Borse, i temi caldi in vista del 2018

A fine 2008, con la crisi finanziaria successiva al crollo di Lehman Brothers, la capitalizzazione delle borse mondiali era scesa a 31 mila miliardi di dollari, il 2017 si chiude invece con questo valore salito alla stratosferica cifra di 80 mila miliardi circa. E mentre a fine 2008 il valore complessivo delle borse era la meta' circa del Pil globale, oggi questo riferimento e' stato ampiamente superato: a fine 2016 il Pil globale ammontava infatti a 75500 miliardi circa e attualmente dovrebbe attestarsi a 78150 miliardi circa (le stime di crescita dell'Fmi per l'anno in corso ipotizzano una espansione del 3,5%). Era dal 2007 che le borse non superavano il Pil e in quel caso il fenomeno era stato la spia di una sopravvalutazione degli asset finanziari. Come sia andata a finire in quella occasione e' ormai storia, e la storia spesso insegna. 

C'e' poi un altro elemento di preoccupazione per la tenuta delle azioni in questo 2017 che si avvia a chiusura dal momento che il rialzo delle borse, e la crescita della loro capitalizzazione, dura ormai da 9 anni, mentre l'osservazione dei cicli economici porta a concludere che le fasi di espansione si fermano spesso dopo 8 anni. 

Prima di attivarsi con tutti gli scongiuri del caso e' pero' corretto ricordare anche che le banche centrali hanno pompato sui mercati finanziari in questi ultimi anni 15 mila miliardi (che si sono trasformati in asset per il resto del mondo ma che per loro sono debiti), facendo in qualche modo cambiare le regole del gioco e permettendo quindi non solo questo storico sorpasso ma anche un possibile proseguimento del trend in atto. 

E' cosa nota tuttavia che le banche centrali stanno rivedendo la loro politica monetaria ultra espansiva e in particolare la Federal Reserve dovrebbe ritirare 800 miliardi netti di liquidita' entro il 2019. E sempre la Fed ha gia' intrapreso una politica di innalzamento del costo del denaro per contrastare la futura crescita dell'inflazione. 

Ad essere a rischio con i rialzi dei tassi sarebbe inizialmente il mercato dei bond ma successivamente, a causa della perdita patrimoniale per gli investitori (ad un rialzo dei tassi corrisponde una discesa delle quotazioni dei titoli obbligazionari), rischierebbero di entrare sotto tensione anche i prezzi delle azioni. Del resto le quotazioni dei listini Usa, tutti sui massimi storici, hanno raggiunto questi livelli nella convinzione che la crescita futura dei tassi di interesse sara' relativamente lenta. 

I mercati ipotizzano il proseguimento della "Goldilocks economy", quella particolare condizione che vede una crescita dell'economia non tanto veloce da generare un surriscaldamento del motore ma al tempo stesso saldamente al di sopra della recessione, una fase caratterizzata da livelli storicamente bassi del tasso di disoccupazione, da aziende che producono utili e distribuiscono dividendi invogliando gli investitori a comprarne i titoli, e da una inflazione bassa che non mette pressione sui tassi di interesse e quindi sui prezzi dei bond. 

Se questo quadro idilliaco, appunto da fiaba di "riccioli d'oro" dovesse offuscarsi a farne le spese sarebbero le quotazioni degli asset cresciuti maggiormente negli ultimi anni, quindi le borse (l'S&P500 valeva 667 dollari circa ad inizio 2009 e si e' spinto recentemente fino a quota 2665, con un rialzo del 300% circa). 

Certo, in questo ultimo scorcio di 2017 e' intervenuto un ulteriore elemento di novita' che potrebbe scompaginare le carte e favorire il mantenimento dei trend borsistici attuali, ovvero la riforma del fisco dell'amministrazione Trump che porta la corporate tax dal 35% al 20%. Secondo uno studio del Credit Suisse le aziende che compongono lo S&P500 pagheranno in media il 26,2% di imposte sugli utili invece dell'attuale 35%, con il risultato che gli utili per azione medi potrebbero salire da 145 a 180 dollari (+23,3% circa), un miglioramento che i mercati finanziari hanno sicuramente in parte gia' scontato ma che in attesa della approvazione finale conserva ancora una spinta rialzista inespressa, difficile infatti quantificare gli effetti della normativa sul rientro dei capitali e su prossime fusioni, buyback e consumi. 

E dal momento che gli Stati Uniti sono il partner piu' importante per l'Europa nel commercio e negli investimenti e' evidente che un cambiamento significativo delle regole dall'altra parte dell'Atlantico avra' effetti rilevanti anche per il Vecchio Continente. Gli Usa, con la combinazione di tassi piu' alti e fiscalita' accomodante, diverrebbero un mercato piu' attraente per gli investimenti, tanto che anche la Cina si e' detta preoccupata e ha allo studio controlli sui capitali e interventi valutari piu' frequenti. 

Come gia' chiarito in precedenza il primo mercato sul quale si potrebbero registrare tensioni a seguito dell'effetto combinato dei cambiamenti in corso, dal rialzo dei tassi alla diminuzione del bilancio della Fed fino alla riforma fiscale americana, e' quello obbligazionario. 

Il grafico del T-Bond future per il momento non evidenzia segnali di debolezza particolari, i prezzi oscillano infatti lateralmente ormai da inizio anno, seppure dopo la brusca flessione subita dai massimi di luglio 2016 a 177,45 circa (quotazioni espresse in centesimi), ma e' il grafico dei titoli a 5 anni che invece mostra la violazione di un importante supporto. Le quotazioni sono infatti scese a inizio dicembre al di sotto della base dell'ampia fase laterale disegnata dai prezzi a partire dai minimi di dicembre 2016, compresa tra i 116,50 e i 119 dollari circa. La fase laterale si puo' considerare ormai un "rettangolo", figura di continuazione della precedente tendenza ribassista, quella partita a giugno 2016 da area 122,90, che potrebbe quindi essere gia' ripresa con obiettivi almeno fino a 114 dollari (ottenuto proiettando l'ampiezza della fase laterale verso il basso dal punto di rottura) e successivamente in area 112,5.

 Una eventuale violazione di area 145,50 da parte del T-Bond trentennale sarebbe lo specchio di un ulteriore deterioramento del mercato obbligazionario che potrebbe avere un effetto anche sulle azioni. 

Per quello che riguarda gli indici azionari Usa i relativi grafici dei prezzi non evidenziano ancora segnali di interesse, ma spostando l'attenzione sugli indicatori tecnici si evidenzia invece una situazione di ipercomprato estrema. L'indicatore Rsi calcolato a 14 settimane per il Dow Jones Industrial e' infatti salito recentemente all'84%, un valore che non veniva toccato dal maggio del 1995. 

La condizione di ipercomprato implica una velocita' di crescita del trend dei prezzi elevata rispetto al comportamento tipico del mercato, una condizione che se da un lato esprime forza da parte dei compratori dall'altro introduce elementi di fragilita' nella struttura rialzista che quasi sempre portano alla realizzazione di flessioni correttive. Il 1995 ad esempio era stato un anno di continuo rialzo, come l'attuale, ma l'andamento dei primi 6 mesi del 1996 si era dimostrato prima laterale e poi calante. 

Altrettanto elevato l'Rsi a 14 settimane per lo S&P500, ormai a quota 82%, valore raggiunto solo all'inizio del 1986. In quell'anno alla rottura dell'80% da parte dell'indicatore fecero seguito 10 mesi si lateralita' accompagnata da un paio di veri e propri crolli come quello del mese di settembre (l'11 settembre Wall Street perse il 5%, la peggiore caduta della storia fino a quel momento). 

E' curioso notare come gli operatori, per spiegare il crollo del settembre 1986, parlarono di una Fed pronta a rialzare il costo del denaro (che allora era al 5,5%), di una inflazione che stava per invertire la rotta e ripartire al rialzo, di una economia non in recessione ma refrattaria ai "poderosi" ricostituenti monetari della Fed, tutti elementi che suonano sinistramente familiari anche al giorno di oggi.