I dati macro cinesi di recente uscita restano incoraggianti

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che l'espansione dell'economia della Cina rallenti nel 2018 al 6,6% annuo dal 6,9% registrato nel 2017 (tasso di crescita del Pil più elevato dal 2015), per poi registrare un'ulteriore frenata fino a circa il 5,5% nel 2023. Nel corso dell'annuale revisione dell'economia cinese a Pechino, David Lipton, vice della direttrice Christine Lagarde, ha spiegato come il Fondo abbia accolto favorevolmente il passaggio "a politiche focalizzate su una crescita di alta qualità da una a elevata velocità", ma l'escalation delle tensioni commerciali tra Pechino e Washington si faranno sentire. "Consideriamo il protezionismo in aumento come un rischio al ribasso. A nostro avviso le azioni unilaterali possono essere controproducenti", ha sottolineato Alfred Schipke, rappresentante dell'Fmi per la Cina, come riporta il Financial Times.
 
Ed effettivamente queste aspettative vengono confermate anche da fonti ufficiali interne: secondo lo State Information Center (Sic, think tank ufficiale legato alla National Development and Reform Commission), citato da Reuters, il Pil della Cina è infatti stimato in crescita del 6,7% nel secondo trimestre, contro il 6,8% registrato nei primi tre mesi del 2018 (e nei precedenti due trimestri).
 
In realtà per il momento i dati macro di recente uscita non registrano ancora una tendenza di rallentamento, anzi, casomai il contrario. L’Ufficio nazionale di statistica di Pechino ha infatti comunicato che i profitti del settore industriale hanno registrato in Cina un balzo del 21,9% annuo in aprile, in decisa accelerazione rispetto al progresso del 3,1% di marzo (10,8% in febbraio), che era stato il tasso di crescita più basso dal dicembre 2016. L'incremento era stato del 16,1% nel bimestre gennaio-febbraio (abitualmente accorpato perché include le festività del Capodanno lunare, caduto quest'anno il 16 febbraio), contro il 31,5% del pari periodo dello scorso anno. Nel periodo gennaio-aprile 2018 i profitti del settore industriale sono cresciuti del 15,0% annuo contro l'11,6% del primo trimestre.
 
Maggio è poi stato il ventiduesimo mese consecutivo sopra la soglia che separa espansione da contrazione per il manifatturiero della Cina. Secondo quanto comunicato dall'Ufficio nazionale di statistica di Pechino, l’indice Pmi manifatturiero si è infatti attestato a 51,9 punti contro i 51,4 punti del consensus del Wall Street Journal per una lettura invariata rispetto ad aprile (51,5 punti in marzo). L'indice segna i massimi dallo scorso settembre, grazie a solide produzione e domanda.
 
Notizie positive anche dall’indice Pmi non manifatturiero, calcolato prevalentemente su costruzioni e servizi, che è salito in Cina in maggio a 54,9 punti contro i 54,8 punti attesi dagli economisti per una lettura invariata rispetto ad aprile (54,6 punti in marzo).
 
Il Pmi Composite, che raggruppa manifatturiero e servizi, è invece cresciuto in maggio a 54,6 punti dai 54,1 punti di aprile (54,0 punti in marzo).
 
Ovviamente, come sottolineato anche dal Fmi, in caso di un aumento del protezionismo sarebbero in crescita i rischi al ribasso per l'evoluzione dell'economia, tuttavia dal terzo round del confronto commerciale tra Stati Uniti e Cina, iniziato con l'arrivo a Pechino del segretario al tesoro americano Wilbur Ross non ci si aspetta una escalation verso una vera e propria guerra commerciale, anche se Donald Trump ha minacciato dazi su 50 miliardi di dollari di merci cinesi come reazione alla sistematica violazione della proprietà intellettuale da parte di Pechino. A Trump infatti serve l'appoggio di Xi Jinping sul dossier nordcoreano. Più di tante parole, a descrivere la realtà delle cose nei rapporti tra le due super potenze, serve la notizia che Ivanka Trump ha ottenuto la registrazione di sette nuovi marchi sul mercato cinese in settori come l’editoria, gli accessori da cucina e i tessuti, arrivando ad un totale di 34 marchi registrati nel paese del Dragono. Lo stesso Donald Trump possiede più di 100 marchi in Cina.
 
Il 12 giugno potrebbe tenersi a Singapore il vertice Trump-Kim, e dalla sua realizzazione o meno e dagli eventuali risultati si potrebbero ricavare indizi utili anche alla direzione che potrebbe prendere la guerra commerciale. Per il momento resta il fatto che Washington con i dazi su acciaio e alluminio ha punito gli alleati europei e occidentali mentre ha graziato l’avversario cinese.
 
Alla luce di questo scenario non sorprende che il mercato azionario cinese sembri intenzionato ad interrompere la fase calante che ne ha caratterizzato l'andamento nelle ultime settimane.
 
L'indice azionario Hang Seng di Hong Kong ha messo a segno un rimbalzo dopo aver avvicinato in area 29750 la media mobile a 200 giorni (che è al rialzo, ovvero al di sotto del grafico dei prezzi, ormai dall'inizio del 2017. Recuperi oltre i 31600 punti dovrebbero favorire un nuovo test dei massimi di gennaio a 33484 punti. Sopra quei livelli il target si sposterebbe inizialmente a 36000 punti, in ottica temporale più estesa fino in area 40500. Solo la violazione di area 29750 potrebbe fare temere una nuova fase di calo simile a quella già vista tra gennaio e febbraio, quindi con target almeno fino ai 28000 punti.
 
Il Lyxor China Enterpr Hscei Ucits Etf Acc (CINA), denominato in euro e avente come riferimento l'Hang Seng China Enterprises NTR, dovrà superare area 153 per fornire indicazioni in favore del ritorno sui massimi di fine gennaio a 161,98. Oltre quella quota diverrebbe credibile il ritorno sui massimi di aprile 2015 a 190 punti. Solo sotto area 140 le possibilità di rialzo verrebbero messe seriamente in discussione.
 
L’economia di Hong Kong del resto è tornata ad accelerare nel 2018. Il Pil dell’ex colonia britannica è infatti cresciuto del 4,7% nel primo trimestre, in netta accelerazione rispetto al 3,4% dei tre mesi allo scorso 31 dicembre (3,7% nel terzo trimestre 2017). Si tratta del sesto trimestre consecutivo con crescita superiore al 2,7% della media degli ultimi dieci anni. Su base sequenziale il Pil di Hong Kong è invece progredito del 2,2% nei primi tre mesi dell'anno, dopo lo 0,8% d'incremento di terzo e quarto trimestre. Nell'intero 2017 l'economia di Hong Kong aveva registrato un'espansione del 3,8% contro il progresso dell'1,9% del 2016, nel rialzo più netto dal 2011.
 
L'indice di Shanghai invece per il momento si è limitato con il rimbalzo visto dai minimi del 18 aprile a 3042 punti circa a testare i massimi dell'11 aprile a 3220 punti avviando poi una flessione che lo ha riportato al punto di partenza. Le oscillazione delle ultime settimane hanno quindi disegnato un potenziale "doppio minimo", figura rialzista. La rottura di area 3220 e il superamento a 3243 del lato alto del gap ribassista del 23 marzo completerebbero la figura e fornirebbero quindi basi più solide per un tentativo di estensione del rimbalzo almeno fino 3380, con target successivo sui massimi di gennaio a 3587 punti. La violazione di area 3040 potrebbe invece comportare una estensione della fase ribassista vissuta nei primi mesi dell'anno con obiettivi a 2800 almeno.
 
Anche nel caso della borsa di Shenzhen il rimbalzo messo a segno dall'indice dai minimi di inizio maggio a 1059 punti è per il momento troppo esiguo per permettere di parlare di una inversione del precedente downtrend. Oltre area 1130 inizierebbero invece a crearsi le condizioni per una estensione della ripresa, con conferme successive al di sopra dei 1165 punti. Il superamento di quella quota potrebbe permettere il test dei massimi di gennaio a 1224 circa. Gravi indizi di debolezza invece alla violazione di area 1050.
 

Il Xtrackers Ftse China 50 Ucits Etf (XX25), denominato in dollari Usa e avente come benchmark il Ftse China 50 TR, segue una tendenza decisamente rialzista dai minimi di febbraio 2016 a 20,90 punti. La rottura di quota 36 dovrebbe permettere un nuovo test dei massimi di gennaio, a 37,86 punti, con target successivo sul top di aprile 2015 a 39,90. La media mobile a 52 settimane, supporto dimostratosi solido anche nel recente passato, transita a 33,20 punti circa. Solo la violazione di quei livelli potrebbe mettere in discussione la tenuta dell'uptrend.