Italia: ecco perché anche Savona teme lo spread

Il Ministro per gli affari europei Paolo Savona ha inviato un segnale di apertura a una possibile modifica della manovra economica per il 2019 che il governo sta elaborando affermando che: “Se ci sfugge lo spread, deve cambiare la manovra”.


Il volo dei rendimenti e dello spread

Si tratta di un’apertura importante che segue probabilmente una presa di coscienza del balco del differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi (lo spread appunto) dai 130 punti circa dello scorso maggio agli oltre 300 punti base di questi giorni. 
In contemporanea il rendimento del BTP decennale italiano, ossia gli interessi chiesti sul debito a 10 anni del Bel Paese, passava dall’1,80% al 3,6% di questi giorni. Al tempo stesso crescevano i rendimenti chiesti alle altre scadenze (titoli di breve come i BOT, ma anche a 2, 5 e 30 anni). Tutto questo si è tradotto in un costo maggiore oggettivo chiesto dai mercati all’Italia al momento dell’emissione di nuovo debito.

Di che cifra si parla?

Unicredit ha stimato pochi giorni fa che nel 2019 lo Stato italiano dovrebbe emettere nuovi titoli di medio e lungo termine (come i BTP decennali che servono per il calcolo dello spread più diffuso Ndr) per circa 260 miliardi di euro, ben 25 miliardi di euro in più rispetto a quest’anno a cui aggiungere nuove esigenze di finanziamento per circa 57 miliardi di euro che deriverebbero dalla necessità di finanziare il nuovo obiettivo di deficit al 2,4 per cento.

Interessi sul debito

Tornando agli interessi sul debito possono tornare utili delle simulazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) che ipotizzavano lo scorso ottobre 2017 gli effetti di un incremento di 100 punti base della curva dei rendimenti che, come detto, si sono verificati. Due gli scenari.

- Il primo quello di un incremento omogeneo della curva di 100 punti base, ossia di un aumento del costo dell’1% del debito su tutte le scadenze, da 6 mesi a 30 anni. In tal caso la spesa per interesse era prevista in aumento di 1,8 miliardi nel 2018, di 2,7 miliardi nel 2019 e di 2 miliardi nel 2020. Si tratta però di uno scenario semplificato perché, come già visto in passato, in genere l’incremento dei rendimenti non è omogeneo su tutte le scadenze, ma pesa di più sulle scadenze di breve.

- Applicando insomma il modello d’impatto visto nel 2011, quindi un incremento di 100-150 punti base tra i 3 e i 6 mesi, circa 200 punti base di aumento dei rendimenti tra 1 e 5 anni e circa 100 punti base tra 10 e 30 anni si avrebbe uno shock decisamente maggiore con una spesa per interesse in termini nominali in crescita di 3 miliardi di euro nel 2018, di 7,7 miliardi nel 2019 e di 10 miliardi di euro nel 2010.

Il più recente studio di Unicredit citato prima ipotizza che il costo medio del funding dello Stato Italiano possa scendere a fine anno al 2,7% a fine anno, anche con i livelli attuali di rendimenti, rispetto al 2,79% del 2017. Nel 2018 si registrerebbe così un incremento della spesa per interessi (anche ai rendimenti attuali) di 3 miliardi di euro. Se invece la curva dei rendimenti dovesse aumentare di 150 punti base rispetto ai già elevatissimi livelli attuali, Unicredit ipotizza un costo del funding di 2,74% a fine anno e al 3,06% nel 2019: con un aggravio ben peggiore della spesa per interessi di ben 8 miliardi di euro.

Il peso dello spread e dei rendimenti chiesti dal mercato al nostro debito è insomma una variabile che è molto difficile ignorare, anche se il governo per ora sembra intenzionato ad andare dritto con i nuovi saldi di bilancio e le previsioni di crescita che ieri Banca d’ItaliaUfficio parlamentare di bilancio Istat hanno giudicato ottimistiche.

Il pericolo è che una eventuale bocciatura delle agenzie di rating (entro fine mese arriveranno i giudizi di Moody’s e S&P Global Ratings) e della Commissione Europea, rischia di mettere sotto pressione ulteriore il costo del nostro debito, limando proprio parte della crescita prevista anche in maniera indiretta.


A rischio MPS e Banco BPM

Il 10% circa degli attivi bancari italiano è infatti investito in titoli di Stato che hanno perso valore con la crescita dei rendimenti e che quindi minano i bilanci delle banche e la loro capacità di finanziare l’economia reale.

Credit Suisse ha appena calcolato che con un balzo a 438 punti base Mps avrebbe un capitale primario (CET 1 ratio) ridotto al 9,45% sotto l’11,50% di richiesta minima di BCE e SREP (quest’ultimo valutato da Credit Suisse), scatterebbe dunque la necessità di un aumento di capitale (fra l’altro a carico dello Stato che è ormai il socio di riferimento). 
Lo stesso accadrebbe per Banco BPM con un CET 1 ratio che scivolerebbe all’10,42% con uno spread a 438 punti base e quindi andrebbe sotto la richiesta complessiva di un 10,75% (BCE+SREP).

Di “buono” c’è che tutte le altre maggiori banche, da Unicredit Intesa Sanpaolo Ubi Banca, a Bper riuscirebbero a mantenersi sopra la soglia minima di capitale anche con uno spread a 538 punti base (quindi più di 200 punti base oltre i livelli attuali). Ma in questo scenario difficilmente le manovre sarebbero semplici, anche perché con rendimenti così elevati per le banche sarebbe a rischio pure la capacità di finanziamento dell’economia reale e si innescherebbe quel circuito vizioso di crisi delle banche e del debito sovrano.


I CIR

Ora il governo sta studiando i CIR, che secondo i rumors dovrebbero consentire agli investitori retail italiani di acquistare titoli di Stato senza pagare tasse sui rendimenti ottenuti e ottenendo anche una detrazione del 23% di quanto investito. Una mossa interessante che potrebbe bilanciare in parte i portafogli che registrano la fuga degli investitori stranieri che da maggio avrebbero registrato un calo del 28,3% degli (circa 35 miliardi) delle esposizioni al debito italiano. A fine maggio gli investitori stranieri era già in calo al 25% (un quarto comunque) del debito secondo una stima di Unicredit che calcolava un 7-8% del nostro debito pubblico in mano a fondi esterovestiti. Le banche italiane rimarrebbero insomma tra i maggiori acquirenti con il 15% dei BTP, il 40% dei CCT, il 30% dei Ctz e il 10% dei Bot. 
Repubblica ricostruiva a fine maggio sulla base di dati di Banca d’Italia un 27% del debito italiano complessivo alle banche, un 19% a fondi e assicurazioni, un 16% alla Banca d’Italia (ossia la Bce con un quantitative easing in contrazione e prossimo al termine) e solo un 6% in mano agli italiani (imprese e risparmiatori). Il rimanente 32% in mano agli stranieri tiene conto probabilmente dei fondi esterovestiti.

Comunque la si veda tra un quarto e un quinto del debito pubblico è in mano a investitori stranieri, che da tempo vendono i nostri titoli. 
Le banche hanno più di un quarto del nostro debito pubblico, ma rischiano i propri ratio patrimoniali in caso di ulteriore esposizione (e forse anche così qualora crescessero ancora i rendimenti), un ragionamento simile potrebbe pesare sui portafogli delle assicurazioni.

Il retail di un Paese con più di 5 milioni di poveri potrà acquistare i titoli di Stato che i grandi investitori potrebbero vendere per timore degli effetti delle nostre manovre economiche?