Borsa Usa incerta ma il mercato del credito non mostra segnali di correzione

Borsa Usa incerta ma il mercato del credito non mostra segnali di correzione

Come sempre, quando il mercato azionario corregge sensibilmente, il rumore di fondo che accompagna questi ribassi non consente una interpretazione dei fatti filtrata da una visione di insieme più ampia. La tendenza infatti è quella di concentrarsi sul movimento di breve termine, sulle cause che lo hanno causato, dimenticando troppo spesso che magari queste cause sono il risultato di scosse telluriche avvenute anche lontano dal luogo dove le osserviamo. Indubbiamente (come durante la correzione di gennaio- febbraio 2018), la attuale rotazione del mercato Usa verso i settori difensivi (utilities, consumer staples, health care) indica uno stato "risk off" degli operatori.

Al fine di astrarsi dal rumore di fondo generato dai movimenti di breve, nel tentativo di fare un’analisi meno emotiva della condizione attuale, è possibile studiare un grafico di lungo periodo che combina tre indicatori, rappresentati su base settimanale: il primo, e il più importante, è il grafico dei prezzi settimanali  dell'indice S&P500 dal 2009 ad oggi, dove indiscutibilmente il trend primario è positivo, i prezzi sono al momento praticamente a ridosso del supporto della loro media mobile esponenziale a 52 settimane (in transito a 2715 circa), ancora distanti dalla linea di trend di lungo periodo disegnata dai minimi del 2009 e dalla media mobile esponenziale a 200 settimane (passanti rispettivamente a 2240 e a 2365 punti),  ben strutturati all'interno di un canale rialzista del quale anzi negli ultimi mesi è stato oltrepassato il lato superiore, poi rivisto dall'alto dalla correzione partita con i massimi di fine settembre. Il confronto con l’andamento delle ultime due importanti correzioni precedenti la attuale, quella recente di gennaio 2018 e quella prolungata del 2015, sembra indicare come, almeno per il momento, l'intensità della flessione partita a fine settembre sia ancora abbastanza distante rispetto alle due citate. Soprattutto rispetto a quella del 2015, dove i prezzi si collocarono ben al disotto della loro media mobile esponenziale a 52 periodi per andare a testare con precisione chirurgica quella a 200 settimane.

Il trend rialzista di medio periodo quindi sarà realmente minacciato solo quando i prezzi scenderanno bene al di sotto della media mobile esponenziale a 52 periodi e della trend line che parte dai minimi di inzio 2016, passanti poco sopra i 2700 punti mentre quello di lungo termine rimarrà intatto a meno di una violazione anche della media esponenziale a 200 settimane.

Certo, il comportamento dell'indicatore momentum disegnato a 52 settimane, in discesa ormai da gennaio e quindi in netta divergenza rispetto al grafico dei prezzi (divergenza ribassista che si nota anche sul classico MACD), urla a gran voce che il passaggio al di sotto dei 2700 punto è sempre più probabile, ma ancora una volta, anche se questo dovesse accadere, sarà opportuno non dimenticare quanto detto per il quadro generale, ovvero che un deterioramento della tendenza di medio periodo non implica necessariamente una inversione del trend principale. Questo non significa che non sarebbe opportuno, alla violazione di area 2700, proteggere i portafogli di investimento, anche quelli più statici, dal momento che il calo dell'indice prima di trovare un nuovo supporto potrebbe arrivare anche al 15% circa.

Un altro grafico estremamente ricco di informazioni è quello che rappresenta il rapporto di forza tra due settori, uno tradizionalmente considerato espressione della fase rialzista del mercato, il consumer discretionary, come espresso dall'ETF SPDR XLY, l'altro il settore tradizionalmente difensivo, nella forma dell'ETF SPDR XLP, consumer Staples.

Appare evidente la similitudine dell'andamento della curva di forza relativa XLY/XLP con quello del mercato azionario, in altre parole il grafico di forza relativa risultante dal rapporto tra questi due Etf può essere considerato un interessante "proxy" del mercato, una sorta di indicatore dello stato di salute della borsa. Ebbene, su questo grafico, è comparsa una figura a doppio massimo, di inversione ribassista, a partire dal top di giugno, confermata poi con il ribasso della seconda metà di ottobre.

 

E' evidente come anche la correzione in atto veda la consistente inversione del rapporto di forza relativa tra i due settori (non si dimentichi che il settore consumer discretionary rappresenta più della metà del GDP statunitense). L'intensità di tale inversione, sul grafico di forza relativa e' stata violata il 18 ottobre la media mobile esponenziale a 200 giorni che era al rialzo dal dall'inizio di novembre 2016, sembrerebbe puntualizzare la serietà e l'importanza della modalità risk off del mercato, almeno per quello che riguarda il breve/medio periodo.

Il terzo indicatore chiave in questa fase per cercare di intravedere le prospettive di medio lungo termine del mercato americano, ma per le note correlazioni con le altre principali piazze finanziarie questo significa, magari con tempistiche e modalità leggermente differenti, di tutte le borse, è quello che mostra il rapporto tra l'ETF HYG, che indica il livello dei prezzi dei junk bonds (e ovviamente il relativo tasso di interesse) e l'ETF IEF che rappresenta l'andamento dei prezzi dei bond Investments grade a 7-10 anni (e quindi indirettamente dei relativi tassi).

Rispetto ai precedenti periodi di correzione, accompagnati da una debolezza relativa dei junk bonds rispetto agli Investments grade, tale rapporto appare ben saldo, ai massimi dal 2016 (si noti lo stato di solidità anche durante gennaio-agosto di quest'anno).  Tale grafico esprime lo spread di tasso tra junks e Investments grade. Un livello alto di valore indica spread di tasso ai minimi storici; significa che il mercato non percepisce uno stato di allerta nel settore creditizio e finanziario e quindi che gli investitori al momento non richiedono un maggior premio per il rischio per detenere junk bonds.

E la curva dei tassi, che negli ultimi tempi si era appiattita notevolmente (una sua inversione preannuncia recessione nei prossimi 18-24 mesi) ha ripreso ad inclinarsi leggermente, dato l'aumento del tasso Treasuries e Bond a 10 e 30 anni.

La liquidità del mercato e la struttura dei suoi "risk premia" non lascia presagire uno scossone della borsa che vada al di là di una semplice correzione all'interno di un ciclo di ampia durata (10 anni ormai). Si noti con quanta decisione (e anticipazione) un deterioramento della curva di forza relativa tra HYG e IEF aveva accompagnato le correlate correzioni del mercato azionario, sia nel periodo dal 2009 al 2011 sia più recentemente, ad inizio del 2018.

Sarebbe solo con un deciso deterioramento delle condizioni creditizie e di liquidità, quindi con una picchiata al ribasso della forza relativa HYG/IEF che il mercato azionario potrebbe entrare in una fase ribassista primaria, strutturale (quindi per intenderci violando la media esponenziale a 200 settimane), abbandonando definitivamente un periodo senza precedenti di inflazione degli assets finanziari sorretti da una iniezione di liquidità nel sistema unico nella storia finanziaria. Nel momento in cui questo dovesse accadere porrebbe ovviamente seri problemi al sistema globale nel suo complesso. E non è detto che l'alleggerimento deciso del bilancio della Fed, criticata di recente da Donald Trump per le sue posizioni poco accomodanti, possa essere la miccia che fa detonare una vera e propria implosione delle borse (ed alcuni effetti sui paesi emergenti si sono già fatti sentire nel 2018).

Non va infatti dimenticato che il bilancio della Fed è cresciuto, dopo il collasso del mercato immobiliare statunitense avviatosi nel 2007, dai 995,093 miliardi di dollari del 15 settembre 2008 fino a superare i 4500 miliardi del gennaio 2016 e a oggi è ancora oltre i 4400 miliardi di dollari, un oceano di liquidità che prima o poi dovrà essere drenato con conseguenze difficili da prevedere per i mercati finanziari nel loro complesso.