L'italia cresce spedita, la borsa tentenna, quali strategie adottare?

Le nuove previsioni economiche dell'Unione Europea permettono di guardare con relativo ottimismo al futuro della borsa nonostante le incertezze dimostrate in questa prima parte di novembre. Le stime sul Pil dell'Eurozona per il 2017 e il 2018 sono infatti state riviste al rialzo, rispettivamente a +2,2% (da 1,7%) e +2,1% (da 1,8%). Stabile il +1,9% per il 2019, mentre le previsioni sull'inflazione sono state abbassate a +1,5% e +1,4% nei prossimi due anni.

Per quanto riguarda l'Italia, le stime sul Pil sono state alzate a +1,5% (da 0,9%) per il 2017 e +1,3% (da 0,9%) nel 2018 mentre per il 2019 si fermano all'1 per cento. La crescita economica dell'Italia rappresenta tuttavia la piu' bassa tra i Paesi Europei per tutti e tre gli anni.

L'inflazione nazionale e' vista all'1,4% nel 2017, all’1,2% nel 2018 e all’1,5% nel 2019. I dati di recente uscita sembrano confermare la revisione in chiave ottimistica delle stime. Eurostat ha infatti pubblicato la seconda stima del PIL dell'eurozona: nel terzo trimestre 2017 il prodotto interno lordo e' cresciuto dello 0,6% su base trimestrale (in linea con la prima lettura) ed è cresciuto del 2,5% su base annuale, in linea con le attese. Nel mese di settembre, sempre in base ai dati di Eurostat, la produzione industriale dell'eurozona e' cresciuta del 3,3% su base annua. Ad agosto la produzione era cresciuta del 3,9%, rivista da +3,8%. Su base mensile la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,6% pari alle attese.

Secondo i dati definitivi resi noti dall'Istat, nel terzo trimestre del 2017 il prodotto interno lordo (PIL) dell'Italia è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell'1,8% nei confronti del terzo trimestre del 2016, un valore uguale a quello della Francia e superiore a quello dello Gran Bretagna (la Germania invece viaggia al ritmo del +2,8%). In valore assoluto il Pil del trimestre ha superato i 400 miliardi, una soglia che non veniva piu' raggiunta da tempo.

Questi dati hanno anche un significato politico importante e aiutano il governo di Paolo Gentiloni nella definizione della manovra economica. Le previsioni dello stesso governo si attestavano infatti ad una crescita dell'1,5% rispetto al 2016, dato del resto congruo con quello espresso da Banca d'Italia (c'e' pero' da ricordare che i dati dell'Istat sono corretti per gli effetti del calendario mentre quelli ai quali fa riferimento il governo sono i dati grezzi).

La crescita tendenziale italiana e' ai massimi dal secondo trimestre del 2011 mentre quella congiunturale ha fatto registrare la tredicesima variazione consecutiva positiva. A questo risultato si e' giunti grazie alla domanda estera ma anche a seguito di un aumento dei consumi interni, gli italiani tornano quindi a spendere di piu' e a risparmiare meno.

Anche il Fmi conferma nel suo Regional Economic Outlook per l'Europa che il Pil italiano crescera' dell'1,1% nel 2018 e dello 0,9% nel 2019 con la disoccupazione che dovrebbe scendere all'11,4% nel 2017. Secondo il Fondo quest'anno il debito dell'Italia dovrebbe attestarsi al 133% del Pil, per scendere al 131,4% nel 2018 e al 128,8% nel 2019 mentre il deficit e' atteso al 2,2% nel 2017, all'1,3% nel 2018 e allo 0,3% nel 2019. Sono soprattutto questi ultimi valori che dovrebbero aiutare la borsa a crescere, secondo l'Fmi infatti con la ripresa europea in atto i paesi che come l'Italia hanno un elevato debito pubblico (e quindi anche il Belgio, la Francia, il Portogallo e la Spagna) dovrebbero riuscire ad approfittare della congiuntura positiva per ridurlo senza ricadute sulla crescita.

La debolezza delle borse europee, e di quella domestica, vista dai massimi di novembre male si concilia con il quadro delineato per l'economia ma trova spiegazione in elementi che potrebbero avere una portata solo passeggera.

Quello forse piu' rilevante e' la riforma fiscale statunitense impantanata al Congresso. Il timore che la riforma voluta da Trump, e sulla quale la borsa Usa ha scommesso pesantemente, venga posticipata indebolisce gli indici americani e di conseguenza anche quelli europei, che come e' noto ne subiscono l'influenza, nel bene e nel male.

Anche il default del Venezuela e' stato un elemento destabilizzante, che ha comportato vendite massicce sulle monete dei paesi emergenti (la lira turca ad esempio ha toccato nuovi minimi storici).

Resta poi sullo sfondo il tema dei npl. Mario Draghi nel discorso introduttivo al Forum sulla vigilanza bancaria della bce a Francoforte ha sottolineato che molte banche mancano ancora della capacità di assorbire grandi perdite poiche' il rapporto fra sofferenze, capitale e accantonamenti resta elevato. Serve quindi secondo Draghi uno sforzo congiunto da parte di banche, supervisori, regolatori e autorita' nazionali per affrontare questo tema, in modo ordinato, in primo luogo e soprattutto creando un ambiente in cui gli Npl possano essere gestiti efficacemente e smaltiti in modo efficiente. Per il capo della Bce affrontare gli Npl e' una precondizione per gli altri pilastri dell'Unione bancaria e non c'e' spazio per autocompiacersi, serve quindi uno sforzo comune tra Vigilanza bancaria, le autorita' di regolamentazione e quelle nazionali per affrontare il problema, parole che pesano su tutto il comparto della banche che come si sa, su alcuni panieri, e quello italiano e' tra questi, hanno un peso determinante.

L'impressione tuttavia e' che gli elementi destabilizzanti citati possano avere un impatto nel breve termine sull'andamento delle azioni mentre il miglioramento delle prospettive di crescita, e gli effetti su rapporto debito/Pil e deficit/Pil, potranno continuare ad influenzare il mercato piu' a lungo. L'impressione quindi e' che la attuale fase di debolezza possa rappresentare una occasione di ingresso sulla borsa, anche su quei titoli che sono stati pesantemente penalizzati nelle ultime sedute e che dovrebbero cosi' avere scontato ormai i principali fattori di debolezza.

Guardando il grafico dell'indice Ftse Mib ci si accorge del resto che il recente calo e' solo un sussulto se messo a confronto con la estensione del rialzo che lo precede. L'indice ha infatti toccato un minimo a giugno del 2016 a 15017 punti circa muovendosi poi con un discreta continuita' al rialzo fino ai recenti massimi di area 23135. Gli studiosi dei grafici utilizzano alcuni strumenti per cercare di valutare la gravita' di un movimento che si sviluppa contro la tendenza principale.

Il piu' conosciuto e' forse quello delle medie mobili, indicatori che replicano l'andamento della tendenza diminuendone, all'aumentare del valore utilizzato nel calcolo, l'erraticita'. Per convenzione la media mobile a 50 giorni viene utilizzata per valutare lo stato del trend di breve termine, quella a 100 giorni per la tendenza di medio periodo e quella a 200 per il trend di lungo periodo. Allo stato attuale il Ftse Mib ha violato in area 22500 la media a 50 sedute, mettendo in discussione quindi la tenuta dell'uptrend per quello che riguarda l'immediato, ha interessato, quella a 100 sedute, in transito a 22000 punti circa, ma si mantiene ancora bene al di sopra di quella a 200 sedute, passante a 21100 punti circa. Solo discese anche al di sotto di quei livelli costringerebbero a rivedere la strategia di acquisto sulla debolezza per l'indice e per strumenti ad esso correlati (ad esempio Etf).

Ma esiste un altro tipo di strumento che ancora meglio delle medie mobili risponde all'esigenza di valutare l'impatto di una fase correttiva sulla tenuta della tendenza principale, quello dei "ritracciamenti". L'osservazione del passato ha permesso di formulare una teoria per la quale ritorni nell'ambito di 1/3 o della meta' al massimo del movimento precedente sono da considerare una pausa fisiologica di un trend, movimenti di ritorno tra la meta' e i 2/3 sono ancora accettabili ma costringono a valuare come probabile anche l'ipotesi di una vera e propria inversione di tendenza che si concretizza poi spesso in caso di superamento anche dei 2/3 di "ritracciamento" (con questo termine si indica quindi il percorso a ritroso successivo alla realizzazione di una tendenza bene identificabile, come quella vista nel caso del Ftse Mib dai minimi del giugno 2016). Utilizzando questo approccio e' possibile identificare una griglia da sovrapporre al grafico per fissare dei punti chiave utili alla definizione di previsioni future.

Movimenti fino in area 20500 (33% di ritracciamento), livello raggiungibile in caso di taglio al ribasso della media mobile a 100 giorni, sarebbero solo il primo possibile punto di arrivo di una correzione che avrebbe spazio per estendere fino in area 19100 (50% di ritracciamento) prima di divenire preoccupante.

Questo tipo di lettura suggerisce due conclusioni, la prima che per il momento e' sicuramente prematuro iniziare a parlare di un rischio di inversione del trend di fondo della borsa, che rimane pertanto orientato al rialzo, la seconda che eventuali strategie di re-ingresso al rialzo sono adottabili ma non da subito, meglio pazientare ancora e attendere movimenti in area 20000/20500 come in punti prima di attivarle, avendo cura di adottare stop loss sui nuovi acquisti da posizionare subito al di sotto dei 19100 punti.

Se invece le quotazioni riusciranno a mantenersi al di sopra della media mobile a 200 giorni, a 21100, la flessione potra' essere derubricata ad un fenomeno di minore entita' e la attivazione di nuove strategia di acquisto potra' seguire il superamento dei massimi di inizio novembre.