La Fed da il via all'Exit Strategy, cosa faranno le borse?

Ottobre non è solo il mese in cui le foglie con il freddo diventano rosse, ocra, gialle e poi cadono, ma quest'anno è anche il mese in cui il bilancio della Federal Reserve inizierà a diminuire. Nella riunione del Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Federal Reserve che si occupa di politiche monetarie) conclusasi il 20 settembre la Yellen ha indossato i panni da falchetto facendo intendere ai mercati che "the exit strategy is coming". L’istituto centrale di Washington ha infatti finalmente tolto il velo sull'annunciato piano di riduzione del suo bilancio da 4.500 miliardi di dollari, per la prima volta in nove anni (era di 900 miliardi nel 2008). A partire da ottobre la Fed inizierà a tagliarlo di 10 miliardi di dollari al mese, poi ogni trimestre la cifra verrà incrementata di 10 miliardi, fino ad un massimo di 50 miliardi di dollari al mese. La riduzione del bilancio verrà attuata in modo semplice, i titoli in scadenza non verranno rinnovati. Se poi in futuro l'economia dovesse tornare in difficoltà nulla vieterebbe comunque un ritorno al QE. Per il momento comunque, almeno secondo William Dudley, presidente della Federal Reserve Bank of New York, i fattori che deprimo l'inflazione stanno scomparendo e i fondamentali dell'economia americana sono sani. Dudley esorta quindi la banca centrale a rimuovere progressivamente il programma di stimolo della politica monetaria.

 

Per fortuna il Fomc ha, come del resto previsto, lasciato invariati i tassi d’interesse in un range dell’1,00-1,25% dopo averli aumentati di 25 punti base nei meeting di marzo e giugno (e prima ancora nel dicembre dello scorso anno), senza creare quindi ulteriori turbamenti ai mercati finanziari che già devono fare i conti con la novità della exit strategy. Le prospettive rese note dalla Fed sono, anche in questo caso come previsto dal mercato, per un nuovo rialzo in dicembre ma anche per tre successivi nel corso del 2018. La Fed ha però rivisto al ribasso dal 2,9% al 2,7% la stima del livello che i tassi raggiungeranno nel 2019 e dal 3% al 2,8% quella di lungo periodo. E' da notare che previsioni così basse per i tassi di lungo termine non si erano mai viste dal 2012, quando la Fed aveva iniziato a pubblicarle (allora erano al 4,25%), evidentemente i 17 membri della Fed, che in modo anonimo indicano quale sarà il livello futuro dei tassi ufficiali, iniziano ad essere convinti che la domanda aggregata globale tenderà ad indebolirsi rendendo meno probabile un surriscaldamento dell'economia. Questo fenomeno dovrebbe contrastare la crescita dell'inflazione, che anche nel 2018 potrebbe rimanere al di sotto del 2% (1,6% atteso nel 2017) nonostante la bassa disoccupazione e le attese di crescita dell'economia. La banca centrale ha infatti alzato le stime di crescita per il Pil del 2017 dal 2,2% previsto a giugno al 2,4% (anche per effetto degli uragani), lasciando per ora invariato al 2,1% il valore per il 2018. Segnali in questo senso ce ne sono molti, di recente ad esempio la Federal Reserve di Philadelphia ha reso noto che il proprio Indice, che monitora l'andamento dell'attivita' manifatturiera dell'area di Philadelphia, si è attestato nel mese di settembre a 43,6 punti dai 18,9 punti di agosto risultando nettamente superiore alle attese degli analisti che si aspettavano un valore dell'indice pari a +17,2 punti.

 

In volo si alzano comunque anche alcune colombe, forse con l'intento di indorare la pillola della riduzione del bilancio federale. Robert Kaplan, presidente della Federal Reserve Bank (Fed) di Dallas, venerdì 22 settembre si è detto di “larghe vedute” in merito a un rialzo dei tassi d’interesse in dicembre, ma ha anche ribadito i suoi timori sull’attuale debolezza dell’inflazione che potrebbe risultare in tendenze strutturali difficili da contrastare. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Kaplan, quest’anno membro votante del Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie), ha detto di volere prendere “un po’ più tempo” per decidere. Di fatto Kaplan ha ribadito quanto già fatto in precedenza, predicando pazienza negli interventi della Fed, sottolineando oltre tutto, riporta Reuters, che l’equilibrio di lungo periodo dei tassi sia al 2,25% e quindi decisamente sotto al 2,8% (già rivisto al ribasso dal 3,0%) ipotizzato mercoledì scorso dal Fomc.

 

Anche secondo John Williams, presidente della Federal Reserve Bank (Fed) di San Francisco, i tassi d’interesse Usa di lungo periodo potrebbero attestarsi a livelli inferiori rispetto al precedente ciclo di tagli. “Penso di avere molta fiducia sulla visione generale di aumenti graduali nei prossimi due anni per tornare a un livello normale”, ha spiegato Williams, che ha però indicato intorno al 2,50% la sua definizione di “normale” e quindi sotto al 2,80% (già rivisto al ribasso dal 3,00%) ipotizzato mercoledì scorso dal Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie). Per Williams, che non è membro votante del Fomc quest’anno ma lo sarà nel 2018, la Fed potrebbe effettivamente aumentare i tassi nel meeting di dicembre ma la visione complessiva resta più importante del momento preciso dei singoli interventi.

 

Di preoccupazioni gli investitori potrebbero comunque averne già abbastanza nel prossimo futuro senza doversi confrontare con dei tassi di interesse Usa destinati a raddoppiare nel giro di un anno. Il grafico che mette a confronto l'andamento del bilancio Fed e l'indice S&P500 mostra infatti una forte correlazione diretta, almeno nel periodo dal 2009 ad oggi, una diminuzione del primo potrebbe avere quindi un impatto negativo anche sul secondo. Il condizionale è d'obbligo, è possibile che per i mercati, globalizzati come sono, conti non solo l'operato della Fed ma l'effetto totale delle decisioni di politica monetaria di tutte le principali banche centrali, e sia la Bce sia la Bank of Japan per il momento non hanno certo cambiato rotta, rimanendo estremamente espansive. Solo l'avvio del tapering da parte della Bce potrebbe essere l'elemento che convincerà  i mercati che il vento è definitivamente cambiato. 

 

Non tutti i settori dell'economia, e quindi anche le loro azioni in borsa, comunque guardano con preoccupazione alla riduzione del bilancio e ad  un incremento dei tassi d’interesse entro la fine dell’anno. Si tratta infatti di un cambiamento restrittivo che si è già riflesso in una notevole crescita dei rendimenti ma che a sua volta può tradursi in un segnale importante per le banche che attendono da tempo tassi più elevati per rafforzare quella componente essenziale del giro d’affari che è il margine d’interesse.

Ed e' proprio dallo studio dei settoriali bancari che si potrebbero cogliere quindi indizi importanti per capire quale potrebbe essere il destino della borsa nel suo complesso. L'S&P Banks Select Industry Index (SPSIBK) ha disegnato dal massimo di marzo una fase laterale, a differenza dell'indice S&P500 che invece come è noto a continuato a macinare nuovi massimi storici (l'ultimo quello del 20 settembre a 2509 circa). Lo sviluppo di una fase laterale è tutto sommato benvenuto quando si tratta di fare previsioni dal momento che con il superamento di uno dei suoi estremi si ricavano indicazioni affidabili sulle intenzioni del mercato. In caso di rottura del lato superiore, quando come nel caso in esame il trading range si innesta su di una tendenza rialzista pregressa (partita dai minimi di inizio 2016 a 178,39 punti), è lecito prevedere la ripresa dell'uptrend, con obiettivi almeno proporzionali alla ampiezza della fase laterale stessa proiettata dal punto di rottura. 

Al superamento dei massimi di marzo a 311,84 punti quindi il settoriale S&P Banks potrebbe avanzare almeno fino in area 350 punti. Tale target è tuttavia probabilmente conservativo, oltre il top di marzo i prezzi si lascerebbero infatti alle spalle anche il lato alto del canale crescente che parte dai minimi di inizio 2009 e quindi si aprirebbe la strada per il raggiungimento di obiettivi calcolati con la tecnica del raddoppio dei canali (calcolo della ampiezza e proiezione dal punto di rottura), posti a 410 punti circa, allineati con i massimi storici di febbraio 2007 a 412,62 punti. La rottura del lato alto della fase laterale sarebbe quindi da leggere come un segnale di forza valido per il medio lungo periodo che difficilmente potrebbe riguardare solo il comparto banche ma che probabilmente sarebbe lo specchio di una rinnovata forza per la borsa nel suo complesso, almeno per quella Usa. 

La mancata rottura di area 311/12 potrebbe tuttavia rivelarsi altrettanto significativa. Se i prezzi dovessero scendere al di sotto dei minimi di giugno a 273,90, base della fase laterale degli ultimi mesi, la stessa si dimostrerebbe un "doppio massimo", figura dalle implicazioni ribassiste che potrebbe fornire la sponda per movimenti verso la base del canale rialzista citato, attualmente in area 215 circa. Un movimento di questa ampiezza necessiterebbe con buona probabilità di alcuni mesi per realizzarsi e il suo sviluppo sarebbe lo specchio della fine dell'idillio tra investitori e borsa. 

Considerazioni analoghe si possono avanzare anche per il NASDAQ Bank Index (CBNK), che dopo il raggiungimento di un nuovo record a inizio marzo a 4000 punti ha avviato una fase sostanzialmente laterale, anche se meno nettamente definita rispetto a quella del settoriale S&P. Sulla scorta dei ragionamenti fatti per l'altro indice è comunque possibile affermare che anche in questo caso la rottura della parte alta della attuale fase di congestione, il picco dei 4000 punti, aprirebbe la strada a movimenti ampi di rialzo, con obiettivi almeno fino a quota 4250 (obiettivo successivo a 4770), mentre la violazione della base della fase laterale, posta a 3440 punti, potrebbe attivare un ripiegamento almeno fino in area 2800, dove transita la trend line rialzista disegnata dai minimi di ottobre 2011, anche in questo caso, come in quello dello S&P Banks, un movimento che probabilmente impiegherebbe alcuni mesi per realizzarsi.