesso, e' possibile che i privati e le aziende riescano a rifinanziarsi a costi crescenti senza che questo metta sotto pressione la capacita' di spesa dei primi e gli utili delle secondo, ma le incognite non mancano.

 

Ad esempio la riforma fiscale di Donald Trump si rivelera' effettivamente una spinta per l'economia nel suo complesso? Moody's ad esempio ha calcolato che il contributo della riforma fiscale all'aumento del Pil sara' modesto, nell'ordine dello 0,1/0,2%, mentre e' sicuro che andra' ad appesantire il deficit nazionale di 1500 miliardi di dollari in un decennio, mettendo sotto ulteriore pressione i conti pubblici e facendo salire il debito sopra il 100% del Pil.

 

Intanto i primi effetti delle tensioni sui tassi di interesse si stanno manifestando in un mercato fondamentale per la tenuta dell'economia Usa, quello immobiliare. I recenti dati di Freddie Mac mostrano che i tassi sui mutui a tasso fisso trentennale hanno toccato i massimi dalla fine del 2016 spingendosi sopra il 4,3%, lo 0,3% circa piu' in alto rispetto all'inizio del 2018.

 

Gli ultimi dati sulle vendite di case esistenti (che rappresentano il 90% circa del mercato), relativi al mese di dicembre (quindi antecedenti ai recenti rialzi dei tassi) hanno mostrato un calo del 3,6%, il peggiore risultato degli ultimi 10 mesi (il dato su base annua e' stato invece di un rialzo dell'1,1%, in migliore risultato degli ultimi 11 anni). Se il trend dei tassi sui mutui dovesse continuare anche il comparto immobiliare potrebbe entrare in crisi.

 

Per il momento l'indice Phlx Housing Sector (HGX) ha subito una correzione simile a quella dell'indice di borsa. La caduta, in termini di punti persi, e' stata simile a quella subita tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016, in quella occasione l'indice del comparto immobiliare aveva impiegato fino alla fine di gennaio 2017 per forzare i massimi precedenti e riprendere a salire stabilmente. Ancora peggio era andata nel 2010, quando dopo la correzione ribassista vista a tra aprile e luglio (ancora una volta di ampiezza simile all’attuale), i prezzi erano tornati oltre il picco di provenienza solo a giugno del 2012.

Se poi l'indice dell’immobiliare dovesse scendere al di sotto della sua media mobile a 52 settimane, passante in area 295 e praticamente coincidente con i massimi del 2005, sarebbe difficile continuare a credere di essere in presenza solo di una fase di assestamento e non di una vera e propria inversione del trend.

Considerando che l'indice di correlazione calcolato ad 1 anno tra il settoriale del mercato immobiliare e per lo S&P500 e' attualmente prossimo al suo valore massimo teorico di 1 unita' (correlazione perfetta), e' evidente che un deterioramento serio del primo non potrebbe che essere la spia di una inversione in senso ribassista anche per il secondo.