Asset allocation strategica, cosa scegliere tra Usa, Europa e Asia?

A fine settembre State Street Global Exchange ha annunciato i risultati relativi alla fiducia degli investitori rilevata dallo State Street Investor Confidence Index® (ICI) nel mese di settembre. Le tendenze evidenziate dall'indice sono rivelatrici e potrebbero essere di aiuto nella previsione anche dell'andamento futuro degli indici azionari. Degno di nota ad esempio il fatto che la fiducia degli investitori in Nord America abbia proseguito la sua discesa, con l'indice State Street portatosi a 84,5 punti dai precedenti 92. Ma ci sono altre voci che si uniscono a questo coro: anche Credit Suisse, dopo il recente intervento di Jerome Powell sui tassi (i mercati stanno iniziando a scontare il fatto che nel 2019 i tassi potrebbero essere al 3-3,25% dall'attuale 2-2,25%), invita a guardare a WallStreet con cautela. Per gli analisti della banca svizzera infatti il divario, in termini di multipli, tra la Borsa degli Stati Uniti ed il mercato azionario del resto mondo e' su valori che non venivano toccati da trent'anni. Il ratio P/E (rapporto Prezzo Utili) delle azioni statunitensi e' infatti  il doppio del P/E medio delle Borse mondiali. Da non sottovalutare anche il fatto che il governatore della Fed, con le sue recenti dichiarazioni, spinge i mercati a mettere in conto altri 4 rialzi di tassi entro la fine del 2019. Il rendimento del Treasury a dieci anni a seguito di queste aspettative è salito sui massimi degli ultimi sette anni, lecito ipotizzare importanti aggiustamenti all'interno dei portafogli degli investitori con movimenti in uscita dalle azioni ed in ingresso sui bond.  

Del resto anche dall'economia arrivano segnali contrastanti, con l'indice ISM Manifatturiero Usa di settembre portatosi a 59,8 punti da 61,3 punti (atteso 60,1). Di diverso tenore, ad onor del vero, l'ISM non manifatturiero che e' salito nel mese di settembre a 61,6 punti dai 58,5 punti di agosto. Le previsioni degli economisti erano fissate su un indice pari a 58,1 punti. La lettura conferma il trend espansivo per il 102° mese consecutivo. 

Un trend analogo a quello del Nord America si e' evidenziato anche in Asia, dove l’indice di State Street ha fatto segnare un calo di 2,5 punti, a quota 100.

Forse e' invece meno inaspettato il rialzo dell’Europa, con una crescita della fiducia dell’indice di State Street di 1 punto, che ha fatto salire l’indice a quota 101.  A settembre, il clima dei consumatori in Germania, paese guida della zone euro, ha infatti visto, in generale, sviluppi positivi. Entrambe le aspettative economiche e di reddito sono in aumento, mentre la propensione all'acquisto e' risultata in leggero calo. Secondo i risultati preliminari del Gfk Consumer Climate Study a settembre il clima dei consumatori e' atteso in crescita di 0,1 punti rispetto al mese precedente, passando a 10,6 punti. L'indicatore delle aspettative economiche e' salito di 4,9 punti a 27,1 punti. Il trend negativo della prima parte dell'anno sembra quindi essere esaurito e l'indicatore e', ancora una volta, su una traiettoria ascendente. Tuttavia, rispetto all'anno precedente, l'indicatore e' ancora in calo di ben sei punti.

Sulla scia del miglioramento delle previsioni economiche, anche le aspettative di reddito sono cresciute a settembre. La crescita di 5,3 punti in più compensa le perdite del mese precedente. La misurazione attuale è di 57,9 punti, sui livelli più alti dell'ultimo anno. Nell'agosto 2017 l'indicatore di reddito si era attestato a 61,4 punti. Anche per quello che riguarda l'Italia l'Istat ha reso noto che a settembre 2018 l’indice del clima di fiducia dei consumatori passa da 115,3 a 116,0; l’indice composito del clima di fiducia delle imprese mostra invece un ulteriore, seppur lieve, peggioramento (da 103,9 a 103,7). Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in miglioramento: il clima economico e quello futuro, dopo il calo registrato lo scorso mese, aumentano, rispettivamente, da 136,7 a 137,8 e da 119,3 a 120,2, così come il clima corrente, che passa da 112,8 a 114,1.

Eurostat ha inoltre comunicato che nell'eurozona nel mese di agosto il tasso di disoccupazione si e' attestato all' 8,1%, pari alle attese e in calo dalla rilevazione precedente pari a 8,2%. Secondo i dati dell'Istat, in Italia ad agosto il tasso di disoccupazione scende al 9,7% (-0,4 punti percentuali su base mensile), mentre aumenta lievemente quello giovanile che si attesta al 31,0% (+0,2 punti).

Nella sua versione globale, tornando ai dati di State Street, il Global Investor Confidence Index è sceso di 5,7 punti, a quota di 88,3 rispetto ai 94 punti di agosto. Secondo quando rilevato da State Street ad opera di Michael Metcalfe, senior managing director e responsabile Global Macro Strategy, lo scetticismo degli investitori istituzionali e' stato particolarmente elevato in Nord America, area nella quale le elevate valutazioni azionarie e i crescenti timori in merito a un rallentamento della crescita degli utili societari hanno portato a un aumento dell’avversione al rischio. Inoltre, l’escalation della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina sembra aver riportato la fiducia degli investitori USA sui minimi che non venivano raggiunti dal 2012.

Lo stesso Michael Metcalfe osserva che se da un lato, i mercati azionari statunitensi continuano a battere i record, portando la fiducia delle imprese e dei consumatori in prossimita' dei massimi ciclici (gli esperti dell'Universita' del Michigan e di Reuters hanno pubblicato la lettura finale dell'indice sulla fiducia dei consumatori statunitensi. Nel mese di settembre l'indice è salito a 100,1 punti dai 96,2 punti della lettura di agosto, risultando però inferiore al consensus e alla stima preliminare rispettivamente pari a 100,5 punti e a 100,8 punti), dall’altro gli investitori istituzionali stanno diventando sempre piu' cauti.

Negli ultimi due mesi gli investitori istituzionali hanno ridotto la propria esposizione agli asset di rischio, un fattore questo che ha fatto toccare all'indice di fiducia degli investitori Global Investor Confidence Index il livello più basso degli ultimi cinque anni.

Lo studio della situazione attuale dei mercati azionari non sembra dare ragione alle osservazioni di State Street: utilizzando un semplice calcolo della performance a 52 settimane mostra che nell'ultimo anno (al 30 settembre 2018) l'indice Msci Europe* e' in sostanziale parita' (quindi sugli stessi valori del settembre 2017), l'indice Msci Pacific** e' in guadagno dell'8% circa mentre l'indice Msci Usa*** si e' rivalutato del 15% circa. Ad oggi quindi la fotografia delle preferenze degli investitori sembrerebbe mostrare l'opposto delle rilevazioni del State Street Investor Confidence Index. Lo studio prospettico dei grafici di questi tre indici racconta tuttavia una storia che ha maggiore assonanza con quella di State Street. Per sgombrare il campo da dubbi e' innanzitutto possibile osservare che tutti e tre i grafici viaggiano al di sopra della propria media mobile esponenziale a 100 settimane, uno strumento che viene utilizzato per determinare la condizione, anche se in modo sintetico, della tendenza di lungo termine, che e' quindi da valutare al rialzo. Mentre il Pacific e l'Europe hanno avvicinato recentemente questo indicatore dall'alto per poi rimbalzare, l'Msci Usa ha toccato la media l'ultima volta nel luglio del 2016 avviando poi una accelerazione rialzista che lo ha portato ad allontanarsi sempre di piu' dall'indicatore, tanto che al momento la divergenza tra le due curve e' del 13% circa (i prezzi dovrebbero scendere del 13% per toccare la media). Nel caso dell'Msci Europe la distanza dalla media e' invece del 3% circa, per il Pacific del 7%. Scostamenti troppo evidenti dalla media a 100 settimane sono spesso il segnale di una tendenza crescente troppo rapida per essere sostenibile a lungo. Ed infatti l'indicatore Rsi calcolato a 8 settimane, utilizzato proprio per scoprire la comparsa di situazioni di "ipercomprato" (situazione di mercato in cui i prezzi hanno messo a segno un movimento al rialzo piu' rapido della media che puo' annunciare un imminente ritorno dei prezzi verso il basso), nel caso dell'Msci Usa non solo attualmente ha superato la soglia estrema del 70% ma ha anche sviluppato una "divergenza ribassista", ovvero evidenzia massimi in calo a fronte dei massimi crescenti del grafico dei prezzi.

Nel caso dell'Msci Europe e Pacific invece l'indicatore Rsi a 8 settimane e' nella parte centrale del suo range di oscillazione, quindi neutrale.

La previsione che la borsa Usa sia ormai su livelli molto elevati (l’indice S&P500 quota circa 20 volte gli utili storici e 17 volte gli utili attesi per il 2019 contro le 12-13 volte degli indici europei), considerando anche il fatto che i rendimenti delle obbligazioni corporate investment grade e dei titoli di Stato decennali non e' troppo distante da quello della borsa, rende credibile un futuro di assestamento o di vera e propria correzione per l'Msci Usa (e quindi anche per i principali indici azionari di Wall Street). Il problema e' che nel recente passato l'azionario statunitense e' gia' stato dato per spacciato molte volte, mentre ha sempre trovato la forza per riprendersi. Prima di prendere decisione sull'onda dell'emotivita' (l'ipercomprato non riguarda solo gli indicatori ma anche il sentiment degli investitori) meglio quindi attendere segnali concreti di un cambiamento di orientamento, che verrebbero con la violazione della media esponenziale a 10 settimane, a 2740 punti circa di Msci Usa (2880 sull'indice S&P500).

L'Msci Europe viene invece da una storia recente piu' incerta, con le quotazioni che come detto hanno avvicinato la media a 100 settimane, sia a marzo sia a settembre, per poi rimbalzare. Le fragilita' dell'Europa sono note, dalla Brexit al nuovo corso intrapreso della politica italiana, tuttavia il quadro dipinto dal rapporto prezzo utili e' invece confortante. Gli ultimi due anni hanno infatti visto crescere gli utili delle societa' europee di quasi il 90% mentre l'andamento dell'Msci Europe nello stesso periodo e' stato positivo "solo" del 14% circa. Il risultato di questi movimenti e' stato che il p/e si e' assestato a circa 17 e le azioni sono decisamente meno care della media di lungo periodo. Solo una discesa dell'Msci Europe al di sotto di area 1500 sarebbe un segnale contrario al proseguimento del rialzo intrapreso dai minimi di inizio 2016 (supporto critico a 360 punti per lo Stoxx 600).

Potenzialmente molto interessante anche l'Msci Pacific, che tuttavia in questa fase soffre di una debolezza sul fronte grafico: i massimi di gennaio a 1062 circa si sono infatti fermati prima di toccare i record del luglio 2007 a 1079 punti. Senza la rottura di quei livelli non sara' possibile considerato esprimere giudizi positivi sulle prospettive a lungo termine dell'indice. Solo la violazione di area 950 farebbe comunque temere movimenti in direzione opposta, con il rischio di una correzione estesa del rialzo in atto dai minimi del 2012.

 

*MSCI EUROPE formato dai azioni large-mid cap di 15 paesi europei e copre l'85% circa della capitalizzazione di ciascuno dei paesi inclusi, dove i principali sono, in ordine di peso nel paniere, il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Olanda, la Spagna, la Svezia.

 

**Msci Pacific (USD) comprende azioni dei seguenti paesi: Australia, Hong Kong, Japan, New Zealand e Singapore.

 

***Msci Usa comprende large e mid cap del mercato americano con 626 elementi e copre l'85% circa della capitalizzazione del mercato.