Aumento volatilità e borse, cosa aspettarsi ora?

Le prime sedute di febbraio hanno registrato la dipartita di alcuni protagonisti eccellenti dei mercati finanziari: sono infatti stati liquidati il fondo LJM Preservation and Growth Fund, di LJM Partners, un hedge fund con sede a Chicago e con asset per circa mezzo miliardo di dollari, e il XIV ETN di Credit Suisse, un prodotto short sul Vix, con un asset per circa 1,5 miliardi di dollari. E proprio il crollo di questo fondo ha riacceso i riflettori sul Vix, l'indice che misura la volatilità dei mercati (in particolare come vedremo dello S&P500). Il Vix è rimasto accucciato sui minimi storici praticamente per tutto il 2017, tanto che le scommesse in favore del proseguimento di questa condizione dimessa si erano moltiplicate, ma nel mese di febbraio ha fatto registrare una improvvisa accelerazione rialzista molto simile a quella che si era disegnata ad agosto del 2015, quando la crisi cinese aveva scatenato il panico sui mercati facendo sprofondare le borse di tutto il mondo come non si vedeva dal 2008. Ma da cosa deriva il grande interesse anche da parte dei non addetti ai lavori per l'indice della volatilità?
 
Il Vix è un indice che misura la volatilità attesa a 30 giorni relativa alle opzioni (put e call out of the money) sull'indice americano S&P 500, e viene quotato sulla base degli scambi che avvengono al Chicago Board Options Exchange (CBOE), il più grande mercato mondiale delle opzioni. Il Vix misura quella che si definisce la volatilità implicita, simile come andamento alla volatilità storica, che è un indice statistico di rischiosità, mentre differisce dalla mera osservazione delle oscillazioni più o meno ampie dei listini, quella alla quale si fa riferimento quando di parla di "mercati molto volatili". La volatilità implicita, espressa dal Vix, ha un comportamento più ricorsivo rispetto a quello degli indici di borsa, tende cioè a oscillare in una intervallo più facilmente identificabile tra valori minimi, con un "pavimento" storicamente intorno a 8-9 punti, e valori massimi, che superano raramente i 30 punti. Inoltre il Vix tende a muoversi in modo opposto all'indice di riferimento. Queste due caratteristiche, andamento ondulatorio e direzione opposta a quella del mercato azionario, fanno sì che al raggiungimento di valori particolarmente bassi dell’indice di volatilità si affianchino aspettative di una sua ripresa e di conseguenza di una flessione della borsa. Il Vix è rimasto sui minimi storici da settembre 2017 ed ha stazionato in quell’area per i tre mesi e mezzo successivi, facendo aumentare il timore che sullo S&P500 si stesse preparando una tempesta ribassista. Nel frattempo, mentre il Vix era schiacciato sui minimi storici, l'indice S&P è salito da 2.530 di ottobre 2017 fino ai 2.873 punti circa del 26 gennaio.
 
Come esemplificano molto bene gli accadimenti relativi al fondo del Credit Suisse citato in apertura, i recenti movimenti amplificati dei mercati, e lo stesso brusco andamento al rialzo del Vix, possono essere giustificati anche dal fatto che sempre più fondi e gestori utilizzano algoritmi basati proprio sulla volatilità come misura del rischio. Più la volatilità sale, più scattano questi meccanismi automatici di vendita degli asset in portafoglio per ridimensionarne la rischiosità e più i movimenti degli indici tendono ad ampliarsi, insomma una spirale viziosa che in alcune fasi di mercato appare fuori controllo. L'indice Vix era comunque chiamato indice della paura ben prima che sui mercati irrompessero i sistemi che prendono decisioni in automatico basandosi sull'andamento della volatilità. Sostanzialmente il Vix è un indicatore di sentiment, cioè uno strumento che cerca di misurare la fiducia degli operatori sulle prospettive dei mercati, e viene utilizzato con logica "contrarian": quando i suoi valori sono molto bassi gli operatori ne presagiscono un rimbalzo, e questo, a causa della relazione inversa con la borsa, costringe a temere un calo delle azioni.
 
Se il Vix ha normalmente un utilizzo pratico per chi opera sul mercato delle opzioni, per gli analisti tecnici, invece, diventa un indicatore utile principalmente quando si trova sui minimi o sui massimi della sua fascia di oscillazione abituale. Quando si muove nella fascia intermedia, quella per intenderci tra i 10 e i 15 punti, la sua funzione di "sentiment indicator" risulta attutita e non fornisce quindi indicazioni previsionali utili per l'andamento delle borse.
 
Analizzando gli ultimi sviluppi della borsa Usa ci si accorge che il rialzo del Vix è stato più conseguenza che causa del ribasso del mercato azionario. Quando le azioni scendono, la volatilità sale, innescando poi casomai la spirale perversa descritta sopra. Piuttosto il calo delle borse e il conseguente risveglio del Vix sono legati al mercato obbligazionario Usa, in particolare ai titoli di Stato americani. Gli ultimi dati sui redditi dei lavoratori dipendenti americani, il Bureau of Economic Analysis (BEA) degli Stati Uniti ha calcolato che i redditi personali di dicembre sono cresciuti dello 0,4% dal +0,3% del mese precedente e del consensus, e quelli sui salari, cresciuti in media del 2,9% a gennaio su base annuale (il rialzo maggiore da giugno 2009) alimentano le prospettive di risalita dell'inflazione e fanno temere un irrigidimento della politica monetaria molto più rapido di quello scontato fino ad ora dai mercati, con un prossimo intervento della Fed già a marzo.
 
Nonostante i recenti sconquassi sulle borse, per ora dal punto di vista grafico non ci sono ancora segnali chiari di inversione del trend in senso ribassista. Per esempio, l'S&P 500 è sceso fino a testare la sua media mobile a 200 giorni in area 2.540, ma questo supporto non è stato ancora violato. La media mobile a 200 giorni sintetizza con la sua posizione rispetto ai prezzi la condizione della tendenza di medio lungo periodo, che quindi per il momento è ancora positiva.
 
Qualora l'S&P 500 dovesse scendere sotto 2.540, è possibile che parta un ritracciamento più ampio dell'ascesa iniziata nella prima parte del 2016. Solo sotto 2.465-2.470, 38,2% di ritracciamento (percentuale di Fibonacci) del rialzo dai minimi di inizio 2016 ci sarebbe tuttavia da avere veramente paura anche per la tenuta della tendenza rialzista di fondo. Nonostante questo moderato ottimismo la strategia da favorire in questa fase è quella attendista, solo oltre area 2750 si potrebbero infatti creare le condizioni per una nuova stagione di acquisti e per un tentativo di superamento dei record di gennaio.
 
La Borsa italiana si muove sostanzialmente seguendo gli stimoli di quella americana, come testimonia un elemento grafico rilevanti. Il Ftse Mib, cioè il paniere dei 30 titoli più capitalizzati della Borsa italiana, è salito dai 15.000 punti del giugno 2016 ai ben 24.050 punti di gennaio, poi c'è stato un ribasso veloce, ma che per il momento, come nel caso della borsa Usa, si è limitato a toccare la media mobile a 200 giorni, intorno ai 22.000 punti. Ora Piazza Affari è in una fase di aggiustamento correttivo, ma le preoccupazioni maggiori potrebbero scattare sotto area 21.613, il minimo del 2 gennaio, e anche in quel caso limitatamente al breve periodo. Invece solo violando quota 20.600, dove si colloca il 38,2% di ritracciamento (Fibonacci) del rialzo dai minimi di giugno 2016, l’indice potrebbe subire una vera e propria inversione ribassista di trend. Oltre area 23.185, lato alto del gap ribassista del 5 febbraio, i prezzi potrebbero tornare a mettere sotto pressione i 24.050 punti. La rottura di quei livelli e dei vicini picchi di luglio 2015 di quota 24157 permetterebbe di considerare passata la recente tempesta, con la prospettiva di andare incontro ad una nuova stagione di rialzi estesi.
 

Davanti alle attuali turbolenze dei mercati azionari e alla luce delle previsioni attese dall'analisi tecnica, gli investitori/risparmiatori possono mantenere un atteggiamento positivo, ma attendista. Positivo, perché il settore più rappresentato a Piazza Affari, cioè le banche, un tempo motivo di grande apprensione e delusione, ora sta andando meglio, sia da un punto di vista dei conti (nel 2017 Unicredit ha registrato un utile netto di 5,5 miliardi di euro a fronte della perdita di 11,8 miliardi di euro contabilizzata nel 2016, mentre Intesa Sanpaolo ha chiuso il 2017 con un utile netto a 3,81 miliardi, ma escludendo i tributi a gli altri oneri riguardanti il sistema bancario tale voce sale a 4,45 miliardi, con un aumento del 23% rispetto ai 3,111 miliardi del 2016) che anche grazie alle prospettive dell’economia (il Fmi prevede per il 2018 una crescita dell'economia italiana dell'1,4%, con un rialzo dello 0,3 punti rispetto alle precedenti stime, e dell'1,1% nel 2019, +0,2 punti dalla stima precedente), e dà forza relativa al mercato. Si può rimanere sull'Italia, ma "congelando" per il momento il portafoglio. Solo sotto i 21.600 punti e soprattutto in caso di violazione di 20.600, sarebbe opportuno attivare strategie difensive.