Italia, il quadro macro si sgretola, secondo Gann reggera' la borsa?

I dati macro di recente uscita presentano un quadro prospettico per l'economia italiana tutt'altro che tranquillizzante.

La voce piu' autorevole in questo senso probabilmente e' quella della Commissione UE, che nelle previsioni macroeconomiche d'autunno, ha rivisto al ribasso la stima di crescita del PIL 2018 dell'Italia a +1,1% da +1,3% indicato in precedenza. Peggiorata anche la previsione per il 2019 a +1,1% da +1,2%. Rivista al rialzo invece la stima sul deficit 2018 all'1,9% (dall'1,7% indicato in precedenza). Previsto un deficit/PIL al 2,9% nel 2019 ed al 3,1% nel 2020.

In generale a ben vedere tutta l'area e' in rallentamento, la Commissione UE ha infatti abbassato la stima di crescita per tutta l'eurozona per il 2019 a +1,9% dal +2% indicato in precedenza. Confermato il rallentamento per il 2018 a +2,1% dal +2,4% del 2017 mentre per il 2020 è atteso un PIL in crescita dell'1,7%.

Le dolenti note continuano con l'indice PMI di Markit, basato sulle aspettative dei direttori degli acquisti delle aziende manifatturiere italiane, in ottobre è sceso infatti sui minimi dal dicembre del 2014 a 49,2, da 50 di settembre: il consensus si aspettava 49,6. Quella dei 50 punti è la soglia che separa uno scenario di contrazione dell’attività manifatturiera da uno di espansione. Leggermente migliore invece la condizione per l'intera Eurozona, dove l’Indice IHS Markit PMI® Settore Manifatturiero è sceso ad ottobre a 52,0 dal 53,2 di settembre ma è risultato praticamente invariato dalla precedente stima flash di 52,1 (in particolare la Germania è ferma a 52,2, allineata con la stima flash di 52,3 ma ai minimi da 29 mesi).

Le motivazioni alla base del deterioramento generale sono da ricercare nel peggioramento dei nuovi ordini a livello globale. Il calo netto dei nuovi ordini è stato il primo registrato dal novembre del 2014 e risulta da attribuire all’indebolimento del ciclo commerciale globale. Si evidenzia già un declino delle esportazioni, non solo internazionali ma anche quelle intra eurozona: esportazioni in calo sono riportate da Austria, Francia, Germania e Italia, peggio ancora hanno fatto Paesi Bassi e in Irlanda.

E' facile immaginare come ogni volta che si manifestano segnali di rallentamento a livello generale dell'export l'Italia, che sul commercio estero basa una parte significativa della sua economia, venga colpita in misura maggiore rispetto agli altri paesi dove i consumi interni rivestono un ruolo più rilevante.

Sul fronte europeo le imprese manifatturiere si dimostrano preoccupate per gli sviluppi delle politiche protezionistiche sul commercio globale e per le possibili tariffe più alte, che potrebbero ad andare a impattare sui prezzi al consumo (costringendo quindi la Bce a tirare i cordoni della borsa prima e più del previsto) oltre che per le attuali incertezze politiche, legate alla evoluzione dello scenario non solo in Italia ma ad esempio anche in Germania, dopo la decisione della Merkel di uscire, anche se non subito, dalla scena politica. In generale l'ottimismo per il futuro risulta minore, addirittura i manifatturieri tedeschi hanno registrato un netto pessimismo per la prima volta in quattro anni.

Ma segnali di rallentamento si evidenziano già nella situazione attuale, non solo per le prospettive future: nel terzo trimestre del 2018, l'Istituto di statistica Istat calcola che il Prodotto interno lordo (Pil) sia rimasto invariato rispetto al trimestre precedente, nei dati preliminari corretti per gli effetti di calendario e destagionalizzati. Il tasso di crescita sullo stesso periodo del 2017 è in rallentamento allo 0,8%. Dopo tre anni di espansione quindi l’economia si ferma.

 "Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell'economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni", commenta l'Istat. "Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita, - continua l'Istituto di statistica - tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall'1,2% del secondo trimestre". Da notare che il terzo trimestre del 2018 ha avuto due giornate lavorative in più rispetto al trimestre che lo ha preceduto e lo stesso numero rispetto a quelle del terzo trimestre del 2017.

Diventa ora molto improbabile che il Pil a fine 2018 sia all'1,2% come ipotizzato dal governo. Per raggiungere questo valore servirebbe una espansione nell’ultimo trimestre dell’anno dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Più probabile invece che anche il 2018 venga archiviato con una crescita inferiore all’1%, anche se di poco (0,9% sembra probabile).

Sempre secondo l’Istat in calo anche le vendite al dettaglio di settembre: l’indice destagionalizzato è sceso dello 0,8%, mentre in agosto era salito dello 0,6%. Su base annua, l’indice è in calo a settembre del 2,5% dal +2,1% del mese precedente.  L'istituto di statistica ha poi comunicato che a ottobre l'indicatore anticipatore registra un'ulteriore flessione segnalando la persistenza di una fase di debolezza del ciclo economico.   

Che un rallentamento sia nell’aria lo segnala anche Confindustria: secondo Andrea Montanino, capo economista di Confindustria, nel 2019 il Pil italiano resterà bene al di sotto dell'1%, quindi molto lontano dall’1,5% previsto dal Governo (un valore che l'Ufficio Parlamentare di Bilancio non ha certificato). Per raggiungere l'1,5% di crescita nel 2019 dovrebbe registrarsi una espansione trimestrale tra lo 0,5 e lo 0,6% in tutti i trimestri del prossimo anno, ipotesi molto improbabile data la situazione generale della zona euro descritta sopra.

Prima dell’approvazione della Legge di bilancio Confindustria si aspettava una crescita dello 0,9% per il 2019 ma adesso che la manovra è stata svelata, il timore è che il risultato finale possa essere inferiore.

A inizio ottobre anche il Fondo Monetario Internazionale aveva rivisto le stime per la crescita del Pil italiano portandole all'1,2% nel 2018 a ad un incremento di appena l'1%, nel 2019.

Non tutte le voci che si alzano parlando dell’Italia sono però allarmate. In un report di DBRS si legge ad esempio che gli analisti dell'agenzia di rating non sono troppo preoccupati dal peggioramento del deficit fiscale dell'Italia implicito nel documento programmatico di bilancio varato dal governo e pesantemente criticato dalla Commissione Europa. I fondamentali economici dell’Italia non si dovrebbero deteriorare. Detto questo anche per l’agenzia di rating le previsioni di crescita dei piani del governo appaiono ottimistiche. Secondo gli analisti, molto dipenderà dalla performance della crescita economica e dalla capacità dei policymaker di accrescere la resistenza dell'Italia a eventuali shock.

Con il rischio di un rallentamento dell’economia gli occhi si puntano sul comparto bancario: se da un lato è vero che le principali banche domestiche hanno superato lo stress test EBA (Intesa SP, UniCredit, UBI Banca, Banco BPM (che ha superato il test ma ponendosi al penultimo posto della graduatoria delle 48 banche sottoposte alla prova), dall’altro non si deve dimenticare che gli stress test sono basati sui bilanci del 2017 e che lo scenario avverso ipotizzava un Pil in calo dell'1,5% nel 2019 e dello 0,6% nel 2020, numeri che sembravano veramente i peggiori possibili qualche mese fa e che diventano invece adesso decisamente meno lontani dalla realtà. Le banche primarie risulterebbero comunque probabilmente indenni dagli stress test anche in caso questi venissero ripetuti alle condizioni attuali, ma alcune delle banche minori potrebbero fallirli, necessitando quindi di ricapitalizzazioni e/o interventi pubblici di salvataggio. Questo porterebbe ad una ulteriore stretta creditizia, quindi all'avvio di un circolo vizioso: meno credito uguale ulteriore rallentamento dell'economia che a sua volta imporrebbe ulteriori problemi alle banche.

Da non dimenticare poi l’aspetto del debito pubblico: l’aumento dello spread visto negli ultimi mesi pesa già adesso per più di 6 miliardi sul costo del debito e se lo spread con il bund a 10 anni tedesco dovesse rimanere attorno ad area 300 punti base il costo del debito salirebbe di altri 6 miliardi circa nel 2019 e di 10 miliardi nel 2020. La nota di aggiornamento presentata dal governo ad ottobre prevede che l’aumento del costo sarà di soli 1,9 miliardi nel 2019, una cifra che stante la situazione attuale e il fatto che sia le Fed sia la Bce aumenteranno ancora i tassi nel 2019 (la Bce probabilmente per la prima volta dopo la prima metà dell’anno) appare veramente troppo esigua.

Ultima nota dolente, che potrebbe avere ripercussioni non solo sul fronte economico ma anche su quello sociale, è il mercato del lavoro.

Il tasso di disoccupazione a settembre 2018 si è attestato nel nostro paese al 10,1%, risalendo dello 0,3% rispetto ad agosto (dati Istat della nota flash su occupati e disoccupati). Rispetto a settembre 2017 il tasso di disoccupazione è sceso dell’1,1%. Le persone in cerca di lavoro sono 2 milioni e 613 mila, in aumento di 81 mila unità, il 3,2%, da agosto ma in calo di 288 mila unità su settembre 2017. Cresce anche la disoccupazione giovanile che arriva al 31,6%. E’ vero che il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, dopo il dato ha dichiarato che la crescita della disoccupazione dipende dal Jobs Act, ormai superato dalle nuove norme, resta tuttavia il fatto che con un Pil che ristagna difficilmente la disoccupazione andrà a calare.

Con queste premesse quali sono le prospettive per la nostra borsa? Quanto del previsto deterioramento del quadro macro è già scontato nei prezzi attuali? E soprattutto, domanda che si fanno in molti, i prezzi attuali sono una occasione di acquisto o bisogna rassegnarsi allo sviluppo in futuro di un vero e proprio trend ribassista?

Tra i metodi che si possono utilizzare per fare un'analisi prospettica del mercato azionario c'è anche quello delle linee di Gann. W. D. Gann (1878-1955) ha messo a punto molti sistemi di analisi dei mercati finanziari, ma come elemento centrale della sua teoria c'è l'utilizzo di linee che mettono in relazione prezzo e tempo. Secondo Gann un trend nella sua fase ideale di espansione dovrebbe seguire la linea che rappresenta una crescita di una unita' di tempo per una unita' di prezzo, la cosiddetta linea 1x1 (su un grafico dove ciascuna unità di spazio e di tempo occupano lo stesso spazio nelle rispettive scale si tratta della linea a 45°). Oltre a questa linea fondamentale Gann ne tracciava altre 8, fino a formare una sorta di "ventaglio" (Gann fan). Le linee sotto la mediana 1x1 in un trend ascendente, quindi quelle con una inclinazione minore, sono la 2x1 (due unità di tempo per 1 di prezzo), la 3x1, la 4x1 e la 8x1, quelle al di sopra della mediana, quindi con una inclinazione maggiore, sono la 1x2 (una unita' di tempo per 2 di prezzo), la 1x3, la 1,4 e la 1x8. Questi ventagli sono disegnati a partire da massimi o minimi rilevanti e dovrebbero permettere di seguire l'evoluzione del trend disegnando una griglia di supporti e resistenze capaci di condizionare l'andamento dei prezzi. Una volta che i prezzi superano, al rialzo o al ribasso, una delle nove linee, questi tenderanno a muoversi verso la successiva. Nel momento in cui i prezzi, in un uptrend, scendono sotto la linea 1x1, è lecito disegnare un set di angoli discendente, che verrà interpretato con lo stesso criterio. I punti di incrocio delle linee ascendenti e discendenti andranno a formare aree di supporto e resistenza particolarmente significative per il mercato.

La lettura del grafico dell'indice Ftse Mib secondo gli angoli di Gann parte dal ventaglio ascendente disegnato dai minimi del giugno 2016. Le quotazioni, dopo una fase di accelerazione iniziale che le ha portate ad attraversare le linee dalla 1x8 alla 1x1, toccata per la prima volta a settembre del 2016, hanno tentato una nuova fase di crescita veloce che si è però esaurita a gennaio 2017 sulla linea 1x2, e da allora si sono mantenute sul sentiero di crescita ideale, la linea 1x1, fino a quando la hanno testata e violata a giugno del 2017. Successivamente al raggiungimento di un nuovo massimo a maggio 2018 i prezzi hanno accelerato verso il basso imponendo di disegnare un ventaglio ribassista. Tra maggio e luglio 2018 le quotazioni si sono mantenute sulla linea 2x1 rialzista, violandola poi ad agosto per scendere a testare con precisione con i minimi di fine ottobre la 2x8 del ventaglio ribassista, avviando poi un rimbalzo deciso (in quell'area incrocio con la 4x1 rialzista e con il 61,8% di ritracciamento, importante percentuale di Fibonacci, del rialzo dai minimi di meta' 2016). L'ipotesi che i prezzi tentino ora di avvicinare la mediana del ventaglio ribassista, in transito a 21300 punti circa, è credibile, e rimarrà tale a meno di una violazione di area 18500. Attenzione tuttavia che una volta recuperata la linea mediana discendente il mercato potrebbe decidere di seguire ancora il ventaglio ribassista, riportandosi sui supporti critici di area 18500 nei primi mesi del 2019. La rottura di area 21300 sarebbe invece un segnale di forza interessante, capace di accompagnare i prezzi verso l'incrocio di linee successivo, posto in area 22770. Solo oltre quei livelli si potrebbe iniziare ad ipotizzare il rientro all'interno del ventaglio rialzista di lungo termine (magari disegnandone uno secondario dai minimi di ottobre). Il ventaglio ribassista verrebbe tuttavia abbandonato solo oltre i 24000 punti circa. Sotto area 18500 invece il target successivo si pone in area 17000, ultima linea del Gan fan (la 8x1, guarda caso coincidente anche con l'ultimo dei ritracciamenti di Fibonacci, il 78,6%, del rialzo dagli stessi minimi del 2016) disegnato dai minimi del 2016 e quindi anche ultimo appiglio al quale aggrapparsi per evitare il ritorno in area 15000 punti.