Borsa Usa, arrivano le trimestrali, i mercati entrano in fibrillazione

Borsa Usa, arrivano le trimestrali, i mercati entrano in fibrillazione. Questa settimana iniziano ad uscire i dati di bilancio sul primo trimestre, primi ad essere sotto i riflettori saranno venerdi' JPMorgan e Wells Fargo, poi Citigroup e Goldman Sachs usciranno con i loro report il lunedi' successivo, Bank of America e Morgan Stanley martedi', e le previsioni non sono ottimistiche. Secondo Michael Wilson di Morgan Stanley gli utili del primo trimestre dello S&P500 potrebbero evidenziare per la prima volta dal secondo trimestre del 2015 una crescita su base annua negativa. Secondo Wilson, anche se non c'e' (ancora) una recessione dell'economia, potrebbe esserci quest'anno una recessione degli utili, ovvero due trimestri consecutivi di utili in calo.

Il 12 aprile, prima dell'apertura della borsa Usa, sara' il turno di J.P. Morgan per la presentazione del report sugli utili. Tradizionalmente se il titolo parte al rialzo dopo la comunicazione dei dati e' un ottimo segnale anticipatore per tutto il comparto finanziario ma in generale per la borsa. J.P. Morgan viene infatti considerato un "lead dog", il capo muta sul cui andamento si modulano anche molti altri titoli. Se al contrario il mercato non premia il titolo dopo la presentazione della trimestrale si possono aprire scenari preoccupanti per il mercato. E Jamie Dimon, il CEO di J.P. Morgan, nella sua recente lettera agli investitori ha messo le mani avanti. La banca si sta infatti cautelando per fronteggiare un rallentamento dell'economia, rallentamento anticipato dal mercato obbligazionario, anche se per il momento non si prevede una vera e propria recessione. L'inversione della curva dei tassi, con i rendimenti di breve saliti al di sopra di quelli a 10 anni, infatti resta un indizio preoccupante per il futuro, un indizio che per il momento la borsa ha deciso di ignorare. Del resto i future sui Fed funds stanno iniziando a scontare un taglio di un quarto di punto nel prossimo futuro, gia' entro l'anno (con due ulteriori tagli nel 2020) una inversione a U della politica monetaria della Fed rispetto a quella pubblicizzata fino alla fine dello scorso anno che da sola giustifica la buona salute, per ora, del mercato azionario. Le borse tuttavia prima o poi dovranno fare i conti con il rallentamento dell'economia, se la Fed arrivera' effettivamente a tagliare i tassi non lo fara' di certo in assenza di rischio di una recessione, e questo rischio alla fine si vedra' anche negli utili aziendali.

 

Gia' adesso graficamente J.P. Morgan non e' particolarmente brillante. I prezzi hanno infatti disegnato un "doppio massimo", figura ribassista tra febbraio e settembre 2018 in area 120 dollari, poi completato a dicembre con la violazione di 102,20 (minimo del 6 luglio), successivamente i prezzi, dopo il test del primo target del doppio massimo il 26 dicembre a 91,11 (proiezione della ampiezza della figura, moltiplicata per 0,618 volte, dal punto di rottura), sono rimbalzati per fermarsi il 19 marzo a 108,40 dollari sul 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di settembre 2018. Questa percentuale, ricavata dalla successione di Fibonacci, separa una correzione da una inversione. A meno di una rottura dopo la presentazione della trimestrale di area 108,40 il rischio di dover considerare il rimbalzo visto dai minimi di dicembre solo un fenomeno temporaneo restera' elevato. Sotto area 98 dollari atteso il test del target del doppio massimo (proiezione della ampiezza della di figura verso il basso dal punto di rottura) posto a 85 dollari circa.

 

 

Secondo Morgan Stanley il target a fine anno dello S&P500 potrebbe essere di 2750 punti, piu' basso quindi della chiusura di venerdi' scorso a 2893 punti circa. Capital Economics si spinge anche oltre, ipotizzando per la fine dell'anno uno S&P500 a 2300 punti. Al momento il rapporto P/E prospettico per lo S&P500 e' a 16,7 volte, al limite superiore dell'intervallo ritenuto sostenibile di 14,8-16,7 volte. Al di sopra di 16,7 volte quindi il mercato potrebbe diventare sopravalutato. Se gli utili dovessero effettivamente iniziare a scendere, in media per l'intero paniere, dal momento che le quotazioni dell'indice sono gia' al limite della sopravalutazione andare a comprare su questi livelli potrebbe non rivelarsi un affare.

 

Per questi motivi Morgan Stanley suggerisce alla clientela di spostarsi sui settori difensivi. Anche FactSet nelle sue stime per gli utili di questo primo trimestre ha effettuato il taglio maggiore dal primo trimestre del 2016. I settori che potrebbero essere i piu’ colpiti dalla minore crescita degli utili potrebbero essere quello dell’energia, dei materiali e dell’information technology.  Per adesso comunque John Butters di FactSet ipotizza una ulteriore crescita dell'indice dell'8% dai prezzi attuali sostenuto dal comparto energetico e da quello della salute.

 

Citigroup ha segnalato che le stime sulla crescita degli utili del 2019 sono scese al 4/5%, valore inferiore alla media di lungo termine del 6% e meno della meta' di quanto ipotizzato lo scorso settembre (+12%). Le quotazioni attuali potrebbero tuttavia gia' incorporare queste stime piu' realistiche e quindi non e' da escludere che l'indice possa partire dai livelli attuali per salire ancora.

 

Il sentiment registrato dalla "American Association of Individual Investors" (https://www.aaii.com/sentimentsurvey) e' bullish al 35%, in crescita di 1,8 punti percentuali e vicino alla media storica del 38,5%. Il sentiment "neutral" e' al 36,7%, quello "bearish" al 28,3%. Sempre a proposito di sentiment, l'indicatore di Bank of America, e' a 4,4, in zona neutrale, quindi per il gigante bancario Usa non e' ancora arrivato il momento di vendere.

 

C'e' tuttavia un elemento di preoccupazione da tenere presente: anche se gli indici statunitensi hanno fatto registrare a fine marzo il migliore trimestre da circa un decennio, un rialzo che e' poi proseguito nei primi giorni di aprile, i fondi hanno visto una uscita di capitali di 39,1 miliardi di dollari (dati di Bank of America).

 

Questo comportamento, borsa in crescita e capitali in uscita dai fondi, e' anomalo, anche se ha dei precedenti in passato. Precedenti, come nel 2016, che pero' non si sono verificati a fronte di un rialzo cosi' marcato degli indici azionari. Una spiegazione e' possibile se si tiene presente l'elevato livello di riacquisto di azioni da parte delle societa' quotate, le aziende dell'S&P500 hanno ricomprato azioni per 227 miliardi nel primo trimestre del 2019 (dati FactSet), un netto incremento dai 143 miliardi del primo trimestre del 2018, acquisti che ovviamente hanno contribuito a sostenere le quotazioni anche mentre gli investitori uscivano dai fondi azionari.

 

Nel primo trimestre del 2019 la capitalizzazione dello S&P500 e' salita di 2960 miliardi di dollari su base annua. Parte delle risorse in uscita dai fondi azionari sono state dirottate, per 49 miliardi di dollari circa, su fondi monetari, un chiaro sintomo di poca fiducia nelle azioni. E sono molti gli analisti che vedono in questa disparita' di comportamento tra andamento dei prezzi e andamenti dei flussi relativi ai fondi una possibile fragilita' del mercato azionario, un mercato azionario che ha sviluppato tutta la recente fase di rialzo a fronte di volumi non particolarmente elevati.

 

Venerdi' 5 aprile, nonostante gli ottimi dati sul mercato del lavoro, la seduta ha fatto registrare il secondo dato piu' basso dell'anno in termini di volumi. A fronte di queste incongruenze, volumi bassi e flussi in uscita dai fondi azionari, la stagione delle trimestrali che sta iniziando sara' da seguire con grande attenzione per capire se gli investitori torneranno sui fondi o meno.

 

A conferma dell’incertezza del mercato sulla via da seguire sul grafico del Dow Jones e’ comparsa una croce. Il Dow Jones ha disegnato infatti nella seduta del 5 aprile un "doji", una candela giornaliera caratterizzata da valori di apertura e chiusura praticamente coincidenti che assomiglia quindi molto ad una croce. Il “doji” rappresenta il punto di equilibrio di una altalena, il momento in cui le forze che la fanno salire e quelle che la fanno scendere si equivalgono. L'equilibrio cosi' raggiunto puo' essere interrotto in favore della ripresa del movimento in uno dei due sensi, certo che proprio come nel caso di un dondolo, dopo il punto di equilibrio di solito il movimento riprende in direzione opposta da quello precedente. Un esempio recente di "doji" e' la seduta del 25 marzo, in quel caso, provenendo da un ribasso, dopo la comparsa di questa candela era iniziata una prolungata fase rialzista. Un "doji" pero' e' comparso anche il 26 febbraio, praticamente al top della prima leg rialzista del movimento attuale disegnata tra fine dicembre e fine febbraio e prima di allora, esempio da manuale, il 3 ottobre scorso. Un "doji" e' anche il massimo del 17 ottobre. A volte pero' queste candele compaiono senza provocare danni alla tendenza in essere. Come sempre quando si studiano i grafici a candele la comparsa di un elemento potenzialmente rialzista o ribassista e' solo la prima parte dell'analisi, e' poi necessaria una conferma per attivarne le implicazioni. Nel caso attuale del Dow sarebbero solo discese al di sotto della base del gap del 1° aprile, a 25950 punti circa (praticamente coincidente con il lato alto del "pennant", figura di forma triangolare disegnata tra fine febbraio e fine marzo), a decretare con buona probabilita' il termine, almeno temporaneo dell'uptrend. Sotto quei livelli primo supporto a 25620 circa, media esponenziale a 50 giorni e linea di base del "pennant", poi rischio di cali verso 25365, primo dei ritracciamenti di Fibonacci (23,6%) del rialzo dell'ultimo trimestre. La tenuta di area 25950 e la rottura dei 26500 punti dovrebbero invece permettere il test di area 26952, massimo dello scorso ottobre e resistenza critica anche in ottica di medio periodo (target successivo a 28200/300 circa).

 

Nel frattempo Trump continua nella sua campagna pro borsa, ben consapevole del fatto che dall’andamento dello S&P500 potrebbe dipendere la sorte della sua rielezione. Il Presidente pressa infatti ancora la Fed: Donald Trump ha infatti commentato il 5 aprile che l'economia Usa potrebbe decollare come un razzo ("rocket ship" e' stata l'espressione usata) se la Fed tagliasse i tassi di interesse. Dato il report sul mercato del lavoro del 5 aprile (i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono cresciuti di 196 mila unita' da 33 mila unità precedenti, dato superiore alle attese degli analisti che si aspettavano una crescita di 175 mila impieghi) e l'assenza di inflazione (e’ cresciuto dello 0,1% il salario orario medio mensile risultando inferiore alla rilevazione di febbraio fissata al +0,4% ed alle attese di +0,2%) Trump e' positivo sull'economia ma crede che gli Usa siano stati rallentati dalla Fed e dalla sua politica di rialzi dei tassi degli ultimi mesi, fino allo scorso dicembre. Secondo Trump la Fed dovrebbe terminare gia' adesso la politica di riduzione del bilancio, che equivale ad una stretta monetaria ("quantitative tightening"), in ogni caso secondo le sue fonti l'economia sta gia' andando molto bene. Ma l'economia globale e' in rallentamento, come ha sottolineato Larry Kudlow, il consigliere economico di Trump, e l'Europa non se la passa bene, quindi sarebbe necessario secondo Kudlow tagliare i tassi anche di mezzo punto percentuale. La Fed a marzo ha preso atto del rallentamento globale ma per adesso non ha dimostrato di volere seguire gli incitamenti di Trump. Ci sara' quindi grande attenzione mercoledi' quando la Fed rendera' note le minute del suo ultimo incontro per cercare di scovare indizi sulla possibilita' che Powell decida di assecondare la Casa Bianca.