Borsa e bond, cosa aspettarsi per il mercato italiano?

Sui mercati finanziari aleggia il timore che sia finito il benevolo disinteresse dei mercati verso l'Italia. Se si guarda la cronaca effettivamente è così, ma l'osservazione dei grafici, che sono lo strumento principale dell'analisi tecnica, ci lascia invece ancora qualche speranza: dopo le elezioni la Borsa è salita e il Ftse Mib è tornato sui massimi del 2015, rimanendo poi aggrappato a queste resistenze, con una pazienza forse inattesa. Una dimostrazione di forza, che lascia trasparire la voglia di salire. Quindi, si può dire che l'indice Ftse Mib è rimasto forte fino a un paio di settimane fa, si è avvicinato a una resistenza importante, ma gli è mancato il colpo di reni necessario ad andare oltre. Il mercato come detto ha mostrato pazienza, quando molti osservatori si sarebbero forse aspettati un ribasso figlio dell’incertezza politica, e solo nelle ultime giornate, siccome le borse difficilmente stanno ferme per più di una manciata di sedute, non riuscendo a sfondare verso l'alto, si è sfogato al ribasso. Il Ftse Mib resta comunque sopra la media mobile a 100 giorni, un indicatore che misura la condizione della tendenza di medio-lungo termine, che attualmente passa a 23.000. Attualmente siamo in area 23.700, quindi c'è ancora un cuscinetto di 700 punti che separa l'indice da questo livello di allarme, un cuscinetto che diventa però pericolosamente sottile se si considera lo stacco del dividendo di molti titoli il 21 maggio (19 società e 21 azioni considerando anche le risparmio di Buzzi Unicem e IntesaSanpaolo). Una cosa tuttavia è importante sottolinearla: i massimi di inizio maggio non solo sono allineati con quelli dell’estate del 2015 e dell’ottobre del 2009, ma coincidono anche con un importante livello di ritracciamento di Fibonacci (il 38,2%) del ribasso dal top di maggio 2007. Gli studiosi dei grafici affidano grande importanza a questo livello perche’ lo ritengono in grado di discriminare (come del resto anche i due gradini successivi della scala dei ritracciamenti, il 50% e il 61,8%) tra un movimento di correzione e una vera e propria inversione di tendenza. Mantenendo lo sguardo sul quadro di insieme è quindi possibile dire che per il momento, a meno di una prossima rottura dei 24500/600 punti da parte del Ftse Mib, il rialzo di borsa dell’ultimo anno circa non ha fatto nulla per alterare un quadro di fondo ancora orientato al ribasso. In altre parole le origini dell’incertezza sul destino del nostro mercato azionario sono bene antecedenti al risultato elettorale del 4 marzo. 

Un indizio chiaro di aumento delle tensioni sui mercati finanziari lo fornisce lo spread con il Bund che ha messo a segno nelle ultime tre sedute dell’ottava forti strappi che lo hanno riportato in area 160 punti base.

Lo strappo graficamente più rilevante è stato quello di mercoledì 16 maggio, che ha interrotto la tendenza ribassista che durava dall’ottobre dello scorso anno. Il rialzo tuttavia ancora non ha varcato soglie da allarme rosso. Per lo spread infatti l'area critica è attorno a 180-185; dovesse superare questo livello, sarebbe la conferma di un trend che può arrivare a vedere quota 210, cioè i massimi di aprile 2017. E un 2% di spread, considerando il livello bassissimo dei tassi attuali di mercato, è un'enormità, darebbe voce al coro dei catastrofisti.

E’ comunque evidente che in questo momento i maggiori mal di pancia sono quelli dei titoli di stato italiani e non di Piazza Affari.

Il grafico del future Btp a 10 anni, a differenza di quello del Ftse Mib, è finito infatti sotto la media mobile a 100 giorni e anche al di sotto della base di quel canale crescente che ne aveva contenuto l'andamento dei minimi del marzo 2017 (un canale altro non è che una porzione di grafico compresa tra due linee parallele che delimita il percorso di evoluzione di un trend per un certo periodo di tempo). La violazione della base di un canale di lunga durata come quello citato può essere letta come un primo segnale di inversione della tendenza in atto fino a quel momento.

E' vero che c'è Draghi, che se volesse forse potrebbe evitare a almeno moderare movimenti al ribasso sui titoli di stato, ma questi segnali grafici sul future Btp possono voler dire, volendo azzardare una ipotesi “dietrologica”, che si è manifestata una tensione creata ad arte per spingere a fare il governo in fretta e tenendo ben presenti certi vincoli. Del resto, nella bozza circolata lunedì si parlava di molti temi anti-euro, ma dopo il calo del Btp e la salita dello spread il punto della possibile uscita dall'euro è passato in secondo piano, così come una eventuale riduzione del debito di 250 miliardi.

Verrebbe quindi quasi dare ragione a Salvini quando parla dei soliti giochetti dei mercati finanziari. 

Certo, la cronaca politica è una cosa, i grafici sono un'altra. Sta di fatto che il future Btp in sette giorni è sceso da 140 a 135, il che significa che c'è una forte pressione contro i Btp. Movimenti di questa ampiezza ad onore del vero li avevamo registrati già anche a dicembre e a luglio dello scorso anno, per il momento quindi siamo nell'ambito del già visto. La tensione tuttavia potrebbe aumentare e raggiungere livelli di guardia, la violazione di area 133 sul grafico del future decennale sarebbe un segnale in questa direzione.

Tornando a guardare la borsa è facile notare come a pagare dazio nelle ultime sedute siano state le banche. E la situazione grafica del settore qualche timore lo suscita.

Le ultime sedute del settoriale banche di Piazza Affari destano maggiore preoccupazione rispetto a quelle dell’indice generale. Si sta infatti configurando sull’indice settoriale un doppio massimo, originato a partire dal picco di gennaio di area 12500 e non ancora completato, che a vederlo mette un po' di paura. Il doppio massimo è infatti una delle figure di “inversione”, ovvero di quelle che possono se completate invertire la tendenza rialzista precedente, più affidabili. Il fatto poi che il lato alto della figura sia a stretto contatto con una resistenza chiave, il 50% di ritracciamento del ribasso dal picco del luglio 2015, aggiunge ancora maggiore significatività a questa fase di mercato. Senza lo sfondamento dei 12500 punti il rialzo degli ultimi mesi rischia di dimostrarsi solo un intermezzo all'interno di una struttura ribassista complessa, alla quale mancherebbe ancora una fase prolungata per esaurirsi.

Qualora dovesse essere completata questa figura, verrebbe messa in discussione tutta la fase rialzista iniziata nel 2016, che ha portato il Ftse Mib a salire da 16.000 a 24.000 punti, sulla spinta proprio delle banche, che come è noto hanno un peso preponderante all'interno del listino. Nello stesso arco di tempo il settoriale ha messo a segno una crescita da 6.440 a 12.600 punti, praticamente raddoppiando di valore. Un suo avvitamento al ribasso potrebbe incidere negativamente sull’indice Ftse Mib con la stessa forza d’urto che aveva influenzato positivamente i corsi durante il rialzo.

Se il doppio massimo sul settoriale venisse completato, con la discesa al di sotto dei minimi di inizio marzo a 11.440 punti, potrebbero accendersi dei campanelli d'allarme. In caso il settore banche scivolasse sotto 11.400, c'è il rischio di avvio di una fase calante prolungata, che potrebbe riportare l’indice del comparto anche al di sotto dei 10.000 punti. Facile prevedere in quel caso difficoltà analoghe anche per il Ftse Mib. L’indice delle blue chip si trova intorno a 23.500, è importante che non sia violata quota 23.000, in tal caso vorrebbe dire che queste ultime sedute sono state solo scaramucce. Sotto 23.000, invece, si corre il rischio di assistere a un calo prolungato, sulla falsariga di quello ipotizzato per il settore bancario, non solo a una correzione come quella già vista tra gennaio e marzo.

E’ comunque prematuro dipingere un quadro pessimista. Con i massimi di inizio maggio l'indice aveva avvicinato una resistenza molto forte, un punto focale, coincidente con i massimi di ottobre 2009, allineati al top dell'estate 2015, che non è stata superata. Segno che il mercato ha perso slancio. Questo non vuole dire che non lo possa ritrovare, servirebbe tuttavia la giusta motivazione sul fronte delle notizie economiche o politiche. Se ad esempio il duo Di Maio e Salvini tirasse fuori dal cappello un nome di premier gradito ai mercati o di ministri economici altrettanto “tranquillizzanti” la spallata alle resistenze potrebbe anche esserci. E in quel caso i grafici dicono che si potrebbe aprire una nuova stagione di rialzi, estesi e duraturi. Al momento attuale è difficile da credere a questa possibilità, il bello dei grafici tuttavia è che spesso anticipano la realizzazione di movimenti che sembrano improbabili quando si verificano e per i quali si trovano le plausibili giustificazioni solo a posteriori. Aspettiamo quindi a fasciarci la testa perchè l'idea di poter dipingere un quadro rialzista non è ancora tramontata.

C'è un titolo da tenere particolarmente sotto osservazione per cercare di capire la possibile evoluzione dei mercati, si tratta di Unicredit.

Unicredit è molto interessante, perché è il secondo-terzo titolo più scambiato sul listino e rispetto a Intesa, che è un po' più capitalizzato, presenta una volatilità maggiore: quella a tre mesi di Unicredit è pari al 25%, per Intesa siamo invece attorno al 15%. Questo significa che il titolo Unicredit è più rischioso, cioè può salire o scendere più repentinamente, ma anche più reattivo alle notizie economiche o politiche e quindi è in grado di anticipare meglio i movimenti del mercato nel suo complesso.

Graficamente Unicredit ha disegnato a partire dallo scorso agosto in area 18,40 euro un potenziale doppio massimo, figura sulle cui qualità previsionali abbiamo già discusso. Il doppio massimo verrebbe completato sotto il minimo del 2 gennaio a 15,47 euro. In quel caso verrebbe messo in discussione il rialzo originato dai minimi di luglio 2016, con il rischio di un test a 13,99 euro, base del gap rialzista lasciato dai prezzi il 24 aprile 2017. Anche in questo caso, come per l'indice Ftse Mib e il settoriale banche, segnaliamo che i livelli massimi raggiunti di recente si collocano su di una resistenza chiave. A 18 euro circa troviamo infatti il 38,2% di ritracciamento del ribasso dal picco di giugno 2014, percentuale ricavata dalla successione di Fibonacci molto cara, per la sua efficacia, agli analisti. L'esperienza infatti insegna che un ritracciamento di questa portata è da considerare solo correttivo, ovvero intermedio rispetto ad una struttura ribassista di ordine superiore. Al superamento di area 18,00/18,50 Unicredit dimostrerebbe una forza inaspettata, puntando con decisione verso i due livelli successivi di Fibonacci, posti a 21,50 e 24,50 euro. 

Sia Unicredit che il Ftse Mib si trovano quindi in prossimità di soglie critiche, che finora non sono state travolte ma che al tempo stesso restano relativamente vicine alle quotazioni per essere raggiungibili con un piccolo sforzo. I ribassi al momento non sono nulla di grave, solo qualche linea di febbre di una malattia che però potrebbe avere, anzi sembra destinata ad avere, delle complicanze. 

Essenziale in questa fase non farsi prendere dal pessimismo e non farsi condizionare troppo dal flusso delle notizie, rimanendo ancorati alla realtà dei grafici senza anticipare, sulla scia dell'emotività, indicazioni concrete di forza o di debolezza. Le soglie critiche sono infatti per fortuna di facile individuazione e solo il loro superamento potrà fornire indicazioni sul prossimo futuro.