Borse e bond, cosa accadrà nel prossimo futuro?

Lo stato di salute dell'economia americana e di Wall Street sembra buono, ma tra dazi, dimissioni, giganti hi-tech nel mirino e tassi in aumento, potrebbero comparire tensioni ribassiste.

Nella riunione della Federal Reserve di mercoledì scorso, è stato deciso il rialzo dei tassi, il primo di quest’anno, ed è stato fornito un aggiornamento sulle previsioni macroeconomiche. In base a quanto comunicato dalla Fed, la crescita americana è ancora buona, ma non dirompente. Nel 2018 è previsto un aumento del Pil del 2,7%, rispetto al +2,5% stimato a dicembre, e anche per il 2019 le stime sono state alzate dal +2,1 al +2,4%. Aspettative buone, che le manovre sui dazi, comunque da monitorare con attenzione, non dovrebbero impattare troppo. Quanto all'inflazione, invece, la Fed conferma il +1,9% nel 2018 e il +2% l'anno prossimo, valori che la Banca centrale Usa considera ottimali. Quindi, crescita sì, ma senza spinte inflazionistiche eccessive. Questo spiega perché i mercati si aspettino altri due rialzi dei tassi nel 2018 e non tre, come finora pronosticato. Questo è un elemento di tranquillità per le Borse, ma è altrettanto vero che il ridimensionamento delle aspettative su soli tre rialzi nel 2018 (e altri tre nel 2019) è un segnale che il ritmo dell'economia è meno forte del previsto, e ciò potrebbe fornire argomenti agli investitori che ritengono che il mercato azionario sia salito troppo e troppo velocemente in relazione alla reale condizione dell’economia.

Anche la Bce ha fornito le sue previsioni sull'economia europea nel 2018 e nel 2019. Qui i tassi di crescita sono molto più bassi che negli Usa (+2,4% quest'anno e +1,9% il prossimo) e anche sul fronte dell'inflazione non sono attese fiammate, anzi: confermato il +1,4% nel 2018 e addirittura in frenata, dal +1,5% delle stime precedenti al +1,4% nel 2019. Un'inflazione così fredda è un buon segnale per l’Italia perché allunga i tempi della chiusura dell'ombrello di Draghi. Il Quantitative easing rasserena i mercati: infatti spread e Btp viaggiano sui minimi nonostante il quadro politico resti incerto, addirittura negativo, per i mercati, se l’ipotesi di un governo Lega-M5S prenderà corpo.

Sul fronte grafico la borsa Usa denuncia alcune incertezze che non si sono però ancora tramutate in segnali di debolezza. Lo S&P 500, dopo aver toccato i massimi a fine gennaio, ha riprovato a ripetersi a febbraio e a marzo, ma senza successo. Anzi, si è verificata una perdita di momentum, cioè di forza propulsiva del trend. La media mobile a 100 giorni è ancora al rialzo come inclinazione, ma è stata tagliata al ribasso dai prezzi con un vistoso gap il 22 marzo, un segnale graficamente non bello. La media mobile a 200 giorni, indicatore che con la sua posizione rispetto al grafico delle quotazioni fornisce un'idea della condizione della tendenza di lungo termine, transita invece in area 2.580 punti, quindi ancora al di sotto dei prezzi. Fino a che questo supporto tiene, si potrà continuare a sperare che le incertezze recenti, l’incapacità degli ultimi rimbalzi di toccare nuovi massimi, siano solo una fase intermedia di una pausa correttiva di lieve entità e non la preparazione di un movimento ribassista più esteso. Al di sotto di area 2.580 potrebbe invece iniziare un ampio ritracciamento del rialzo avviatosi con i minimi di inizio 2016. Anche ipotizzando un ritorno solo del 50% rispetto al movimento precedente, la canonica percentuale di correzione, il rischio che lo S&P500 possa tornare in area 2.350 sarebbe concreto. Prima di fasciarsi la testa, comunque, aspettiamo di vedere come si comporteranno i prezzi in caso di movimenti in area 2.580.

La vicenda Facebook-Cambridge Analytica ha colpito solo il titolo della società di Zuckerberg, e in misura più ridotta anche Apple. Il titolo Facebook è finito sotto la soglia della media mobile a 200 giorni, passante a 173 dollari circa, segno che qualcosa, in negativo, è successo, ma è presto per parlare di inversione del trend. Solo la violazione anche dei 146-147 dollari, area avvicinata dai minimi di lunedì 26 marzo dalla quale si è sviluppato un veloce rimbalzo, dove passa la linea che sale dai minimi di metà 2013, farebbe suonare una forte sirena d'allarme. Comunque, almeno nel medio periodo, non è un titolo su cui andare, a meno che i prezzi non ritornino al di sopra dei 185-186 dollari, resistenza raggiungibile oltre area 162 dollari. Nel breve termine quindi oltre area 162 si potrebbero immaginare strategie rialziste per target in area 182.  

I FAANG in generale, al di là della storia Facebook, si sono un po' indeboliti dai loro massimi, ma si muovono in linea con quanto accade sulla Borsa nel suo complesso. Il Nasdaq Composite, nel suo insieme, presenta un situazione grafica diversa rispetto all'S&P 500. A marzo è stato toccato un nuovo record a 7.337, superiore ai massimi di gennaio, poi l’indice è tornato in area 7.160, pur rimanendo ancora sopra la media mobile a 100 giorni, posta a 7.070. Quella a 200 giorni, più rappresentativa per valutare la condizione del trend di lungo termine, passa a 6.720 punti. Qualora questa media dovesse essere violata al ribasso, anche il Nasdaq prenderebbe la scia dello S&P 500, con rischio di una correzione ribassista lunga anche qualche mese. Diciamo comunque che sul Nasdaq non si è ancora accesa una spia rossa.

Nel frattempo, a complicare un quadro generale già complesso, Trump ha deciso un altro ribaltone: come consigliere nazionale per la sicurezza al posto di McMaster arriverà infatti il “super falco” John Bolton.

Difficile però prevedere se ne trarranno vantaggio i titoli di difesa e aerospaziale. Se, da un lato, assisteremo a un aumento degli investimenti nella difesa, all’interno e all’esterno (l’Arabia ad esempio ha già fatto sapere di un aumento degli investimenti in questo senso) dall'altro potrebbero insorgere nuove tensioni geopolitiche, Iran e Corea del Nord su tutti, con rischi connessi per l'export americano. Attualmente il DJ Industrial, il paniere che contiene i maggiori 30 titoli industriali della Borsa Usa, come forza relativa rispetto allo S&P500, pur avendo dato segnali di flessione negli ultimi giorni, rimane meglio impostato.

Dopo le decisioni della Fed l’attenzione si è diretta naturalmente anche verso il mercato obbligazionario.

Prendiamo in considerazione il Treasury a 10 anni. I tassi Usa non sono saliti come ci si aspettava, o meglio come si ipotizzava fino a pochi giorni fa quando il superamento della soglia critica del 3% di rendimento per il decennale sembrava ormai probabile. I prezzi del decennale (future) ora sono sui minimi del 2011, ma da un mese non scendono più, dopo essere passati dai massimi dello scorso settembre a 128 al minimo di inizio marzo a 120 circa. Difficile dire che la spinta rialzista si sia fermata, di certo per un po' i rendimenti resteranno sotto il tetto del 3%, che piace ai mercati azionari. Il destino dei tassi sui T-Bond decennali è in salita, ma è un problema di timing più che di direzione: probabilmente supererà il 3% nella seconda metà del 2018 e ciò renderà lo switch tra azionario e obbligazionario più conveniente e quindi più probabile. Ma potrebbe essere un passaggio dolce, senza scossoni per le Borse.

Il riaggiustamento delle aspettative sui bond si è visto anche sul mercato domestico. Il BTp a 10 anni si è rivalutato nell’ultimo mese un po’ a sorpresa, con prezzi passati da 134 a 137,5 (ricordiamo che prezzi e rendimenti sono legati da una relazione inversa). Merito non tanto del nostro decennale, quanto del fatto che ha saputo accodarsi al calo dei rendimenti messo in evidenza anche sul Bund tedesco. Nella Ue le pressioni sui tassi sono leggere per il momento, visto che l’inflazione resta molto dimessa, e le obbligazioni hanno meno appeal delle azioni. Certo, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann ha anticipato l’eventualità di un rialzo dei tassi da parte della Bce a metà 2019 ma questa dichiarazione ha per ora avuto impatto più sul cambio, rinforzando l’euro, che sui titoli di stato.

Piazza Affari deve fare i conti, oltre che con un quadro generale come visto molto complesso, anche con le incertezze politiche. Finora i mercati hanno mostrato una certa pazienza, ma cosa succederà se i prossimi passaggi istituzionali non troveranno una soluzione stabile? Sono scenari al momento non ipotizzabili, ricordando però sempre che ai mercati non piace l’incertezza il rischio di scossoni ribassisti aumenterà tanto più a lungo dureranno le trattative per arrivare ad un nuovo esecutivo. Da non sottovalutare il monito di Scott Thiel, vice responsabile per gli investimenti di Blackrock, secondo il quale dalle urne il 4 marzo è uscito il peggior esito possibile, tanto che il gigante della gestione del risparmio assumerà una posizione “underweight”, in altre parole pessimista, sui titoli di Stato italiani.

Il quadro grafico del Ftse Mib riflette questa situazione di incertezza. Febbraio e marzo non sono stati due mesi facili, abbiamo assistito a una lateralità, con movimenti in entrambe le direzioni, che sono difficili da interpretare e sono proprio il frutto dell’assenza di una strada tracciata facilmente visibile per gli investitori. L'unica cosa certa è l'ultimo ribasso disegnatosi tra fine gennaio e inizio febbraio, che non è stato smentito dai successivi, flebili, rimbalzi. I prezzi proprio nelle ultime sedute si sono messi a giocare con il fuoco, ovvero con la trend line che sale dai minimi di novembre 2016 e con la media mobile a 200 giorni, in transito in area 22.200. Se questo duplice sostegno dovesse venire abbandonato, con i prezzi che si stabilizzano al di sotto anche dei 22.000 punti toccati il 26 marzo, si potrebbe delineare all'orizzonte uno scenario di cali anche estesi, con obiettivi tra i 18.500 e i 19.500 punti. Per poter iniziare a tirare un sospiro di sollievo sarà necessario il superamento almeno di area 23.000.

I consigli per i risparmiatori sono quindi di stare alla finestra, magari limitandosi a un po' di stock picking settoriale, su titoli difensivi, come per esempio quelli del lusso e dell'energia che stanno dimostrando, nonostante tutto, una certa vitalità. Adesso di Borsa è meglio averne poca in portafoglio, anche perché in Europa di alternative al Ftse Mib non se ne vedono: nell’ultimo mese il Dax tedesco, il Cac francese e l’Ibex spagnolo hanno tutti performato peggio di Piazza Affari.