Australia: la prudenza della Banca centrale ha i suoi motivi

Nonostante una popolazione inferiore ai 24 milioni di abitanti e un Pil da 1.200 miliardi di dollari che ne fa la quattordicesima economia del mondo, l’Australia è all’attenzione degli operatori finanziari per molteplici motivi. Il Paese è infatti riuscito a mantenere in più di venti anni una crescita costante e un benessere diffuso, malgrado le tempeste sui mercati delle materie prime che sono una componente fondamentale del suo sistema produttivo. La contrazione dei prezzi delle commodity dal 2011 in poi ha però ridotto i redditi delle famiglie (pesando sui consumi), compresso i profitti delle imprese e le entrate dello Stato.

Nel primo trimestre del 2017 il Pil è cresciuto dello 0,3% sul trimestre precedente e dell’1,7% sul dato di un anno prima, in entrambi i casi in rallentamento sulla rilevazione anteriore (+1,1% trim/trim e +2,4% a/a rispettivamente).

Alla fine di marzo è emersa con evidenza una delle maggiore criticità: il debito delle famiglie ha infatti toccato un nuovo record al 190% del reddito disponibile. Si teme quella che il capoeconomista di Citigroup Willem Buiter ha definito una “impressionante bolla immobiliare” nelle principali città, con i prezzi delle case di Sidney cresciuti del 16% in 12 mesi ad aprile.

Stupisce dunque relativamente che Philip Lowe, governatore della Banca centrale d’Australia, abbia deciso il 4 luglio di lasciare i tassi d’interesse invariati sui minimi all’1,50 per cento. Il deprezzamento del dollaro australiano – l’Aussie – dal 2013 ha infatti sostenuto l’economia del Paese durante la transizione a minori investimenti nel comparto minerario. Un rialzo dei tassi potrebbe indebolire l’economia in una fase delicata e pesare anche su un comparto immobiliare a rischio in cui il costo dei mutui è cresciuto più del reddito delle famiglie.
Anche la Reserve Bank of Australia mostra dunque una forte prudenza nel rinunciare al sostegno di una politica monetaria espansiva.

La reazione dei mercati alle decisioni della RBA si è vista sui mercati valutari, con il rapporto AUD/USD scivolato a 0,756 contro i precedenti massimi oltre quota 0,771, mentre il maggiore indice azionario, l’S&P/ASX 200, reagiva al deprezzamento della moneta con un rialzo da 5680 a 5790 punti. La correzione dell’Aussie appare per il momento fisiologica dopo l’accelerazione vista per tutto il mese di maggio e giugno nei confronti del Dollaro americano. Per intravedere dei cambiamenti nel lungo termine sul grafico di AUD/USD sarà necessario il superamento della linea ribassista tracciata dai top del 2014, a 0,77 dollari US circa, diversamente le quotazioni continueranno a oscillare in un range laterale convergente, avente come limite superiore la linea citata e limite inferiore la trend line disegnata dai minimi di gennaio 2016, a 0,7373. Poiché l’Australia è il principale esportatore di materie prime quali oro, rame e ferro verso il continente asiatico, l’andamento della moneta australiana deve essere messo in relazione all’indice CRB delle materie prime. Il ritorno in pianta stabile da parte dell'indice CRB sopra area 178/180, confermato dalla rottura a 182,50 della media mobile a 100 giorni, allenterebbe le pressioni al ribasso su AUD/USD favorendone la rottura della resistenza a 0,77.

Sul mercato azionario rimangono però altre incognite. Nonostante il rapporto debito/Pil australiano resti relativamente limitato a un 41,1%, Credit Suisse ha segnalato l’esposizione a potenziali rialzi dei tassi obbligazionari globali per componenti importanti dei listini australiani nel settore immobiliare, delle infrastrutture e delle utility.
La volatilità dei prezzi delle commodity mette inoltre a rischio le entrate pubbliche: il Dipartimento dell’Industria ha appena ridotto del 4,6% le stime sui profitti dell’export di materie prime ed energia a causa del deprezzamento del ferro una delle componenti più rilevanti della bilancia commerciale australiana.

Tali difficoltà sono ben espresse dal grafico dell’ETF Lyxor Ucits Australia: l’ETF mostra come i prezzi si mantengano dallo scorso aprile sotto la media mobile a 50 giorni, seguendone il tracciato discendente. Solo il ritorno sopra questo riferimento, attualmente in transito a 41,20 euro, scongiurerebbe una evoluzione negativa futura che, sotto i minimi di giugno a circa 40 euro, indirizzerebbe verso target negativi a 38 circa, quota pari al 50% di ritracciamento del rialzo in forza dai bottom del 2016. Il taglio al rialzo della media mobile citata dovrà però essere confermato dalla rottura decisa della resistenza orizzontale a 42 euro per suscitare nuovamente l’interesse dei compratori. Obiettivi in tal caso a 42,40 euro, poi a 43,50 circa, ultimo ostacolo in grado di impedire il ritorno sui top annuali a 45,30.