Euro debole contro dollaro e yen, stabile sulla sterlina. Colpa dell'Italia?

Il dollaro Usa si avvantaggia contro euro dell'aumento delle tensioni nell'eurozona oltre che del diminuito rischio di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Il segretario al Commercio Wilbur cerchera' di fare firmare contratti alle imprese cinesi per impegnarle a rifornirsi di materie prime e prodotti agricoli statunitensi. Il clima sembra favorevole a questi cambiamenti, con Pechino che ha rimosso le restrizioni all'import di sorgo dagli Usa e ha accelerato l'acquisto di prodotti americani. Ad esempio Sinopec avrebbe ordinato per giugno 16 milioni di barili di petrolio statunitense, l'equivalente di piu' di un miliardo di dollari, mentre Sinograin e Cofco stanno sondando il mercato per l'acquisto di soia americana. L'export di petrolio Usa, il Wti, molto piu' a buon mercato del Brent europeo, ha toccato recentemente il record di 2,6 milioni di barili al giorno e a giugno dovrebbe mantenersi intorno ai 2,3 milioni di barili giornalieri, di cui 1,3 milioni sarebbero diretti in Asia. L'obiettivo degli Usa e' quello di passare dalle attuali esportazioni energetiche verso la Cina per 4,3 miliardi a una cifra moltiplicata almeno per 10 volte gia' nel prossimo futuro. E come detto anche l'aumento delle tensioni nell'eurozona, causate principalmente dall'incertezza politica italiana, ma anche dalle vicende spagnole, dove Pedro Sánchez, leader del Partito socialista (Psoe), ha presentato una mozione di censura contro il capo del governo, Mariano Rajoy dopo le sentenze sui casi di corruzione del Partito popolare (Pp), hanno favorito un ulteriore rafforzamento del dollaro. Del resto Moody's ha annunciato di aver avviato la procedura di revisione del rating sovrano dell'Italia, che attualmente e' «Baa2», per un possibile declassamento, facendo schizzare il Credit Default Swap (CDS) sul debito italiano, il costo della "assicurazione" per proteggersi da un eventuale default, ai massimi da piu' di un anno. Secondo i dati di Markit infatti martedi' 29 maggio i cds sul debito italiano a cinque anni sono saliti a 221 punti base toccando il massimo da ottobre 2013. Gli investitori internazionali hanno risposto a questi cambiamenti riducendo le posizioni sull'Italia (secondo gli analisti della societa' di ricerca Epfr Global, nella scorsa settimana gli investitori hanno ritirato dai fondi azionari Italia la cifra record di 380 milioni di dollari, la piu' alta da meta' 2014, ma anche i fondi azionari europei e quelli obbligazionari sono risultati in affanno). Insomma, aumenta l'avversione al rischio, con il risultato che i rendimenti sui bond tedeschi e americani, considerati "sicuri", scendono e i prezzi contestualmente salgono. L'aumentata domanda di titoli di stato Usa e' quindi una delle ragioni alla base della ripresa del dollaro.

L'effetto positivo di queste novita' sulla moneta americana e' stato evidente. Le concessioni cinesi prospettano infatti una crescita più veloce di quella preventivata per l’economia Usa e quindi anche una politica monetaria più aggressiva da parte della Federal Reserve mentre l'incertezza politica di Italia e Spagna indebolisce tutta l'eurozona e quindi la sua moneta.

Secondo un team di analisti di Citi Research guidato da Robert Buckland (chief global equity strategist) il dollaro in crescita riflette lo spostamento della leadership economica nuovamente verso gli Stati Uniti. Gli stessi analisti sollevano tuttavia qualche dubbio sulla sostenibilita' di questo rialzo nel medio periodo, citando il peso crescente dei deficit gemelli, quello fiscale e quello della bilancia dei pagamenti, che potrebbe trascinare verso il basso il dollaro gia' entro il 2019.

Per il momento i mercati si concentrano comunque sulle prospettive di ampliamento del differenziale dei tassi in favore della moneta Usa rispetto alle altre principali valute.

I future sui Fed funds stanno infatti scontando un rialzo di 25 punti base gia' nella prossima riunione del Fomc di giugno con un 93% di probabilita', probabilita' che scende al 77% per la riunione di settembre e al 51% per quella di dicembre. Si e' invece ridotta l'aspettativa di 4 rialzi nel 2018, ora quotata al 26,5% circa. Occhi puntati quindi sull'andamento dell'inflazione per capire se le percentuali allocate agli appuntamenti piu' lontani verranno confermate o meno. Secondo Raphael Bostic, president della Federal Reserve (Fed) di Atlanta, anche con l'attuale politica dell'istituto centrale di Washington di graduale stretta sui tassi d'interesse l'inflazione Usa è destinata verosimilmente a muoversi "sopra al 2% per un certo periodo di tempo". I dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti relativi al mese di aprile mostrano che l'indice grezzo dei prezzi al consumo su base annuale ha registrato un incremento del 2,5%, dal +2,4% precedente (consensus +2,5%). L'indice Core (esclusi energetici ed alimentari) e' cresciuto dello 0,1% rispetto al mese precedente (consensus +0,2%). Su base annuale l'indice core e' salito del 2,1% in linea alla rilevazione precedente (consensus +2,2%). Anche il rialzo dei rendimenti su Treasury contribuisce a delineare uno scenario di rafforzamento, almeno a breve termine, del dollaro. Lo yield sui titoli a 2 anni ha ormai raggiunto gli stessi livelli che aveva quello del 10 anni lo scorso ottobre, mentre il rendimento del decennale e' ai massimi dal gennaio del 2014, anche se entrambi nelle ultime sedute hanno fatto registrare un leggero storno, con il 2 anni passato dal picco di quota 2,60% circa a 2,45% e il 10 anni sceso da 3,11% in area 2,88%, probabilmente in risposta proprio alla situazione politica italiana, che ha fatto aumentare l'avversione al rischio a livello internazionale, oltre che al calo dei prezzi del greggio (le quotazioni del petrolio pesano sulle aspettative di inflazione).

L'US dollar index, indice del valore del dollaro statunitense in relazione a un paniere di valute straniere dove l'euro ha un peso determinante (quasi il 60%), del resto ha inviato segnali di rafforzamento evidenti gia' a partire dal mese di aprile, con il superamento in area 90,75 della media mobile a 100 giorni. Gli studiosi dei grafici seguono con attenzione questo indicatore per la sua capacita' di sintetizzare, in base alla sua posizione rispetto al grafico dei prezzi, la condizione della tendenza di medio periodo, che e' quindi tornata positiva. Successivamente il trend rialzista e' stato confermato dalla rottura quasi contemporanea in area 92 della media mobile a 200 sedute, indicatore della condizione della tendenza di lungo termine, e dal lato alto del canale decrescente disegnato dai massimi di inizio 2017. Certo, per il momento e' prematuro parlare di una vera e propria inversione della tendenza ribassista precedente, quella avviatasi da area 104 punti, ma se l'indice trovasse la forza per salire anche oltre quota 94,50/95,00 sarebbe lecito iniziare a pronosticare una sua ulteriore crescita prima in area 96, poi a 98 punti circa (rispettivamente 50% e 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di gennaio 2017). Il superamento anche di quella resistenza fornirebbe poi indicazioni concrete in favore di una ripresa duratura che potrebbe mettere nel mirino anche area 104. Solo discese al di sotto dei 92 punti farebbero invece temere un "return move" sulla media mobile a 100 giorni, attualmente in transito a 90,50 circa. Movimenti nuovamente al di sotto della media metterebbero in discussione tutto l'impianto rialzista.

Considerazioni analoghe si possono fare per il cambio euro dollaro. Anche in questo caso le medie mobili a 100 e 200 giorni sono state lasciate recentemente alle spalle (transitano rispettivamente in area 1,2230 e 1,2030) segnalando una profonda incrinatura della struttura rialzista che aveva caratterizzato l'andamento dei prezzi dai minimi di inizio 2017. Il riferimento al grafico di lungo periodo dell'euro dollaro permette di evidenziare anche un altro elemento in favore della sostenibilita' di cambio di rotta nel trend della moneta Usa. E' infatti possibile notare come il rialzo partito dai minimi di inizio gennaio 2017 si sia arrestato dopo numerosi tentativi, fatti tra gennaio e aprile 2018 in area 1,2480/1,2550, di superare a quota 1,26 il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di maggio 2014. Gli studiosi dei grafici affidano grande importanza a questo livello perche’ lo ritengono in grado di discriminare tra un movimento di correzione e una vera e propria inversione di tendenza. La mancata rottura di quota 1,26 permette quindi di considerare il rialzo grafico del 2017 come un elemento correttivo facente parte di una tendenza ribassista, quindi favorevole al dollaro, ancora intatta. Difficile invece dire se la discesa dell'ultimo mese faccia gia' parte della ripresa del trend ribassista di fondo o se invece il mercato vorra' tentare nel prossimo futuro almeno un "return move" alle medie mobili a 100 e 200 giorni. Solo discese al di sotto di area 1,1500, base del canale ribassista disegnato sul grafico intraday dal top del 14 maggio, darebbero maggiore credibilita' all'ipotesi di rafforzamento duraturo del dollaro, con ulteriori conferme alla violazione di area 1,145 e obiettivi in quel caso a 1,12 e 1,0935 (base del gap del 24 aprile 2017).

Altrettanto debole come l'euro rispetto al dollaro si e' dimostrata recentemente anche la sterlina, con il cambio euro sterlina infatti relativamente stabile in area 0,8650/0,8850. Sul grafico del "cable", il cambio sterlina dollaro, si e' disegnato un doppio massimo da manuale in area 1,4345 da fine gennaio, figura ribassista completata con la violazione il 30 aprile a 1,3710 del minimo del 1° marzo che ha interrotto, e probabilmente invertito, l'uptrend visto dai minimi di fine 2016. La moneta inglese continua a scontare un "Brexit risk premium", e' infatti appesantita dall'incertezza sui negoziati con la Ue che ne deprimono probabilmente il valore al di sotto di quello che sarebbe coerente con i fondamentali economici. L'European Council meeting del 28 e 29 giugno potrebbe portare novita' in questo senso, l'impressione e' che se il Regno Unito accettera' di rimanere all'interno dell'unione doganale anche dopo la sua uscita dalla Ue nel 2021 si potranno evitare ulteriori ripercussioni negative per la sterlina. Al netto della considerazioni sulla Brexit i mercati si concentrano sulle possibilita' che la Bank of England possa muoversi verso un rialzo dei tassi di interesse, una ipotesi che troverebbe sostegno da dati sull'inflazione forti. I dati di aprile in uscita il 23 maggio dovrebbero mostrare un CPI invariato al 2,5% su base annua e un core rate in leggero calo, dal 2,3% al 2,2%. Variazioni da questi valori potrebbero stimolare movimenti sul cambio. Segnali di debolezza preoccupanti per la sterlina contro euro verrebbero oltre area 0,8860, con la possibilita' in quel caso di tornare sulla parte alta del trading range degli ultimi mesi in area 0,9030. Sotto 0,86 si potrebbe invece avviare una nuova fase di rafforzamento per la moneta britannica almeno fino a 0,83 circa. Contro dollaro invece sotto area 1,32 si rischierebbe il test di 1,29 e di 1,25.

Il calo dei rendimenti sui titoli di stato Usa (e quindi crescita delle loro quotazioni) ha invece risvegliato la forza dello yen, che contro euro oscillava ormai da un bimestre nella fascia tra i 129 e i 133,50 yen per euro circa. La violazione della base di questa fascia ha confermato i recenti segnali di forza della moneta giapponese, primo tra tutti l'incrocio ribassista delle medie mobili a 100 e 200 giorni, avvenuto il 23 maggio (le medie erano incrociate al rialzo dal 24 gennaio). In caso di discese sotto 126,75, 38,2% di ritracciamento del rialzo dai minimi di giugno 2016, probabile una ulteriore discesa verso area 123,50, gradino successivo nella scala dei ritracciamenti di Fibonacci, il 50%. Solo oltre area 131 la forza dello yen sull'euro risulterebbe ridimensionata.