Dollaro, sterlina e yen, quali prospettive per il futuro?

Il dollaro Usa si avvantaggia dallo sciogliersi della tensioni tra Stati Uniti e Cina riguardo il rischio di una guerra commerciale.  Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed il capo dei consiglieri economici della Casa Bianca hanno fatto il giro dei talk show televisivi annunciando infatti che la guerra commerciale con la Cina verra' evitata dal momento che i recenti colloqui tra Donald Trump ed il vice premier cinese hanno avuto successo e quindi l'amministrazione Usa ha deciso di non portare avanti il piano di sanzioni e dazi su merci e servizi cinesi. A contribuire al clima di distensione l'apertura di Donald Trump, che si è detto pronto a impegnarsi perché il colosso tecnologico cinese Zte possa "tornare velocemente a fare affari" dopo che lo scorso mese il produttore di apparati e infrastrutture per la telefonia mobile aveva incassato l'interdizione a operare in Usa per un periodo di sette anni. Andando a scavare nelle dichiarazioni degli ultimi giorni ci si accorge in realta' che le trattative tra Washington e Pechino si sono concretizzate finora solo nelle citate dichiarazioni di Steven Mnuchin, U.S. Secretary of the Treasury (il ministro del Tesoro di Washington), che non ha messo la parola fine alla guerra commerciale ma l'ha solo definita "in pausa", queste le sue parole precise “putting a trade war on hold”. L'amministrazione di Donald Trump voleva strappare alla Cina una dichiarazione precisa su impegni per aumentare l'import dagli Usa di 200 miliardi di dollari, specificando anche per quali prodotti. Pechino ha concesso solo "significativi aumenti all'export agricolo e di energia dagli Usa", aggiungendo che "le delegazioni hanno anche discusso dell'espansione del commercio di beni e servizi". Per il mercato questo è stato comunque abbastanza, l'effetto positivo di queste novita' sulla moneta americana e' stato evidente. Le concessioni cinesi prospettano infatti una crescita più veloce di quella preventivata per l’economia Usa e quindi anche una politica monetaria più aggressiva da parte della Federal Reserve.

Secondo un team di analisti di Citi Research guidato da Robert Buckland (chief global equity strategist) il dollaro in crescita riflette lo spostamento della leadership economica nuovamente verso gli Stati Uniti. Gli stessi analisti sollevano tuttavia qualche dubbio sulla sostenibilita' di questo rialzo nel medio periodo, citando il peso crescente dei deficit gemelli, quello fiscale e quello della bilancia dei pagamenti, che potrebbe trascinare verso il basso il dollaro gia' entro il 2019.

Per il momento i mercati si concentrano comunque sulle prospettive di ampliamento del differenziale dei tassi in favore della moneta Usa rispetto alle altre principali valute.

I future sui Fed funds stanno infatti scontando un rialzo di 25 punti base gia' nella prossima riunione del Fomc di giugno con un 93% di probabilita', probabilita' che scende al 77% per la riunione di settembre e al 51% per quella di dicembre. Occhi puntati quindi sull'andamento dell'inflazione per capire se le percentuali allocate agli appuntamenti piu' lontani verranno confermate o meno. Secondo Raphael Bostic, president della Federal Reserve (Fed) di Atlanta, anche con l'attuale politica dell'istituto centrale di Washington di graduale stretta sui tassi d'interesse l'inflazione Usa è destinata verosimilmente a muoversi "sopra al 2% per un certo periodo di tempo". I dati diffusi dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti relativi al mese di aprile mostrano che l'indice grezzo dei prezzi al consumo su base annuale ha registrato un incremento del 2,5%, dal +2,4% precedente (consensus +2,5%). L'indice Core (esclusi energetici ed alimentari) e' cresciuto dello 0,1% rispetto al mese precedente (consensus +0,2%). Su base annuale l'indice core e' salito del 2,1% in linea alla rilevazione precedente (consensus +2,2%). Anche il rialzo dei rendimenti su Treasury contribuisce a delineare uno scenario di rafforzamento, almeno a breve termine, del dollaro. Lo yield sui titoli a 2 anni ha ormai raggiunto gli stessi livelli che aveva quello del 10 anni lo scorso ottobre, mentre il rendimento del decennale e' ai massimi dal gennaio del 2014.

L'US dollar index, indice del valore del dollaro statunitense in relazione a un paniere di valute straniere dove l'euro ha un peso determinante (quasi il 60%), del resto ha inviato segnali di rafforzamento evidenti gia' a partire dal mese di aprile, con il superamento in area 90,75 della media mobile a 100 giorni. Gli studiosi dei grafici seguono con attenzione questo indicatore per la sua capacita' di sintetizzare, in base alla sua posizione rispetto al grafico dei prezzi, la condizione della tendenza di medio periodo, che e' quindi tornata positiva. Successivamente il trend rialzista e' stato confermato dalla rottura quasi contemporanea in area 92 della media mobile a 200 sedute, indicatore della condizione della tendenza di lungo termine, e dal lato alto del canale decrescente disegnato dai massimi di inizio 2017. Certo, per il momento e' prematuro parlare di una vera e propria inversione della tendenza ribassista precedente, quella avviatasi da area 104 punti, ma se l'indice trovasse la forza per salire anche oltre quota 94,50 sarebbe lecito iniziare a pronosticare una sua ulteriore crescita prima in area 96, poi a 98 punti circa. Il superamento anche di quella resistenza fornirebbe poi indicazioni concrete in favore di una ripresa duratura che potrebbe mettere nel mirino anche area 104. Solo discese al di sotto dei 92 punti farebbero invece temere un "return move" sulla media mobile a 100 giorni, attualmente in transito a 90,50 circa. Movimenti nuovamente al di sotto della media metterebbero in discussione tutto l'impianto rialzista.

Considerazioni analoghe si possono fare per il cambio euro dollaro. Anche in questo caso le medie mobili a 100 e 200 giorni sono state lasciate recentemente alle spalle (transitano rispettivamente in area 1,2230 e 1,2030) segnalando una profonda incrinatura della struttura rialzista che aveva caratterizzato l'andamento dei prezzi dai minimi di inizio 2017. Il riferimento al grafico di lungo periodo dell'euro dollaro permette di evidenziare anche un altro elemento in favore della sostenibilita' di cambio di rotta nel trend della moneta Usa. E' infatti possibile notare come il rialzo partito dai minimi di inizio gennaio 2017 si sia arrestato dopo numerosi tentativi, fatti tra gennaio e aprile 2018 in area 1,2480/1,2550, di superare a quota 1,26 il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di maggio 2014. Gli studiosi dei grafici affidano grande importanza a questo livello perche’ lo ritengono in grado di discriminare tra un movimento di correzione e una vera e propria inversione di tendenza. La mancata rottura di quota 1,26 permette quindi di considerare il rialzo grafico del 2017 come un elemento correttivo facente parte di una tendenza ribassista, quindi favorevole al dollaro, ancora intatta. Difficile invece dire se la discesa dell'ultimo mese faccia gia' parte della ripresa del trend ribassista di fondo o se invece il mercato vorra' tentare nel prossimo futuro almeno un "return move" alle medie mobili a 100 e 200 giorni. Solo discese al di sotto di area 1,1540 darebbero maggiore credibilita' all'ipotesi di rafforzamento duraturo del dollaro, con ulteriori conferme alla violazione di area 1,14.

Altrettanto debole come l'euro rispetto al dollaro si e' dimostrata recentemente anche la sterlina, con il cambio euro sterlina infatti relativamente stabile in area 0,8650/0,8850. La moneta inglese continua a scontare un "Brexit risk premium", e' infatti appesantita dall'incertezza sui negoziati con la Ue che ne deprimono probabilmente il valore al di sotto di quello che sarebbe coerente con i fondamentali economici. L'European Council meeting del 28 e 29 giugno potrebbe portare novita' in questo senso, l'impressione e' che se il Regno Unito accettera' di rimanere all'interno dell'unione doganale anche dopo la sua uscita dalla Ue nel 2021 si potranno evitare ulteriori ripercussioni negative per la sterlina. Al netto della considerazioni sulla Brexit i mercati si concentrano sulle possibilita' che la Bank of England possa muoversi verso un rialzo dei tassi di interesse, una ipotesi che troverebbe sostegno da dati sull'inflazione forti. I dati di aprile in uscita il 23 maggio dovrebbero mostrare un CPI invariato al 2,5% su base annua e un core rate in leggero calo, dal 2,3% al 2,2%. Variazioni da questi valori potrebbero stimolare movimenti sul cambio. Segnali di debolezza preoccupanti per la sterlina verrebbero oltre area 0,8860, con la possibilita' in quel caso di tornare sulla parte alta del trading range degli ultimi mesi in area 0,9030. Sotto 0,86 si potrebbe invece avviare una nuova fase di rafforzamento per la moneta britannica almeno fino a 0,83 circa.

Una situazione di sostanziale stabilita' nei confronti dell'euro e' riconoscibile anche sul fronte dello yen, che ormai da un bimestre oscilla nella fascia tra i 129 e i 133,50 yen per euro circa. Sul fronte macro non si registrano novita' che possano fare ipotizzare un ripresa di una tendenza maggiormente direzionata in tempi brevi.

Nel corso del suo intervento semestrale davanti al Parlamento nipponico, Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan (BoJ), ha infatti dichiarato che l'istituto centrale del Sol Levante comunicherà ai mercati come prevede di uscire dalle sue aggressive politiche di allentamento monetario quando le condizioni per il raggiungimento dei target sui prezzi si saranno rafforzate. Secondo Kuroda, infatti, un dibattito sulla fine del massiccio piano di stimolo è prematuro. Gli ultimi dati sull'andamento dei prezzi sembrano confermare l'ipotesi che le politiche monetarie accomodanti sono destinate a durare: l'inflazione core del Giappone stilata dalla Bank of Japan (BoJ) e' infatti scesa in maggio allo 0,5% annuo dallo 0,7% di aprile (0,8% in febbraio e marzo). Il dato e' anche peggiore rispetto allo 0,7% atteso dagli economisti. A meta' maggio il ministero nipponico di Affari Interni e Comunicazione aveva comunicato che l'inflazione core del Sol Levante (al netto degli alimenti freschi e benchmark su cui la BoJ ha il target del 2%) era scesa ulteriormente in aprile allo 0,7% annuo nel secondo declino consecutivo dopo quello di marzo, che era stato il primo da quando il Giappone era uscito dalla deflazione a inizio 2017.

Lo yen e' comunque sceso contro euro gia' a fine febbraio al di sotto della media mobile a 200 giorni, segnalando che il ribasso grafico visto dal top di febbraio a 137,50 ha effettivamente intaccato la struttura rialzista precedente. Per avere ulteriori conferme in questo senso servirebbe tuttavia la rottura di quota 129,50. Solo in quel caso si aprirebbero spazio di movimento prima in area 126, poi fino a 123,50 yen per euro. La violazione anche di questa soglia sarebbe da leggere come un segnale di forza della moneta nipponica duraturo. Movimenti al di sopra di area 133,50 costringerebbero invece a considerare le oscillazioni degli ultimi mesi come un "doppio minimo", figura rialzista al cui completamento i prezzi potrebbero puntare al ritorno sui massimi di febbraio a 137,50.